Di Giordano Cioli.

Il 4 novembre 1966, Firenze si sveglia devastata dall’acqua dell’Arno che rompe gli argini e inonda senza pietà case, strade, chiese e musei, generato dalle forti e insistenti piogge dei giorni precedenti. I danni sono irreversibili, da ogni parte della Toscana e del Mondo, i volontari giungono in aiuto alla popolazione e a salvare il patrimonio del Rinascimento che Firenze ne è la Culla. I volontari, lottando con l’acqua e il fango, in un continuo lavoro per salvare il salvabile, ci chiamarono “Gli angeli del Fango” dal giornalista Giovanni Grazzini, ma io ricordo che più che “angeli” eravamo delle “maschere di fango”.
La televisione, la radio, in quei giorni parlava solo di questo. Io ero un ragazzino di 13 anni, mio padre era morto in un incidente sul lavoro appena pochi giorni prima dell’alluvione, ma, quella notizia mi colpiva nettamente, sentivo il bisogno di partire per Firenze, per la prima volta in una città, come facevano tantissimi studenti da tutto il Mondo. In quel periodo praticavo le scuole medie a Montepulciano, il mio professore di religione Padre Gregorio (Un frate, un “rivoluzionario” della chiesa, oggi si direbbe “un frate moderno – Hippy”), ci parla attentamente di Firenze, del patrimonio di cultura che se ne sta andando, ci racconta che da tutto il Mondo migliaia di persone, della maggior parte studenti, si sono presentati volontari ad aiutare le forze dell’ordine e le squadre dei Vigili del Fuoco. L’umile frate, con voce tranquilla e molto rassicurante, dopo aver parlato per tutta la sua lezione dei fatti di Firenze, ci informa che lui stesso sarebbe andato a Firenze come volontario. Quelle parole, mi colpiscono il cervello, come un fulmine a ciel sereno, nella mia testa, voglio andarci anch’io, ma sono troppo piccolo. Passano alcuni giorni, non sapevo come dirlo a mia mamma, ma, arrivò il coraggio di dirlo a Padre Gregorio e successivamente a mia madre.
La mia richiesta era in un primo momento scartata, ma poi, fu proprio lui a presentarsi dai miei famigliari per farli acconsentire alle mie richieste di andare a Firenze con lui. Mia mamma, vedova da pochi giorni, mi guarda in faccia e mi sussurra il suo “ni” un pò opaco e malinconico che presto si trasforma in un “si” candido e sicuro. Per me una grande gioia, in quel momento ero il ragazzo più felice, a parte il lutto incolmabile, a tredici anni, la mia prima conquista, vado a Firenze, quella città che l’ho vista sui libri di scuola, per me un sogno e giorni che non passano mai. E’ mercoledì 16 novembre 1966, dopo una notte insonne a preparare un pò di vestiti, per la verità pochi, siamo contadini e non abbiamo tanti vestiti, uno per la domenica e gli altri per tutti i giorni, quei pochi che ho portato con me, sono stati sistemati dentro a una grossa sporta di scaggia (Stiancia o Schiancia), alle cinque della mattina mia madre mi prepara un tocco di pane, fatto in casa, con dentro una bella frittata di uova freschi di pollaio. Un caloroso abbraccio a tutti e la partenza alla volta di Firenze. E’ ancora buio colmo, solo la luce fioca e il forte rumore della vecchia vespa di Padre Gregorio, illumina i nostri bagagli legati con corda usata per le presse della paglia e fil di ferro. Una lunga scia di fumo e il suo rumore, lasciati dalla vespa, irrompono nel silenzio della mattina. Il mio cuore batte fortemente, sono emozionatissimo, tremo solo al pensiero di essere da solo alla conquista della vita nel Mondo che non conosco, non è la prima volta che vado da solo, ma è come se lo fosse. Partiamo da S. Albino, fa molto freddo, mi riparo con una sciarpa di lana fatta da mia mamma che mi nasconde il volto frustato dal vento, mi riparo con il capo chino sulle spalle del pilota, Padre Gregorio. E’ un viaggio molto faticoso, Pienza, San Quirico, Buonconvento, Monteroni, appena superato Siena, i primi guai, la vespa incomincia a fare capricci. Ci fermiamo un paio di volte, dopo aver smontato la candela della vespa e ripulita, si parte nuovamente. La vespa va a miscela al 2 %, ma Padre Gregorio ha messo miscela al 3%, perché mi dice che facendo un viaggio lungo un pò di olio in più gli faceva bene. Ora capisco perché quella lunga scia di fumo acre e puzzolente che si era inserita anche nel mio cappotto della domenica. Colle, San Gimignano, Tavernelle, San Casciano e finalmente Firenze. Arriviamo a Firenze alle tre del pomeriggio, stremati, non avevo fame perché avevo mangiato, pane e frittata, preparata da mia mamma, ma stanchi del viaggio e del lungo tempo trascorso in viaggio.
