Di Marco Pasquini.

Le variazioni ipotetiche, immaginarie, sul nostro passato o sul futuro, sono alla base di molti racconti. Mischiare realtà e fantasia o espandere l’idea di un altro scrittore con una personale interpretazione è un gioco letterario molto divertente e stimolante.

In America, nell’adrenalinico mondo dei comics, la casa editrice Marvel su questo presupposto ha creato una vera e propria collana:
What’s If…?, dove affronta pezzi della sua storia di carta da angolazioni diverse.

Sullo stesso concetto si basa una recente uscita libraria, curata da Gino Cervi, che parte dall’ipotesi che Coppi non sia morto quel 2 gennaio 1960. Sono stati invitati a dare la loro personale versione della vita di Fausto 20 scrittori. Idealmente mi sono unito a loro con il racconto che trovate qui sotto, ribaltando la prospettiva, ovvero “cosa sarebbe successo se…” Fausto avesse partecipato al funerale di Gino.
IL FUNERALE

Era seduto in seconda fila, accanto a lui Faustino. Gino era là, dentro la bara, nel  suo saio senza tasche. “Quando te ne vai non porti niente dietro con te, non servono le tasche”, diceva Bartali.

Ora Fausto era solo.

Veramente solo.

Il suo amico, un tempo suo rivale, se n’era andato.

Cinque anni a quest’età fanno ancor più la differenza che non a 25-30 anni.

Adriana, la moglie di Gino, è lì in prima fila, con i figli.

Fausto ricordava ancora il Natale del 1948, quando andò a bussare a quella porta di Firenze.

Al Campionato del Mondo di Valkenburg, l’estate prima, si erano annullati.

Fausto non ce l’aveva con Gino, giù dalla bici erano amici. Le corse, i giornalisti, li avevano messi contro.

Il funerale di Fausto Coppi

Adesso il suo amico era lì, a ricevere l’estremo saluto. L’ultimo saluto.

Mons. Piovanelli, Arcivescovo di Firenze, durante l’omelia stava dicendo: “… Se oggi siamo tanti non è per amor di parata, ma per amicizia, stima, fede. Tu sei un campione per le tante vittorie che hai ottenuto, ma soprattutto per il tuo modo di intendere e fare lo sport, con onestà, generosità, verso gli avversari, sopportando fatiche incredibili sotto la pioggia e la neve. E questo che riconoscono i familiari e gli amici, è che sei un campione nella vita”.

Fausto si commuove, si appoggia allo schienale. Faustino gli stringe un braccio intorno alle spalle.

La chiesa di San Pietro in Palco è gremita. Tanta gente, tanti ex ciclisti, come Giovannino Corrieri, uno dei più fedeli gregari di Bartali. C’è Gianni Bugno. Ci sono i ragazzi dell’Aquila, la squadra di Ponte a Ema, la squadra di Gino.

Monsignor Piovanelli ha finito l’omelia: “…Ora ha scalato l’ultima montagna, ha vinto la sua ultima tappa…”

Ormai la funzione è finita e la bara viene chiusa. Fausto si avvicina e butta un bacio verso Gino.

L’ultimo saluto.

Nel sagrato tanta gente, ancor più che in chiesa. Ritrova il cugino Piero, Sindaco di Castellania. Si salutano con un cenno del capo. Ora che sono invecchiati sembrano due gemelli tanto sono uguali.

Tra i presenti c’è un signore anziano, bassotto, con i cappelli a spazzola sotto il cappello, con la pipa in bocca. Per un attimo Fausto vede in lui il vecchio Pavesi, l’Avocatt. L’intramontabile Direttore Sportivo della Legnano. Era stato lui che l’aveva voluto in squadra in quel Giro del 1940. Era grazie a lui se la sua carriera si era trasformata così velocemente da quella di un gregario in quella di un capitano. Grazie a lui e a Gino.

