Il maratoneta sfida se stesso, i propri limiti. Il ciclista è, invece, come Icaro: è un visionario che non teme la fatica e per raggiungere la gloria sfida la natura. Il ciclismo ai tempi di Facebook è ancora questo, benché ci dicano che oggi, se non hai il telaio in carbonio, il cambio elettronico, le tabelle d’allenamento, la dieta bilanciata, i misuratori di potenza, non puoi vincere il Giro d’Italia. Ditemi quello che vi pare, parlatemi pure di doping, scienza, tecnica, tecnologia, ma se il ciclismo ha ancora un senso, oggi, è perché in fondo, la sua natura non è cambiata da quel primo Giro d’Italia, vinto da Luisìn Ganna, nel 1909.

Il decaologo del Girino. Anni Trenta (archivio Severino Canavesi)

Come potrà mai, una Corsa ciclistica, tenere banco nella casa di una tra le tante signora Luisa d’Italia? La penisola parla di migranti, legittima difesa, Buffon e Higuaìn, Donnarumma e Beppe Grillo. Renzi e Salvini, Maria De Filippi, Valentino Rossi e Vettel e a tavola sempre attenti a non meritare parolacce da Cracco. L’Italia dei signor Rossi e Mohammed, dello stipendio da far bastare, dello smartphone da sostituire, potrà mai fermarsi a guardare un Thibaut Pinot o un Edward Ravasi pedalare davanti a una telecamera?

Nibali pensaci tu. Pensateci voi, girini, a riportare il ciclismo dentro le case degli italiani, fateci affacciare alle finestre, aspettare a bordo strada, strappando sorrisi, lacrime di gioia, batticuore e ricordi d’infanzia. Il ciclismo non ha perso la sua natura, ed è l’unica sua possibilità di sopravvivere a chi lo vuole più business o telegenico, mediatico e calcolabile: per fortuna,  il ciclismo rimane la più autentica rappresentazione della vita. Un uomo che pedala è un sognatore che sceglie la strada più ripida e difficile per conquistarsi un traguardo: è l’esempio, l’eroe che vorremmo essere, il cavaliere senza macchia, il protagonista di un romanzo che avremmo voluto scrivere, ma non ci siamo mai riusciti. Sfida la natura, sì con le gambe e il coraggio, ma anche con l’ingegno e la semplicità: metteteci tutta la tecnologia che volete, ma la fortuna e l’anima di una bicicletta restano la sua magica, geniale, semplicità. Per tutti. Impagabile, la possibilità per chiunque, di sentire l’ebbrezza del vento in faccia, di tornare bambini, col fiatone e la voglia di prendere il volo verso il cielo, pedalando, vincendo la forza di gravità.

Quintana, Mollema, Landa, Jungels, Yates, Mareczko e, a ruota tutti gli altri: regalate umanità, ricordatevi di raccontare una storia, una grande avventura in sella alle vostre super specialissime.  La Sardegna imbandierata da mesi, poi la Sicilia tutta, già emozionata, poi ancora la Calabria e la Puglia e più su, dall’Umbria agli Appennini, alle Alpi fino all’ultima pianura, quella di Milano: c’è un’Italia che sarà uno scenario strepitoso per questa grande, meravigliosa, rappresentazione della fatica e della gloria, della sfortuna e della forza. In una parola, della vita.

Il ciclismo non è uno sport, è molto di più: chi lo considera un esercizio di cosce e polpacci, una questione di watt e gallerie del vento, non ha capito niente. Da Luigi Ganna a Nibali, passando per i grandi protagonisti della letteratura sportiva, sono entrati in tanti nel cuore degli italiani grazie alla propria anima di sognatori. C’è un palcoscenico per ciclisti, di gente come noi, che non si accontenta, monta in sella e prova a cambiare il destino proprio e degli altri: anche gli ultimi, spesso, hanno saputo entrare nel cuore degli italiani meglio dei vincitori. Il senso del ciclismo, oggi, nell’era dei social media e dei predicatori del “tutto senza fatica”, è proprio la sua natura popolare. Eterna.  Avranno più valore di tante parole a vanvera di critici ed esperti, il sorriso o la smorfia di fatica di un pedalatore onesto, emozioni vere e non virtuali, regalate a un bambino, a una signora, a un operaio o un pescatore a bordo strada. Emozioni che ognuno conserverà almeno una notte, per riflettere sulla vita.

Tutti i partenti alla 100esima edizione del Giro d’Italia.

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