La mia prima impressione della città, una città che io non avevo mai visto, tanto fango per terra, nelle strade, nei negozi, da per tutto, perfino nel tronco delle verdi piante e il nauseante puzzo di nafta. Con le mie scarpe della domenica non riuscivo a passarci sopra per la paura di sporcarle. Ci presentiamo in un luogo di culto, una suora ci fa strada, mentre altre anziane suore pregano nel chiosco, al piano superiore un signore ci accoglie con grande gioia. Benvenuti tra di noi. Dopo averci fatto vedere la cameretta e portati i bagagli, ci chiede di seguirlo per farci vedere dove si deve andare il giorno dopo. Camminiamo per circa un chilometro, tra macerie e fango, ci fermiamo davanti ad un grandissimo palazzo, è la Biblioteca Nazionale, fuori, una cinquantina di giovani e meno giovani, formano una lunga fila, si passano del materiale, che in primo momento mi sembrano pezzi di cemento, visto il colore del materiale che si passano, capii dopo che invece sono libri coperti di fango. Entriamo nel silenzio più assoluto, tra il respiro affannoso di chi lavorava, ci siamo presentati davanti al capo per prendere appuntamento per il giorno dopo. Il suo sguardo, con il volto cupo e senza sorriso, è rivolto verso di me… “…ma questo è un bimbino!…”.
Padre Gregorio si avvicina a lui, lo prende sottobraccio e si allontanano di qualche metro, gli parla in un orecchio, non fa capire quello che gli dicesse, si vede solo il cenno del capo che dice si, ritorna indietro alla mia volta e mi guarda direttamente in faccia, e con la mano mi fa una carezza sfiorandomi il mio volto e con un sorriso smorzato mi dice… benvenuto… a domani. Si esce da un grandissimo portone sulle rive del fiume, davanti a me vedo l’Arno, lo avrei odiato per quello che aveva fatto, ma non era colpa sua, la colpa era dell’uomo che non ha saputo gestire la vicinanza con il fiume. Quel fiume che non è più come lo immaginavo o come lo avevo visto nelle fotografie dei libri, è un fiume malato, pieno di rami, sporco e maleodorante. Il tempo passa veloce, si fa l’ora della cena, nella mensa ci sono molti giovani, si fa subito amicizia, Giovanni, Mario, Luigi, lo “Sbilenco” non so se perché era alto, magrissimo e anche un po curvo o era il suo cognome storpiato, erano di Poggibonsi, Colle Val d’Elsa, Barberino, Arezzo, Prato, tutti sui vent’anni, studenti universitari, che nei giorni lavorativi rimanevano a Firenze e il sabato e la domenica rientrano dalle proprie famiglie. Sono stato affidato al più grande del gruppo, dopo tantissime raccomandazioni di Padre Gregorio e mi lascia, come può fare un padre scrupoloso verso il suo bambino, dandomi un bacio sulla fronte. La mattina sveglia alle 7.00, la Santa Messa, la colazione e via alla Biblioteca tutti insieme, con tanto di stivali, che a me arrivano oltre il ginocchio e una tuta vecchia, rattoppata, donati dalla struttura. Io sono il più piccolo, ma anche il più coccolato, giunti a destinazione mi hanno messo da una parte a disposizione dei lavori più leggeri. Io non gradisco quel privilegio e presto mi sono fatto strada per andare con gli altri a fare la catena umana. Passano le ore, tra il freddo intenso, la pioggerellina che cade di continuo senza smettere mai, tra una battuta e l’altra, c’è chi passa il bicchiere dell’acqua, in un bicchiere che sembra fosse fatto di fango e non di vetro, assaporando l’acqua che sa di mota e di colore grigia. Il nostro volto completamente ricoperto di fango, come lo è la tuta sul nostro corpo, tra la fatica e l’odore acro della pelle delle copertine dei libri inzuppati di acqua, di nafta e del nostro sudore, che cade continuamente, si arriva a pranzo distrutti, lavandosi solo le mani, in un secchio con acqua grigia e densa già al secondo che si lava. Non importa il nome del compagno che hai accanto, uomo o donna, ci si indicava con un gesto, un gesto fatto con il capo