La lenta processione verso il campo santo serve a Fausto per respirare un po’. Cammina sotto braccio al suo Faustino. Poco più in là Andrea e Luigi, i figli di Gino. Fausto ricorda un altro Natale, quello del 1959, quando era tornato dalla corsa in Africa, insieme a Gémignani. Era stato poco bene, ma poi si era ripreso. L’aspettava la grande annata del 1960, con la nuova squadra, con Bartali DS. Quante se ne erano dette quell’anno. Erano gli ultimi fuochi per lui. Doveva trasmettere il mestiere ai nuovi. Farsi vedere con Gino, a favore degli sponsor. Il loro tempo era ormai finito e una nuova vita li attendeva giù dalla sella.

Al Giro si era ritrovato ad esser spettatore del duello tra Anquetil e Nencini. Giù dal Gavia aveva aiutato Gastone. Aveva un debito da saldare con il toscano. Un debito vecchio di 5 anni. Nencini aveva vinto il Giro per 28 secondi sul francese. Fausto considerava suoi quei 28 secondi, come se fosse stato merito suo. Nencini poi in Francia aveva vinto il Tour de France, realizzando anche lui quella doppietta che Fausto aveva realizzato due volte, nel 1949 e nel 1952.

Si, era soddisfatto di aver pagato quel debito.

Su quell’episodio si era fatto una risata anche con Gino. Ancora una volta l’avevano fatta sotto il naso ai francesi.

Mentre cammina incontra lo sguardo di Felice Gimondi, di Franco Bitossi, di Marino Vigna. Eccoli lì, le nuove leve degli anni ‘60. No, non era proprio più il suo tempo, il suo ciclismo.

Gino aveva preferito rimanere nell’ambiente, vivere ancora della gloria che fu. Lui no, non era più il suo mondo. Preferiva restarsene nella sua villa alle porte di Novi Ligure. Giulia ogni tanto lo obbligava a partecipare a qualche cena elegante, ma difficilmente si sentiva a suo agio. Meglio quando lo invitavano alle cene degli ex corridori. Ancora meglio quando partecipava anche Gino. Allora si che le serate si facevano interessanti, tra vino e ricordi. Gli animi si scaldavano come ai bei tempi, ma poi tutto si concludeva con un abbraccio.

Come gli mancava adesso quell’abbraccio forte.

Poi la caduta durante una battuta di caccia e la rottura di un femore l’aveva costretto a rallentare, a fermarsi. Ma a lui non dispiaceva, stava bene anche appartato. Ogni tanto, passeggiando per Novi, incontrava Girardengo. L’amministrazione comunale stava progettando di realizzare un museo del ciclismo e dedicarlo a loro due. Con Costante si guardavano in faccia e sorridevano. “Che ne sanno loro delle nostre fatiche!” esclamava il primo Campionissimo. “Lascia che facciano” rispondeva Fausto, in cuor suo contento che le sue imprese fossero ricordate.

I tifosi della Fiorentina il giorno prima del funerale, a San Siro per la partita con l’Inter, avevano a modo salutato loro il toscano brontolone: “Ciao Ginettaccio, ora fatti rendere la borraccia”.

Fausto aveva sorriso quando aveva visto quella foto sul giornale. Quella borraccia, dopo ancora così tanti anni, ancora li rappresentava.

 

Monsignor Piovanelli sta benedicendo la terra che sta per accogliere la salma di Gino. Il cimitero è troppo piccolo per accogliere tutta quella gente, ma Fausto e Faustino vengono lasciati passare. Fausto si avvicina ad Adriana e la bacia. Lei gli accarezza la guancia segnata dal tempo e in un mezzo sorriso tra le lacrime gli dice: “Ti voleva bene…” “Anch’io…” Le lacrime riempiono gli occhi di entrambi.

Dal fondo parte un “Viva Gino!” e un lungo applauso. Fausto sorride.

“Ciao Gino, sei andato in fuga, ma ti riprendo presto, non mi scappi”.

Fausto Coppi. una vita in più. Gli anni immaginati del Campionissimo. 20 racconti
Bolis Edizioni

 

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.