A zio Aldo dovresti chiedere, a lui. Che ha corso con Coppi. Francesco Moser su questo tema, forse unico al mondo, fa un passo indietro. E cento avanti. Come sempre poi. Che, poi’, io ho conosciuto più Bartali. Anzi, ho conosciuto Bartali, mica Coppi. E sorride. Pausa. Dice di non poter raccontare nulla del Campionissimo, Francesco, ma è solo un attimo.

La sua titubanza nasconde una sorta di timore riverenziale. E si capisce che, forse, c’è qualcosa in fondo al cuore quando si pronuncia Fausto Coppi a Francesco Moser. Perché si prende un pochino di tempo prima di rispondere…

Prima di proseguire con il racconto, una parte del racconto, ti presento un nuovo saggio su Fausto Coppi, nel Centenario della nascita da gennaio 2019 ad oggi ne sono stati pubblicati un tot, secondo un conto approssimativo siamo a quota 151…

Dalla bibliografia dedicata al Campionissimo. Ovvero, dall’ultimo della meravigliosa serie: il saggio di Mimma Caligaris che si intitola Eterno Fausto, edito Il Piccolo di Alessandria, è un volume fantastico anche per il formato (ricorda una ruota),  in vendita da venerdì 17 nelle edicole della provincia di Alessandria che può anche essere richiesto direttamente alla redazione di via Parnisetti 10 (Alessandria). Anche su ordinazione (costa 9,90 euro) inviando una mail di richiesta qui: amministrazione@ilpiccolo.net

Ecco il capitolo che tira in ballo Moserissimo con il superlativo assoluto usato più che mai non a caso: ALLA SCUOLA DI FAUSTO. Scrive Mimma Caligaris:

Eppure sono storie di vita che si intrecciano, percorsi inconsciamente comuni. Origini contadine, famiglia numerosa, fratelli che gareggiano in bicicletta, Francesco, come era stato per Fausto, quello che vince di più. Giù dalla bici, la passione per la caccia. Ma soprattutto in sella si assomigliano molto. Nell’atteggiamento, soprattutto. Ci sono corridori di un giorno, corridori di una stagione e corridori di un’intera vita. Io ho corso per vincere dal primo all’ultimo giorno della mia carriera confessa Francesco. Fausto l’avrebbe sottoscritta questa frase. Lui, nato per vincere:

Coppi corre la sua prima gara ufficiale il 1° luglio 1937, due mesi e poco più prima di compiere 18 anni. Alla stessa età Moser inizia l’attività ciclistica, e da quel momento è una continua rincorsa, perché sono partito tardi, ma voglio arrivare presto. All’epoca di Fausto si chiamano ‘indipendenti’, quando Francesco diventa dilettante è ‘puro’ e nel 1970 partecipa ad uno stage al ‘Vigorelli‘, alla Scuola Coppi. Bastano questi due nomi per farmi tremare le gambe: Coppi, per me, è il corridore per eccellenza e il Vigorelli  il velodromo per antonomasia, uniti in quel binomio straordinario che ha una data, 7 novembre 1942, questo scenario che è un tempio e un interprete senza pari.

Alla Scuola Coppi sono ammesso per meriti più familiari che sportivi: grazie a mio fratello Aldo, che conosce i dirigenti della Federazione ciclistica italiana: la scuola è prestigiosa e io corro da poco e sono anche oltre i limiti di età. So che è una occasione unica, cerco di sfruttarla al meglio. Nel nome di Coppi imparo i segreti della velocità e alleno fisico e testa. In quel luogo che sa di ciclismo eroico, un capitolo che Moser apre volentieri e lo spunto lo dà ancora raccontare di Aldo, suo fratello, per tutti lo ‘zio Aldo’.

Di auto se ne vedevano poche, quando ero bambino, in Val di Cembra, così quando Aldo arrivava a casa con l’ammiraglia della squadra era una grande festa per tutti. Facevo quell’ultimo pezzo di strada fiancheggiando la macchina, come un accompagnatore: la sensazione era come scortare un aereo, un missile. Era un segnale di attrazione verso quel suo mondo popolato di compagnie fantastiche, come quella di Bartali. Gino veniva spesso a trovarci, con Aldo. E si parlava del loro ciclismo. Un mito. Si finiva spesso in cantina, a bere vino buono attaccati  alla stufa.

COME UNA MOTOCICLETTA. Ci sono anche un record dell’ora e un campionato del mondo a unire Coppi e Moser, e Moser a Coppi. In ordine esattamente opposto: Fausto ha 23 anni quando al Vigorelli batte il primato del francese Archambaud e Francesco, invece, ne ha quasi 33 quando sale a Città del Messico e per due volte cancella supera Merckx, la seconda è il 51,151 come uno dei suoi. Anche il papà di Fausto, Domenico, era sensale di vini e il nipote, Francesco, alla Vigne Marina Coppi produce anche due timorassi dedicati al nonno. A 33 anni Coppi conquista il mondiale a Lugano. L’iride di Francesco quando ne ha 26. Perché  anche i numeri sono storie di vita e quando si incrociano, o si sovrappongono hanno un valore  ancora più grande, come una pennellata intensa nell’affresco dell’umanità.

