LibroCome l’avrebbe raccontato, nonno Indro? «Italiani, disobbedite, disobbedite sempre, anche nel Giro d’Italia. E’ solo così che si mandano all’aria le dittature dei capitani». Avrebbe probabilmente contestato le gerarchie: insomma, il vincitore morale sarebbe stato Michele Scarponi, il fedele gregario di Nibali, fondamentale per la clamorosa rimonta del siciliano.

Raccontare l’Italia, gli italiani, attraverso i colori, i rumori, gli odori, i respiri e i dialetti del gruppo, oggi sarebbe impresa complicata. Se fosse un galoppino, l’avrebbero mortificato da subito. Se fosse una vecchia firma, avrebbe ricevuto compassione. Oggi, vogliono ritmo: i capiredattori e direttori, chiedono quello. Rapidità al passo con i tempi e notizie da pruriti morbosi, in modo da scatenare migliaia di pollici sugli smartphone e clic a ripetizione dai computer di tutto il mondo. Avrebbe litigato al telefono, non ho dubbi, avrebbe preso a male parole il cerbero in redazione, perché gli avrebbero imposto di fare l’inviato, per tre settimane di Giro, rinchiuso costantemente in sala stampa: davanti alla tivù, con l’unico punto di vista uguale per tutti, bottigliette d’acqua minerale e un bel buffet di prodotti regionali a sbafo. Unico momento di eccitazione, la conferenza stampa del vincitore con domande in gran parte preconfezionate.

No, Indro non si sarebbe piegato alla rassegnazione della sala stampa. Non avrebbe mai accettato di fare uscire, su un quotidiano, articoli di cui il lettore conosceva o prevedeva già il contenuto. Il giornalismo scontato l’avrebbe mandato su tutte le furie.

Renzo Zanazzi al Giro d'Itaia 1948

Renzo Zanazzi al Giro d’Itaia 1948

Il trionfo di Nibali, il dramma di Kruijswijk, la resa da eroe di Chaves, le stoccate di Ulissi e Trentin, le sgroppate di Atapuma, le sconfitte di Moser, le invenzioni degli eroi di giornata, da Taaramae a Wellens: quanti colori, quante sfumature ha regalato il grande affresco del Giro d’Italia. Ma purtroppo, la cronaca, il racconto costruito sul posto, non esiste più, è fuori moda: basta la televisione, il resto va cercato in altro modo. Senza sfumature, meno reale e più virtuale. I volti e il sudore dei ciclisti, dentro a un’Italia non più democristiana, la provincia e i gregari di una volta, che non ci sono più o quasi. Vedere, toccare con mano, respirare le atmosfere di questo Giro: avrebbe confezionato un capolavoro, se l’avessero lasciato sulla strada a prendersi il vento in faccia del gruppo. Chissà quanto pepe ci avrebbe messo, nelle sue considerazioni “mascherate” su un’Italia  e gli italiani che ancora non hanno capito se siano renziani o grillini. Nibali, quasi un Bartali nostrano, l’avrebbe bollato come renziano, ma forse la politica non l’avrebbe più eccitato, confusa com’è l’Italietta di oggi.

Indro Montanelli in una foto dell'epoca in cui fu anche inviato al Giro

Indro Montanelli in una foto dell’epoca in cui fu anche inviato al Giro

“E’ la tecnica che uccide le favole, e il Giro d’Italia è una favola che ha commosso sino a ieri le folle”. Nonno Indro non le mandava a dire al giornalismo senza colore degli espertoni. Si può raccontare il Giro d’Italia anche senza sapere nulla di ciclismo, si può raccontare il Giro e l’Italia e parlare la stessa lingua degli italiani, si può raccontare il Giro d’Italia e cogliere odori, sapori, colori e sensazioni di una corsa che non è dello stesso monocolore mostrato dalla tivù, si può raccontare e convincere chattatori e social guru annoiati a prendere in mano un giornale e mettersi a leggere una storia, una storia che apre le menti e racconta qualcosa di più di un prestazione sportiva.

“Io sono entrato nel “Giro” con l’animo di chi non ci crede; ne esco dopo aver scoperto che, se le folle si adunano al suo passaggio con un entusiasmo che mai tribuno della plebe e vittoriose generale suscitò, una ragione ci sia”.

Nonno Indro avrebbe certamente tifato. Si può tifare e fare giornalismo corretto, un maestro lo saprebbe fare senza dividere i lettori, anzi radunandoli attorno alle proprie parole scritte, come gli antichi cantastorie di paese. Avrebbe tifato Kruijswijk, nonno Indro, perché è quello che ha perso nel modo più amaro, probabilmente ingiusto.  Poi, però, il Giro preconfezionato dalle sale stampa ha preso un’altra piega: “Come al solito, i competenti si sono sbagliati”.  E avrebbe goduto anche per Nibali, perché ha mandato all’aria le costruzioni ingessate e pseudoautorevoli dei soloni della tecnica. Non avrebbe trovato gli Ortelli, i Zanazzi, i Cecchi, i Ronconi, i Menon,  che egli amava più dei Bartali e dei Coppi. Tuttavia, anche quest’anno, tra i Visconti, gli Ulissi, i Busato e i Moser avrebbe trovato sicuramente l’ispirazione per un capolavoro, che la televisione non sarebbe mai stata in grado di raccontare.

 

“Indro al Giro”. Bello, da godere, da leggere tutto d’un fiato, per scoprire che, in un’epoca così lontana, c’è ancora qualcosa di attuale in quel Giro e in quell’Italia. Si è parlato, scritto, pubblicato tantissimo di Buzzati, Pratolini e Malaparte inviati in corsa. Di Montanelli, sul Giro d’Italia, si conosceva molto poco: di edizioni, ne fece solo paio, nel 1947 e nel 1948. Le cronache di Indro Montanelli sono curate da Andrea Schianchi per Rizzoli. Parlano poco i corridori, nelle sue cronache, ma Montanelli regala al lettore la sua straordinaria capacità di osservare, cogliere dettagli importanti, sfumature e colori. Racconta il Giro e l’Italia di quegli anni, ma lo fa con uno stile che potrebbe essere stato scritto ieri. Per questo, viene facile immaginare nonno Indro inviato, al Giro di Nibali.

Indro Montanelli, “Indro al Giro. Viaggio nell’Italia di Coppi e Bartali – cronache del 1947 e 1948”. A cura di Andrea Schianchi, editore Rizzoli, 249 pagine, 12,90 euro (versione Kindle 6,99 euro).

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.