Al centro anziani di Cassano d’Adda, al pizza kebab di Muggiò, dai barbieri della Calabria alle cantine del Chianti, ovvero in tutti i posti in cui il Giro d’Italia è passato alzando vento, schiamazzi, risate, battute e parolacce, oggi c’era silenzio. Una televisione accesa e silenzio, dieci, cento mille bocche semiaperte a guardarla, con pochi stuzzicadenti in bilico tra vecchie labbra segnate dai sigari e dal peperoncino. Bocche aperte, quando l’emozione ti porta dentro, dentro la televisione, rapito da qualcosa che deve essere circondato solo dal silenzio.

agnelloLe montagne e il ciclismo, strade che disegnano, scarabocchiano la natura che più si avvicina a Dio: e quando il cielo ti sembra di toccarlo, ogni impresa, soprattutto in bicicletta, non scatena grida da stadio, ma fa venire il groppo in gola. Le imprese del ciclismo commuovono, perché sono sempre legate anche al dramma di qualche sconfitto: la maglia rosa a gambe all’aria, dopo una capriola sulla neve, si è mostrata fragile. Sola. La sua storia si è intrecciata con quella di altri. Il gregario Scarponi lanciato verso la vittoria, che viene fermato per aiutare Nibali a realizzare l’impresa. Il russo Zakharin che rischia la vita e finisce fuori strada.

L’impresa e la resa, la vittoria e la sconfitta, in montagna hanno un sapore quasi sacro. Vincenzo Nibali e tutti gli altri, uomini in bici e non robot: alla faccia di quelli che riducono, o provano a ridurre, il ciclismo a una questione di watt, di tecnologia applicata. Come se fossimo di fronte a macchine: ecco, quel ciclismo, di uomini trasformati in macchine, non emozionava nessuno. Paragonare i ciclisti a macchine col motore fa venir voglia di elaborarli e modificarli quei motori. Il ciclismo, invece, ora ci di mostra che è roba da uomini ed è fatto di fiatone e lacrime, di voci strozzate e di lezioni di umiltà, di pensieri a mogli e figlie lasciate a casa, di patate lesse e pasta in bianco.

Nello sport, come nella vita, si vince e si perde. Nibali ha vinto e gioito, ha vinto di nuovo, dopo aver perso e sofferto.  La vita, insomma, non finisce oltre un traguardo di tappa, il giorno dopo si ricomincia: basta non spegnere il fuoco, il fuoco dentro, e lasciare che riprenda vigore.

follettiI folletti della Val Varaita avranno un bel raccontare, nelle notti di luna piena: già, la notte. Notte magica, come questa, nelle stanze dei corridori e sotto il cielo immenso della carovana del Giro. Notte di vigilia, prima che si decidano le sorti della corsa: corsa, sì, che è pur sempre un gioco, ma quando si è soli, in sella a una bicicletta, in mezzo a montagne e fiumi, fino a dove vivono le aquile, è un vero romanzo, una storia che lascia il segno nel cuore degli appassionati.

La notte di Nibali sembrerà un po’ magica, quella di Kruijswijk troppo corta, quella di Chaves troppo lunga. Con il silenzio a far viaggiare i loro pensieri ben oltre le sorgenti del Po, sul Monviso. Una foresta di pini cembri, che è la più grande d’Europa, ha visto passare carrozze e carrozzoni della carovana rosa fino a scendere in Francia. Il Giro d’Italia oltre confine è sembrato una corsetta amatoriale, con il paese bloccato da uno sciopero e poche persone al traguardo. I francesi amano solo il Tour, il resto è imitazione, anche quando invece è un’emozione unica, autentica.

Le imprese dei corridori, quando salgono in montagna, andrebbero respirate in silenzio, catturate in ogni loro essenza, senza sprecare parole. Giù, a valle, le partite a briscola s’interrompono, le macchine dei caffè si fermano e la televisione sintonizzata sul Giro impone il silenzio e l’emozione. Nibali, l’umano, aspetta l’alba senza paura: manca un capitolo per finire il romanzo. Una trama come questa, meriterebbe scrittori seri, e non scribacchini, spesso autocelebrati, come noi. Voltiamo pagina e vediamo come va a finire, ma lasciamo ai corridori e ai loro volti umani il privilegio di scriverla a modo loro, in silenzio, a colpi di pedale.

Una risposta

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