Tarcisio Persegona era ed è uno di noi oltre il Gavia. Oltre i suoi 500 Gavia, che sono diventati 530 o qualcosa del genere. Uno in più non fa la differenza. L’ultimo la fa. Ed è quello pedalato con Francesco Moser, a ferragosto, un rito per quei due. Amici da sempre.

Per Tarcisio il ciclismo era: Coppi e la sua maglia di lana celeste da indossare in bicicletta, Moser, di cui era tifosissimo e il Gavia. Poi c’erano i tanti amici. COmpresi quelli attorno alla Tre Colli e a Serravalle Scrivia, al Museo dei Campionissimi di Novi Ligure, alla famiglia Coppi. Tarcisio era ed è il ciclismo d’un tempo che sta a lui come un signore d’un tempo. E del ciclismo.

Francesco Moser, fraterno amico, commosso ricorda: La nostra è  un’amicizia che affonda le sue radici nel Giro, intendendo il Giro di Torriani. Ci eravamo conosciuti meglio al seguito della carovana, quando anche io ero nell’ organizzazione. Avevamo subito stabilito un filo diretto. 

Aveva questa mania del Gavia, non distante da casa mia, e così abbiamo iniziato a pedalare insieme su quella salita: l’ultima volta l’abbiamo fatta a ferragosto e come ogni volta era sempre una festa:  gli dissi adesso basta, devi smetterla con il Gavia, guarda che è troppo impegnativo … Non mi ascoltava ed era il suo bello. Un uomo tosto d’altri tempi. C’era qualcosa di particolare fra noi. Casualità vuole che anche mia figlia Francesca sia nata il suo stesso giorno. 10 novembre. Anche per questo Tarcisio era per noi uno di famiglia. E sabato avrebbe compiuto 80 anni.

Tarcisio Persegona era ed è uno di noi anche quando si tratta di presentare un libro che racconta la storia della scuola di ciclismo di Biagio Cavanna, I Portacolori della Siof (edito Museo del Ghisallo). Alla fine della storia in bianco e nero che parla della terra di Coppi e dei suoi gregari, persino dei gregari dei gregari,  c’è questo capitolo che Tarcisio ha saputo colorare di celeste. Alla sua maniera e che fa così:

Ci vuole coraggio a fare il Dilettante. Ci vuole coraggio anche a sponsorizzarli. Certo, un impegno, una dedizione, concreta come vincere una corsa. O anche solo partecipare. Arrivare in fondo. Un impegno come quello che faceva la Siof. Una dedizione come fanno oggi molte altre realtà simili alla Siof, mosse (esattamente come 70 anni fa) soprattutto da passione e valori, prima che arrivi il ritorno vero e proprio, il quale c’è sempre, perché se le cose sono fatte bene… E non c’è nemmeno bisogno di esagerare troppo con l’ansia del risultato, dei premi, della gloria.

Ci vuole coraggio – ieri come oggi – a mettersi in bicicletta. E pedalare. Una, due, ottanta, forse anche cento volte sulla salita dello Stelvio, del Gavia. Tarcisio, per tutti “Il Persegona”, è appunto uno di noi: perché lui, in bicicletta, ci mette coraggio.

La fatica della salita lo esalta. Personalmente lo esalta e non se ne vanta mai: lo fa con la semplicità dei puri. Ma poi, quando c’è da ragionare sul futuro di questo ciclismo cosa fa, Il Persegona? Mette la scritta (TreColli) sulla maglia di ragazzi – dilettanti – li fa pedalare sulle strade del Campionissimo, li organizza anche come una squadra, perché ci crede. Crede in loro e nel loro destino. Che non è mai un destino del singolo: è vero, la scuola di Cavanna, scuola di ciclismo, è la dimostrazione antica  che questo sport non è per individualisti. Ma per Uomini Squadra.

La è soprattutto quando si parla di dilettanti, quelli che chiamavamo e chiamiamo ancora nell’ambiente “i puri”. Ti spiega Tarcisio Persegona: I Dilettanti, i puri, sono quelli che corrono per imparare a correre. A diventare dei campioni professionisti del futuro. Sinché sono puri, i dilettanti, sono ragazzi che imparano a mettere da parte l’egoismo che pure nello sport serve e servirà tanto più avanti, mettere da parte le ambizioni personali perché l’obiettivo è quello della Squadra. Onorare la Maglia. Correre per quella scritta che caratterizza, che fa appartenenza.

Un ragazzo che lavora sodo e fa fatica, corre rischi, si dedica e accetta i sacrifici per un logo, per la sua maglia, è un Dilettante, un Puro, cresciuto inconsapevolmente proprio alla scuola di Cavanna.  Questo è il pane del ciclismo. Quello che ti fa sì puntare ad arrivare in cima, persino 400 volte sul Gavia, ma ai piedi di quella salita è bello, ancora più bello, arrivarci perché ti ci porta qualcuno. Un compagno di squadra, di fuga, di allenamento, di sacrificio, di scuola. Un amico. Più di tutto un amico.

Ti spiega così Tarcisio e la faccenda, anche quella di Cavanna & Company, lui la spiega così:  Un Uomo Squadra la pensa in questo modo: corre per un obiettivo comune. Ieri, settant’anni fa, come oggi. E credo, tutto sommato ci credo, anche domani sarà ancora una così.

Fine della storia. O buon inizio di un’altra storia. La strada impenna, Tarcisio è già davanti. Ricurvo sul manubrio e sorridente. Come sempre. Solo con la sua dolce voglia di fare fatica. Con la sua maglia, di lana, con i buchi dei tarli, con la sua Bianchi: è biancoceleste, la maglia e la bici, guarda caso, le sue preferite, sono proprio ancora di quel colore. Di più. La sua compagna, è una bici che era di Fausto. COPPI. Non dici altro. Non serve.

Foto CHTognela per VigneMarinaCoppi – Giro100, Castellania Maggio 2017

 

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