Eugenio Montale

A cura di Marco Pasquini
In quella mattina d’inverno del 1929, un gelido 4 Gennaio, sul treno che da Firenze risaliva verso Bologna per poi gettarsi nella pianura verso Milano, Eugenio Montale stava riflettendo sugli ultimi avvenimenti. Il Capodanno era passato da poco, il suo lavoro presso l’editore Bemporad lo aveva portato a stabilirsi in pianta stabile nella città toscana e l’offerta di dirigere il Gabinetto Vieusseux sarebbe arrivata di lì a poco[1]. Stava andando a Parigi per incontrare alcuni amici e il viaggio si preannunciava lungo. Dallo scompartimento, scarsamente riscaldato, vide passare nel corridoio un uomo elegante, uno sportivo all’apparenza. I loro sguardi s’incrociarono e si sorrisero, pur non sapendo chi fosse l’uno l’altro. L’occasione delle presentazioni si manifestò a Bologna, dove il treno fece tappa per agganciare altri vagoni. Montale scese per sgranchirsi un po’ le gambe e comprare un giornale, mentre l’uomo elegantemente vestito stava bevendo un caffé.

Nel bar dispensava sorrisi ed autografi. Montale ne fu incuriosito.

Possibile che non lo avesse riconosciuto?

Si fermò e chiese al barista chi fosse quel gentiluomo. Il barista, stupito dalla domanda, gli rispose: “É Alfredo Binda, il campione di ciclismo”.

Montale restò interdetto, davvero non aveva riconosciuto l’ultimo vincitore del Giro d’Italia e Campione Italiano del 1928.

Ciclismo e Letteratura avevano avuto ancora pochi punti di contatto, ma nessuno dei due ignorava l’altro. Fatte le presentazioni i due decisero di passare nello stesso scompartimento la tratta che li avrebbe portati a Milano. Nella città meneghina Binda prenderà la direzione di casa, Cittiglio, mentre Montale il suo treno notturno per Parigi.

Dovendo passare una settimana a Parigi Montale chiese al nuovo amico se ci fossero corse ciclistiche in quel periodo nella capitale francese.

Binda ricordò come vicino alla Tour Eiffel sorgesse il Velòdrome d’Hiver, dove tutti i più grandi avevano corso.

Gli raccontò dei record di Zimmermann, dell’episodio di Girardengo e Sante Pollastro.

É soprannominato Buffalo”, disse.

Correre in pista è un’attività molto remunerativa, e se vogliamo anche di preparazione alla stagione seguente. Invece che al freddo delle nostre lande i velodromi permettono sforzi intensi ma controllati. É qui che la buona società si ritrova, lo vedrà a Parigi, il Buffalo è un salotto invernale. É vicino alla Tour Eiffel”, continuò Binda.

La città sembra si svuoti durante quella settimana. Le signore si presentano nei loro splendidi abiti e la confusione riempie il velodromo. Le gare sono appassionanti, gli spettatori sono molto coinvolti, quasi fossero essi stessi in groppa al loro ciclista preferito. Talvolta, per troppa foga, qualche ciclista cade, innescando carambole. Non di rado ne usciamo con tagli e grattate”.

La fatica è tanta, sono 6 giorni di continuo pedalare, dormendo poco. Si forgiano alleanze tra gli italiani per poi dividersi i premi conquistati. Come e più che sulla strada la rivalità nazionale si fa sentire”.

Montale stava ascoltando, affascinato dalla descrizione che il ciclista stava facendo di questo mondo, quasi fantastico, e già si vide sugli spalti all’interno del Velòdrome a fare il tifo per i campioni italiani.

So”, disse Montale, “che si chiama Velòdrome d’Hiver, e mi ha detto poco fa che è soprannominato Buffalo, perché?

Si”, rispose Binda, “è una delle tante particolarità di quella pista. Deve sapere che sorge in un’ansa della Senna, là dove, qualche anno fa, era stato allestito il circo del grande Buffalo Bill, l’eroe del Far West.

La costruzione è stata finanziata dai proprietari del bar Les Folies Bergère e la sua caratteristica è data, oltre che dalla scorrevolezza, dal fatto che risenta delle alte pareti degli spalti vicini che riparano la pista dal vento, rendendola la più veloce al mondo”.

 

Dalla fine del vecchio secolo fino a prima della guerra per 9 volte il record dell’ora è stato battuto lì. Ora è dello svizzero Oscar Egg che, nel Giugno ‘14, fece segnalare 44,247 km senza allenatori. Altri tempi quelli, mi ricordo che quando lavoravo a Nizza suscitò molto entusiasmo il duello tra lui e il ciclista di casa, Marcel Berthet, che aveva stabilito il suo primo record nel 1907 (41,520). Passarono poi 5 anni, siamo nel ‘12, prima che lo svizzero provasse a sua volta, e stabilisse la nuova misura (42,122). Da lì si scatenò l’orgoglio del francese e della Francia stessa. Così tra il 1913 e il 1914 i due si superarono per ben 4 volte. I 44,247 attuali sembrano anche a me una misura notevole e ci vorrà qualche anno prima che sia possibile fare meglio. Sono sicuro, però, che questo accadrà; le piste saranno più veloci, con legni ancora più filanti, le coperture più leggere. Sarò curioso di vedere chi  sarà il prossimo”.

E lei?”, chiese Montale, “non ci prova?

