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Di Luca Guercilena

Quel 9 maggio 2011 non me lo posso dimenticare. Impossibile. Ed è incredibile come tutto il ciclismo sia ancora con la mente a quel giorno. In ammiraglia, quel pomeriggio, si scherzava con Tim, l’addetto stampa, che era alla sua prima esperienza in corsa e lamentava qualche problemino di stomaco: a venir giù dal passo del Bocco, con le strade strette e tortuose, per una persona non abituata alle tappe in ammiraglia… la nausea era il minimo.

Poi ho sentito la voce di Rossella, l’immancabile conduttrice di Radio Corsa, avvertire: «Brutta caduta Leopard». Uno dei nostri: già ci si preparava a un “classico”, clavicola rotta o simile… Dopo una ventina di secondi, eravamo sul posto: stavo già pensando a come rincuorare il nostro corridore, non sapevo ancora chi fosse caduto… Di solito, è a bordo strada, lo aiuti a rialzarsi oppure stai con lui e gli fai coraggio.

Foto Tim DeWaele

Foto Tim DeWaele

E, invece, mi sono precipitato in strada e mi sono trovato di fronte a un’immagine terribile, quella che forse in tivù, gli appassioanti avevano già visto: Wouter, era Wouter Weylandt, a terra, esanime. Ero di fronte alla tragedia, così, senza nemmeno rendermi conto. Cercavo di stare lì, accanto ai medici, accanto a Wouter, ma non era facile, perché veniva la tentazione di non guardare, di andare via: e sono rimasto fino all’ultimo. Fino al momento davvero difficile, quando il dottor Tredici, il medico del Giro, mi porse il foglio da firmare: il foglio del decesso.  Immagini che non si possono rimuovere: così come la sera in ospedale. Ero da solo, avevo preferito andare io, c’era la prassi del riconoscimento del cadavere. E non volevo dare ulteriore dolore ai famigliari che nel frattempo stavano arrivando lì: Wouter era ancora come l’avevano raccolto dalla strada, con la sua maglia Leopard. Era l’amico, il ragazzo che avevo salutato la mattina con un “ci vediamo all’arrivo”.

Sono passati due anni, io ho appena lasciato la carovana del Giro d’Italia per raggiungere il resto della mia squadra al Giro di California: e mi dispiace, avrei voluto esserci. Ma con la testa sono ancora là, su quella strada vicino al passo del Bocco.

La tragedia di Wouter Weylandt ha colpito tutti, ma proprio tutti: e ha smosso le emozioni di un intero popolo, quello del ciclismo. Questo sport ha pianto altri morti, ma le immagini televisive di quel giorno, hanno coinvolto e fatto piangere tante, tantissime persone. E il ciclismo, in quell’occasione e ancora oggi, si è come compattato: come una famiglia, come se tutti avessimo perso un fratello o un parente, Uno di noi. Trovo molto bello che ancora oggi, pensando a Wouter ci sia questo senso come di appartenenza famigliare. La sua famiglia, quella vera, cerca ancora di frequentare questo ambiente, ma non è facile, perché il ciclismo è stato sì la vita, ma anche la morte di Wouter. Anche quest’anno, però, la famiglia di Wouter tornerà al Giro, probabilmente fra un paio di settimane: non sarà facile per loro, ma la famiglia del ciclismo, credo, li tratterà come le loro mamme e i loro fratelli.

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