per risparmiare il fiato dalla fatica. Un piatto di pastasciutta scotta, portata dalle suore, anche loro con tanto di stivali diventati grigi dal fango, e un pezzetto di pane con una salciccia o qualche polpettina al sugo o in bianco. Il primo giorno di “lavoro” ho avuto la mia più bella sensazione della vita. Io ero il più piccolo e il più coccolato, ed il pomeriggio mi viene portato un pezzo di cioccolata, una bottiglia d’acqua da bere personale, datami da una suora giovanissima di colore, si chiama Mimma, ha gli occhi lucenti e il volto oliato. Rimango a guardarla stupito, non ho mai visto una persona di colore, sono talmente colpito che per un attimo ho perso la parola. Il mio cuore si è aperto ad un altro Mondo, forse la curiosità, la volevo toccare per vedere se è veramente di carne, se la sua pelle è come quella di mia mamma. Si, ho sentito parlare molte volte delle razze umane, ma non pensavo di trovarmela difronte a me, cosi, all’improvviso. Quando mi si è avvicinata sono rimasto abbagliato dalla sua carnagione scura lucente, sono stato veramente fulminato, non mi viene la voce e l’ho salutata con un grande sorriso e gli occhi di un innamorato. Cosa che a lei fa piacere e mi sussurra parole dolci e carine in un Italiano storpiato, mi veniva da ridere. Da allora diviene la mia protettrice, tutto quello che ho bisogno devo chiederlo a lei. Sono stato talmente colpito dal suo colore, dal suo modo di fare, dal profumo dolce che emana, che perfino quando vado a letto la sogno, non credo che a quell’età la sogno sessualmente, visto che è una bellissima donna, ma questo non ricordo. Ricordo che, una notte, mentre dormo, la sogno immensamente, penso alle sue dolci parole, alle sue splendide carezze, al suo profumo, al suo modo di fare e stavo tanto bene. La mattina, mentre i miei compagni erano andati a lavoro un’ora prima di me, non avevo la sveglia dei miei compagni, mi viene a svegliare Mimma… Dai Gio… sveglia… mi sveglia così all’improvviso, sentendo la sua voce, incredulo e impaurito, non mi rendevo conto se stavo sognando o era la realtà, apro gli occhi e improvvisamento ho visto il suo volto sempre sorridente e più bello. Mi reco a fare colazione con lei e non vado a Messa, ho anche il tempo di scrutare nel sottostante magazzino del convento, preso dalla curiosità. Tra la mota portata dall’alluvione e il puzzo di gasolio, in fondo al garage vedo una bicicletta degli anni ’40. Si, avevo visto proprio bene, tra la massa di sporco e fango si intravede un manubrio di bicicletta, nera come il carbone.
Chiesi a Mimma se potevo rimetterla in sesto, nelle ore libere… e senza nessun giudizio approva immediatamente. Al ritorno del mio turno di lavoro, con i panni pieni di fango e puzzolenti di Nafta, vado a tirar fuori la bicicletta. Una Bianchi, con freni a bacchetta di colore nero, modello 1940. Inizio a pulirla, tolgo il fango e la ruggine con un pezzo di carta di giornali che avevo trovato nel Convento, mentre Mimma che mi osserva da lontano, si è accorta della fatica che stavo facendo, di nascosto, mi consegna una spugna da cucina. Con acqua corrente e tanto sudore, la lavai tutta. Dal mio amico di camerata Mario di Poggibonsi, mi sono fatto dare un pezzo del grasso del suo prosciutto, che teneva nascosto nell’armadietto nella camerata, offrendolo a piccola quantità a noi amici, per ingrassare la catena. La bicicletta è così pesante che ci vogliono due persone per alzarla, è veramente un pezzo di ferraccio, con il carter che fa rumore che sembra avesse il motore mentre cammina. Guardo meglio nel magazzino e trovai una pompa, purtroppo era rotta, corrosa completamente dall’umidità. Con tanta energia la smontai e con 10 lire bucate al centro per sostituire la riparella e con un pezzo di una vecchia camera d’aria, che ho trovato sempre nel garage, ho ricostruito la pompa, indispensabile per gonfiare le gomme.
