Karel Van Wijnendaele, 104 anni fa, sembrava aver avuto soltanto un’idea bizzarra. Alle porte di Gent, fece partire la prima edizione del Giro delle Fiandre: gli diedero corda un manipolo di sognatori, gente con tanta fame e voglia di cambiare la propria vita con la bicicletta, o semplicemente con la necessità di portarsi a casa qualche soldo in premio. Era il 1913, in un’Europa che non aveva ancora conosciuto le due guerre mondiali e in un Belgio povero in canna. Eppure il vecchio Karel ci aveva visto giusto: perché quello che aveva in mente non era una normale corsa ciclistica, bensì una gara legata inscidibilmente alla terra e all’orgoglio della gente.

2 aprile 2017, sulle strade del Giro delle Fiandre, c’erano non meno di un milione e mezzo di persone: su ogni muro, uno stadio, fiumi di birra, selve di bandiere gialle con gli immancabili leoni. La piazza di Anversa, non più quella di Bruges, non ha cambiato di molto lo scenario, anzi, lo ha arricchito. Anche quest’anno, è andata in scena la corsa dell’orgoglio di un popolo. E a vincere, nella corsa che fa palpitare interi villagi per mesi, è stato un vallone, un signore che solo qualche anno fa, sarebbe stato difficile da far amare ai fiamminghi. Gilbert ha unito il Belgio, con l’impresa che ogni appassionato di ciclismo sogna di vedere. Tremavano le pietre a ogni passaggio dei corridori, la festa della Ronde, non se la dimenticheranno mai, i fiamminghi.

E il messaggio è chiaro, 104 anni fa, come oggi. Il ciclismo non è uno sport da videogioco, non è una pianta che puoi far crescere ovunque: ci vuole il terreno adatto, ci vuole il clima, ci vuole il suo ambiente. Il ciclismo, quello vero, deve la sua fortuna al legame stretto e inscindibile al territorio, a luoghi che sono veri e propri santuari. Una grande lezione, l’ennesima, spedita ai cretini delle stanze dei bottoni, quelli che si ostinano a far passare il ciclismo per una formula uno qualsiasi, per uno sport che puoi riprodurre ovunque, in ogni contesto, calato dall’alto. Un messaggio a quelli che insistono a lucrare mandando i corridori a correre tra i cammelli: è come piantare ulivi a Courmayeur.

Karel Van Wijnendaele, l’ideatore del Giro delle Fiandre

Quelli che… il ciclismo va esportato ovunque e intanto muore, si spegne, dove c’era la tradizione, dove c’era il terreno ideale: penso a un Giro d’Italia che si ostina a scimmiottare il Tour. Un Giro d’Italia che non vedrà, nell’edizione numero 100, nessuna squadra italiana al via. Penso alle tante classiche che nel nostro Paese non si corrono più o sono degradate a corsette.

Oggi il Fiandre è la corsa più bella del mondo perché è l’orgoglio di una Nazione, si è investito su qualcosa che va oltre lo sport inteso come giochino da diretta tv e stadi chiusi: la terra, il popolo, i luoghi “sacri”. Anche noi ne avremmo, basterebbe avere voglia di lavorarci seriamente.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.