Un paio di anni fa, alla fine del ’26, dopo aver vinto il Giro di Lombardia, avevamo pensato con Pavesi, mio direttore sportivo alla Legnano, di provare sulla pista di Via Sempione a Milano il record italiano. Confrontarsi con la misura di Egg richiede una pista diversa, in legno. Mi hanno parlato di un paio di piste in Svizzera, ma al momento la stagione su strada m’impegna a sufficienza. In quell’occasione a Milano fui messo un po’ nel mezzo dai funzionari della UVI. Io ero d’accordo con Pavesi per fare solo qualche test. Arrivai da Varese direttamente in bicicletta, con la bici da strada e copertoni pesanti, mentre per la pista occorrono quelli più leggeri, da 200g. Rimasi sorpreso, avevano già preparato la pista per il record, ed inizialmente rifiutai. Poi mi lasciai convincere e cominciai a girare. Non c’erano già più gli allenatori davanti ad aprire l’aria e lo sforzo fu solo mio. Pavesi mi teneva i tempi e mi manteneva sulla media dei 42 km per ora. Riuscii a completare la prova senza cali, e in quelle condizioni ottenni un buon risultato, il nuovo record dell’ora italiano. Comunque non è uno sforzo che apprezzo, pur cavandomela bene a cronometro. Preferisco le 6 giorni, che danno danari maggiori e non richiedono grandi allenamenti”.

Capisco”, disse Montale.

Con Egg ci siamo incontrati in pista qualche volta, era la sua specialità. É stato anche un routier su strada, e ha vinto un paio di tappe al Tour, e se non ricordo male anche una Parigi-Tours. Si è ritirato un paio di anni fa. Ha corso prima di me e ha fatto la sua fortuna prima della guerra. Durante il conflitto veniva spesso a Milano a correre”.

Bhé”, aggiunse Montale, “anche lei non se la cava male”.

É vero, ma la concorrenza non manca. Si ricorderà sicuramente di Costante Girardengo o di Ottavio Bottecchia, io ho cominciato a correre che erano ancora nel pieno delle loro forze, i più forti”.

Certo!” Rispose un po’ sorpreso Montale, “Grandi corridori”.

La loro carriera”, continuò Binda, “s’incrocia con la mia. Poi ci sono i francesi e i belgi, sempre degli ossi duri, ma noi italiani non siamo da meno. Conosce Learco Guerra? É un giovane di belle speranze che ha cominciato la professione l’anno scorso nella Maino, col favore di Girardengo, e di cui sentirà presto parlare. L’ho osservato in corsa ed è molto forte, sarà un buon avversario”.

La mia Legnano è una bella squadra, forte”, continuò Binda, “ insieme abbiamo già vinto 3 Giri d’Italia, il Campionato del Mondo nel ‘27, 3 Lombardia, 3 Campionati Nazionali…”.

Sbaglio o le manca la Sanremo?”, chiese timidamente Montale.

Non sbaglia, ed è appunto uno degli obbiettivi per questa stagione”.

Il grande campione si confrontò con il letterato, toccando anche il tema del clima politico in Italia. Montale aveva aderito al manifesto antifascista, si era schierato come imponeva il dovere civico di un uomo di Lettere, mentre Binda si era mantenuto un profilo più basso, pur avendo aderito al fascismo; dato il lavoro che faceva non poteva inimicarsi il regime, e lasciò che fosse Learco Guerra ad essere preso ad esempio dai gerarchi. Era una questione di opportunità.

Mi dica di lei”, chiese Binda. Montale si schernì un po’ e gli raccontò di Genova, la sua città natale e del suo trasferimento a Firenze. Binda, emigrante in Francia prima di intraprendere la carriera ciclistica, lo ascoltò a sua volta interessato. Tra i due nacque un’intesa e la curiosità dei rispettivi mondi, un po’ come Binda, amante della musica, aveva avuto con Beniamino Gigli, il celebre tenore, che spesso a New York lo seguiva durante le competizioni nei velodromi.

I due continuarono a conversare fino alla stazione di Milano. Eugenio Montale era atteso da dei conoscenti, mentre Binda non lasciò la sua valigia in stazione, il suo viaggio non era finito, lo attendevano a Cittiglio.

Quando fu il momento di congedarsi si strinsero la mano calorosamente. Un sorriso soddisfatto si dipinse sulla faccia di Binda e anche Montale fece un’espressione compiaciuta. Di parole ne avevano usate tante nelle ultime ore, adesso anche uno sguardo bastava per salutarsi. Non sapevano se si sarebbero rivisti, ma il tempo trascorso insieme li aveva avvicinati. In Montale questo incontro aveva alimentato la curiosità per il ciclismo, mentre per Binda un momento di arricchimento, di confronto con una voce nuova dell’Italia letteraria.

Forse ci incontreremo in qualche velodromo, magari proprio a Parigi, dove andrò al ritorno dal viaggio in America delle prossime settimane”, ipotizzò Binda.

Perché no”, rispose Montale, “così potrà farmi vedere da vicino la sua macchina e spiegarmi la pista”.

Sarà un vero piacere”, concluse Binda.

 

BUFFALO

Un dolce inferno a raffiche addensava

nell’ansa risonante di megafoni

turbe d’ogni colore. Si vuotano

a fiotti nella sera gli autocarri.

Vaporava fumosa una calura

sul golfo brulicante; in basso un arco

ludico figurava una corrente

e la folla era pronta al varco. Un negro

sonnecchiava in un fascio luminoso

che tagliava la tenebra; da un palco

attendevano donne ilari e molli

l’approdo d’una zattera. Mi dissi:

Buffalo! – e il nome agì.

Precipitavo

nel limbo dove assordano le voci

del sangue e i guizzi incendiano la vista

come lampi di specchi.

Udii gli schianti secchi, vidi attorno

curve schiene striate mulinanti

nella pista.

 

Eugenio Montale (1929)

 

 

 

[1]          –  26 marzo 1929

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