Il 1952 di Fausto è trionfale, il 1953 inizia in salita. Con un grande dolore: il 21 gennaio, meno di due anni dopo la tragica morte di Serse, si spegne la più piccola delle sorelle, Claudina, la ‘Dina’, ha solo 35 anni, un male incurabile non le dà scampo. A lei Fausto dedica le prime vittorie, in pista, individuale e omnium a coppie insieme al giovane professionista di Arquata Mino De Rossi. Ma alla Milano – Sanremo vince l’astro nascente della Bianchi e del ciclismo italiano, Loretto Petrucci, e bissa il successo dell’anno prima. E’ il corridore del momento, anche un po’ sfrontato: al traguardo, pungolato dai giornalisti, si lascia scappare una frase che a Coppi proprio non va giù, lui che con i suoi gregari ha sempre avuto un rapporto speciale.

Fausto  deve rassegnarsi, il futuro è mio. Ha quasi 34 anni, si sta avviando alla fine della carriera. Lo dice convinto, Petrucci, e il suo capitano non dimentica: il toscano aggiunge altri successi, è in fuga alla Parigi – Roubaix, che Coppi non corre perché è influenzato e vuole preparare il Giro. Dopo il rifornimento, però, Petrucci inizia ad accusare dolori di stomaco e dissenteria, si ferma più volte a bordo strada e poi si ritira. Le ragioni di quella crisi improvvisa Petrucci le scopre qualche tempo dopo, da Biagio Cavanna: troppe vittorie, l’atteggiamento sfrontato che turba gli equilibri all’interno della Bianchi. Soprattutto quelle parole e quei toni contro Fausto. In quel ciclismo spietato e anche un po’ beffardo la lezione è sotto forma di gocce di Gutalax.

Coppi vince in pista, al Vigorelli, il 25 aprile batte anche il campione del mondo in carica dell’inseguimento, l’australiano Sydney Patterson. Ma su strada  fatica e chiude nelle retrovie, al Giro del Piemonte che nel 1939 lo ha consacrato e anche al Giro di Campania. Il Giro si avvicina, Fausto punta al pokerissimo, anche per dire a Petrucci, e al mondo, che non è finito. Fra i i favoriti della prima edizione in cui le telecamere Rai immortalano la partenza da Milano.

Non è il solo: anche Bartali, Magni e Koblet. Dopo  la cronometro Grosseto – Follonica lo svizzero è il nuovo leader e Fausto accusa un ritardo di 1’21”, ma recupera grazie al successo nella crono a squadra all’autodromo di Modena. Resta a 55” e ha fiducia, ma sul traguardo di Auronzo perde un altro minuto. Deve attaccare se vuole conquistare il quinto Giro: un duello emozionante, sul Pordoi Fausto ha 1’40” di vantaggio su Koblet che, però, lo riprende in discesa e l’unica soddisfazione è il successo a Bolzano, che non cambia la classifica.

Sembra fatta per l’elvetico, ma c’è ancora lo Stelvio, novità assoluta e grande incognita. Tappa breve e frenetica, solo 125 chilometri da Bolzano a Bormio. Carrea e Gismondi forzano il ritmo fin da subito, a Trafoi. Coppi si avvicina a Nino Defilippis, Te la senti di dare un colpetto?. Se glielo chiede Fausto, il Cit lo fa, guadagna un centinaio di metri e Koblet cade nella trappola, va a riprenderlo. Senza riuscirci: si stanca, spreca energie, Coppi scatta, lo supera, in un solo tornante raggiunge anche Defilippis e se ne va.

Mai più visto niente di simile nella mia vita – il racconto di Nino – Come se mi avesse superato una moto. La motocicletta  vola, tra pareti di neve, scenario da impresa, tra fiaba e fantascienza,. Un tifoso emiliano, Agostino Corradini, è salito fino a lì per lasciare, sulla neve, come scolpito, del ‘W Coppi’ che i fotografi immortalano mentre Fausto pedala, aquila rapace e solitaria sul tetto del Giro.

Koblet arranca, sullo Stelvio  ha più di quattro minuti, in discesa cade due volte e fora. Anche Coppi buca, ma al traguardo, a Bormio, ha 3’28” sullo svizzero. Il ‘miracolo dello Stelvio’ è compiuto, il quinto Giro è suo, Mario Ferretti  lo annuncia con quella poesia straordinaria scritta e recitata  il giorno della Cuneo – Pinerolo del 1949, un uomo solo al comando, la sua maglia è biancoceleste, il suo nome è Fausto Coppi.

 

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