Per la prima pedalata mi precipito verso il Duomo, non sono mai andato in bicicletta, ma è come se fossi già un esperto campione, si, ammetto le prime pedalate sono state a zig zag ma poi mi sono ripreso e vado come un usignolo. Tutti i giorni è la solita mansione, i giorni passano molto alla svelta. Ho telefonato a casa due volte, due volte perché la prima telefonata è di avviso al centralino del paese, avvisavano la famiglia che avrei richiamato alle ore “x”, la seconda la telefonata dove il familiare è presente, per tranquillizzare la famiglia che tutto andava bene. La sera, al rientro al punto di accoglienza, stanchissimi, dopo essersi lavati, molte volte con acqua fredda, dentro ad un catino come quello che mia mamma usa per fare bollire i pomodori, finalmente si va a cena. Un bel piatto di minestra, sciapa e con pezzetti di verdura non tanto cotti, una o due polpettine, un frutto, più o meno è sempre il solito menù. Dopo cena a letto, nella camerata ci sono sei letti a castello per dodici persone, i più grandi al piano in alto e quelli più giovani sotto. I grandi, si riuniscono nel salottino a giocare a carte, io, stanco e non so giocare a carte, me ne vado a letto a leggere “Topolino”, con una candela accesa perché la luce non c’è. Molte volte viene a farmi compagnia lo “Sbilenco”, un vero amico, quello che ho fatto più amicizia, non sa giocare a carte e quindi viene a parlare con me. Un ragazzo con tanti problemi, a parte quelli fisici, che lui non si fa accorgere, li tiene dentro, molto bravo a scuola ma con pochi amici. Gli ho raccontato quando Mimma mi porta la cioccolata e le bottiglie dell’acqua, le mie avventure con la preistorica bicicletta, mi confido tantissimo sulla mia famiglia e del mio lutto. Mentre si parla mi guarda con sguardo triste, al punto che nei suoi occhi pieni di lacrime…vedo la sua tristezza, come se si vuole sfogare con me, non lo fa per rispetto a tutto quello che gli ho detto e per non farmi rattristire di più. I giorni più tristi per me sono stati i due sabati e domeniche passati da solo, quando tutti sono andati a casa propria per passare il sabato e la domenica in famiglia, io rimango solo, sia a cena che a dormire, specialmente la notte è veramente un incubo, il silenzio, il buio, ogni piccolo rumore è amplificato, avrei voluto certamente la compagnia di Mimma, ma non potevo. Da quando ho la bicicletta, passo le ore libere a fare il turista solitario, con quel reperto bellico, con un forte rumore che si nota a cento metri, visito la città… Santa Croce, Cascine, Fiesole, Piazzale Michelangelo. Proprio al Piazzale Michelangelo, un Carabiniere in servizio nel piazzale, dove la gente può ammirare tutta la città, forse attratto dal forte rumore che emette il carter della mia bicicletta, mi intima di fermarmi, mi chiede i documenti, …non sò neppure quello che sono, mi chiede da dove vengo e io gli rispondo da Montepulciano, mi chiede che cosa fai a Firenze…, dove dormi…, con chi ero… Dopo aver parlato a lungo, mi dice che è il padre di un ragazzo, che, con me è alla Biblioteca Nazionale, sono molto sveglio da ricordarmi anche il suo cognome, e così mi saluta dicendo che quella bicicletta non è altro che un pezzo di ferro da buttar via e non in mano a un ragazzino come me. Scappo velocemente con la rabbia in corpo per quello che ha detto a colei che amo di più in quel momento, che mi ha fatto conoscere e ammirare, le gioie e le bellezze di una città a me sconosciuta, anche in un momento che nessuno avrebbe augurato che ci fosse. Quando faccio festa e vado in bicicletta, rientro sempre più sporco di quando vado a lavorare, oltre al fango che si trova nelle strade e che le ruote schizzano in tutte le parti, c’è tanta ruggine della bicicletta che oltre a sporcare le mani ti sporca anche gli abiti.

Io, tutte le mattine vado a lavorare in bicicletta, quando i miei compagni sentono il forte rumore del carter, capiscono che sono io, sospendono il lavoro e si mettono tutti lungo la strada principale, con il fazzoletto o un giornale in mano, a farmi il tifo… io in quel momenti prendo più potenza e dò il più della mia potenza, e con quel “carrarmato”, residuato bellico tra le gambe mi porto al fantomatico traguardo, dove mi sento chiamare… “Forza Gaiardoni”, “Bravo Gaiardoni”…, si mi chiamano Gaiardoni, e pensare che avrei preferito Nencini, Bartali, Coppi o Volpi… no Gaiardoni. Non ho mai capito il perché proprio Gaiardoni. Con il ritmo giornaliero in Biblioteca Nazionale ci ho passato quindici giorni di duro lavoro, ma felice di aver dato quel poco della mia piccola manodopera. E’ il momento di lasciare tutto, anche tanti ricordi, Mimma, che nella vita mi ha insegnato ad amare tutti quelli che non hanno la pelle bianca e che hanno il cuore d’oro. Quel residuato bellico chiamato bicicletta che mi ha fatto conoscere una città martoriata, ma ancora bella, nella vita quell’amore mi ha fatto prima ciclista di gare e poi cronista che porterò fina alla morte. Con tanto amore, in quei giorni ho scritto un diario, giorno dopo giorno, con il sudore delle fatiche e la penna che molte volte non c’era, ma durante il viaggio di ritorno, la mia sporta di “scaggia” legata con la corda da presse e molte volte con fil di ferro, si è rotta un manico e il mio diario è caduto per strada lungo il percorso di ritorno insieme ad un libro che ci aveva regalato un signore, che aveva fatto visita alla biblioteca, credo che fosse una persona molto importante perché autografò tutti i libri che ci ha regalato, così ho perduto i miei ricordi scritti, …ma non ho perduto i miei ricordi scritti nella mia memoria.

Giordano Cioli

 

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