Un museo della bicicletta è la risposta a chi parla di crisi generale del ciclismo come di sport lasciato indietro dai tempi. A patto che sia vietato l’ingresso al museo a chi soltanto sospira, a chi ispirato da gloriosi nostalgici scheletri di ferro non si accorge che adesso le ossature sono di titanio, di carbonio, ospitano tecnologie avanzate, si predispongono all’aiuto dell’elettrificazione, insomma vivono i tempi.

Così scrive il mitico GPO, quando gli chiediamo un commento che tratteggi la nascita del Museo Alessandria Città delle Biciclette, capoluogo delle due ruote e di un Piemonte che pedala (e calcia con la maglia granata) da sempre nel suo cuore.

Scrive e lo pubblichiamo tutto d’un fiato questo pezzo del grande Gianpaolo (tutto attaccato come dice lui) Ormezzano, scrittore, autore, giornalista, da poche settimane arruolato per dare lustro al dorso di Torino del quotidiano nazionale Corriere della Sera…  

Scrittore, giornalista, inviato, commentatore e grande appassionato di sport e cultura sportiva, Gianpaolo Ormezzano scrive anche per il teatro. Qui con il suo team Campionissime, un lavoro che sta portando in giro nei teatri italiani

(…) Il museo di ciò che fu deve essere inteso anche come laboratorio di  ciò che sarà. Adesso che deve prendersi le strade, difendersi dalle auto, offrire svago sui monti, sulle nevi, e perché no presto anche sulle acque, la bicicletta accetta di farsi mummia proprio per dirsi, da essa diversa. Per dirsi viva.

Nel capoluogo della provincia che forse ha la più alta densità di campioni dello sport al mondo, massì, dal ciclismo – e pazienza se talora dei sospiri e delle ingenuità  anche chimiche – al calcio delle disfatte e delle lamentazioni presuntuose, la bicicletta si fa preziosa dei suoi ricordi, ma deve anche occupare il presente, l’attualità, e prenotare il futuro.  Il mondo inquinato ha bisogno della bicicletta per vivere e sopravvivere, lo sport (sport, non gioco o giocaccio) ha bisogno del ciclismo per conservare umanità a se stesso e vivere umanisticamente i tempi senza patirne il diktat. Su biciclette profondamente diverse e assortite rispetto al cavallo d’acciaio d’antan si celebra ormai ogni giorno  una sorta di nuova resistenza di fronte al progresso altro, quello del diavolo. E il ciclismo è ormai diventato il primo sport praticato al mondo, per bipedi in cinque continenti, per dodici mesi di gare all’anno nei due emisferi, per varietà di razze dei pedalatori, per la presenza forte della donna.

 Non dobbiamo condannare alla decadenza il ciclismo, e con esso la bicicletta, per nostra sospirosa datatissima nostalgia dei tempi andati, quando nel nostro Strapaese si pensava che il villaggio agonistico italo-franco-belga fosse il mondo. Non dobbiamo essere soltanto italiani, quando c’è un mondo da pedalare.

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