Le Alpi e il Triveneto, dove l’attesa finisce e il Giro svela quasi tutta la sua trama, vittime e carnefici, eroi e miserabili. Colori e montagne, preghiere corali o bestemmie, canzonacce ubriache o lodi al creato: giorni di chiasso dentro a un’Italia che sembra una scultura perfetta, natura e paesi, lingue e dialetti, prati e nevai, cielo e acque.

Da Palmanova ad Andalo, giorni infiniti che sono finiti, finiti come l’attesa che non ha regalato imprese dei beniamini più attesi, ma lasciato spazio agli esercizi di pronuncia nelle bettole di provincia: la maglia rosa se ciama Crusvick o Nesquick? Chaves g’ha ciavà?

Amador e la Nieve, ma gh’è il sole? Valverde in mezzo alle montagne: e i fiori? Zakharin o zukurun?

Battute alcoliche, in pomeriggi molli, in cui ci si aspetta il momento esaltante e, invece, niente, arriva la crisi degli italiani, anzi dell’italiano. Lui, Vincenzo Nibali.

Anatomia2Ha vinto una Vuelta, un Tour, un Giro, un Lombardia, i tifosi lo sanno, lo scrivono sulle bacheche, sui Facebook, lo dicono a se stessi e a chi se la prende: tempo di pagelle, tutti bravi a criticare Vincenzo, il siciliano, che non vince più. Arriva il momento che perdi. «Dalle sconfitte nascono le grandi vittorie», ma anche no, sconfitte e vittorie fanno parte dello sport. Soprattutto quando a correre in bici c’è un “umano” come dice Nibali, anziché umanoidi robotizzati o quasi, come ne abbiamo visti tanti in tempi nemmeno troppo lontani.

Ha vinto parecchio Nibali e, ora, non ci si capacita che perda: come al capezzale di un grande malato si affollano in tanti, tra medici, stregoni, azzeccagarbugli, scienziati, tuttologi, giornalistoni e giornalistini. Da chi teme che sia malato davvero a chi s’atteggia a psicologo o psichiatra.

Si cercano colpe, mentre affiorano gli antipatici, quelli che sanno tutto di come si vince un Giro, quelli che, “ma Nibali, quando ha vinto, è perché gli altri sono caduti”. Cattiverie  ne fioriscono davvero tante, ed è un peccato che i tifosi italiani tutti non difendano una propria bandiera.

Sulle montagne più amate dal ciclismo, il carrozzone rosa ci è passato con tanti nomi nuovi, come Atapuma, che sembra un felino, o Jungels che ha un nome da centrocampista, Lopez Garcia che pare uscito da Zorro, Foliforov che pare una la marca di una pomata, Firsanov uno shampoo: fantasie linguistiche all’ombra di grigliate immense, bagnate col vino.

tifosoCon poche certezze: a cominciare da un Roberto Baggio, che è stato visto correre come uno stupido per svariati minuti, a impestare immagini e telecronache. O l’uomo leopardo, investito da una moto del seguito. La certezza, con o senza campioni, è l’idiota che corre in salita, accanto ai corridori, per voglia di selfie e protagonismo.

Salame e prosecco, polenta e formaggio fuso non sono mancati, con gli omini ubriachi che facevano le corsette barcollanti, a togliere il fiato, già al limite, dei corridori. E il Giro non è finito, le montagne piemontesi potrebbero raccontare ancora molto, di questo romanzo in parte già scritto.

Uomini nudi, in calzamaglia, vestiti da puffi, chissà… quale idiota si farà inquadrare dalle telecamere? Intanto, converrà imparare questo benedetto nome: Kruijswijk. Tocca far pratica, come in passato abbiamo fatto con De Muynck, Pollentier, Hampsten, Hesjedal, succederà ancora. Chi g’ha vinto, Nesquick?

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