#Giro2016 – Il Giro se lo meritava Baslòt. Ma, nel 1090, la classifica era a punti: primo Giro d’Italia, quello di Ganna Luisìn, il muratore varesotto. E a Roccaraso vide i sorci verdi. Quattro forature, “boia mund lader” sugli Appennini, direzione Napoli. Passavano di lì i corridori, un manipolo di Don Chisciotte, altro che plotone o carovana: il primo Giro d’Italia era un’avventura, non una corsa. L’avventuriero Giovanni Rossignoli, detto Baslòt, era il più affamato: sprintava sui traguardi con la stessa grinta con cui svuotava le scodelle di minestra, i baslòt appunto, ogni sera.

«Nel ciclismo vinci se hai fame», ribadisce Salvo, gregario anni Ottanta, categoria Allievi, oggi chef,

Ul baslòt di minestra

Ul baslòt di minestra

che senza moine televisive, diventa cuoco, semplicemente cuoco. Abituato a sfamare operai e gente di passaggio, lì sulla provinciale. I ciclisti da quel posto ci passano di rado, a far incazzare gli automobilisti con i loro grupponi sconclusionati. «Pedalare in gruppo sulla provinciale, il sabato mattina, è da idioti. T’el disi mì, che in bici ci faccio ben altro, sulle colline, lontano da questo mondo».

A Roccaraso, al Giro 2016, primo è arriva Tim Wellens, che nelle osterie medie d’Italia, le ultime col cuore ciclistico, ottiene un bel “bravo” e finisce lì. Nessuno sa chi è, da queste parti, e domani, magari, sparirà per sempre dentro i meandri variopinti del gruppo.

La fame, quella di Rossignoli, c’ è ancora?  Difficile a credersi se ci si sofferma a guardare il fisico da foto modello a dieta di Tom Dumoulin, che dalla tivù, ogni tanto vien fuori a pubblicizzare uno shampoo tedesco. «Ah lo shampoo tedesco, te li mette già a posto, con la riga in mezzo», si scherza ai banconi generosi che sanno ancora di trippa. Tom Dumoulin è lo spilungone con la maglia rosa, quello che sarà certamente protagonista ancora, nei prossimi giorni e chissà fino a quando.

La sua fame farebbe ridere a crepapelle il vecchio Rossignoli Baslòt, davanti a una bistecca, la sera: però l’hanno vista tutti, quando, invece di difendersi, sulla prima salita ha attaccato. In faccia a tutti i favoriti.

Lo shampoo tedesco che piace alla maglia rosa: nella Giant Alpecin, tempi duri per i calvi

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Il mal di pancia è venuto agli altri, a cominciare da Nibali, superato e annicchilito dal lungagnone olandese, a pochissimi chilometri dal traguardo. «Ma cos’è che schiacciano sul manubrio? Il pilota automatico?». Lo notano anche i clienti più brilli: i corridori, tagliando il traguardo, si concentrano tutti sul computerino che hanno sul manubrio. Quasi per accertarsi che l’amico elettronico dica loro: “E’ finita, puoi scendere di sella”.

1909 giroTelecomandati. Baslòt, se dovesse resuscitare oggi, non saprebbe nemmeno cosa vorrebbe dire, quella parola. All’epoca, a comandare era il sole, si doveva arrivare prima di notte, se possibile: il sole e la fame. Nibali, a Roccaraso, ha incassato male la sconfitta. All’attacco più per dovere che per convizione, non poteva finire bene. E si viene a sapere, leggendo e curiosando tra le notizie, che ha dare l’ordine di scattare, fuori tempo e fuori gambe, l’ha dato l’ammiraglia. Ma come?! Un campione, vincitore di tre grandi Giri ha bisogno di una radiolina nell’orecchio per leggere e capire la corsa? Che succede, Vincé, ti stai Frommizzando? Nibali, con la valigia in una mano e la bicicletta nell’altra, che da Messina prendeva il treno e andava a cercar fortuna al Nord: ritrova quella fame e molla la radiolina.

Vien da pensare al Baslòt, che passava di là, con Ganna che cristava a bordo strada contro la gomma bucata.  Ancora bucata. Passava di là, Rossignoli, con Gerbi e Cuniolo, incassando i “vai Gnoli!” da pastori e contadini.

Dipinto di Rob Ijbema. Il coraggio non è sempre un ruggito. A volte il coraggio è la calma voce alla fine del giorno che dice: 'Proverò di nuovo domani'

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A volte il coraggio è la calma voce alla fine del giorno che dice: ‘Proverò di nuovo domani’

Rossignoli Giovanni di Borgo Ticino: Pavia? No, Borgo Ticino, per cortesia. E in bici non aveva coraggio, ma fame. Il coraggio, per lui, non aveva a che fare con la fatica, compagna di sempre, ma con le situazioni non sue. Come quella volta che ebbe l’onore di parlare col re, Vittorio Emanuele III: «Ho saputo che è di Pavia e si chiama Rossignoli» gli disse il sovrano. Baslòt non poteva dargli ragione: «No. maestà, mei sum dal Burg Tzei».

E mentre Dumoulin è andato a farsi lo shampoo tedesco, pensando alle patate lesse imposte dalla dieta, Nibali avrà ripensato alla sua idea di coraggio. L’avrà fatto certamente. Pre tornare a sbagliare con la propria testa, o vincere con le proprie gambe. «Mola al telefono, che te parèt al Nibali», sbotta Salvo da dietro il bancone, allungando uno scappellotto a suo figlio incollato allo smartphone. E che di bici, non se sa e non ne vuole sapere.

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