Bevuti anche gli Appennini. Dalla piattissima Olanda, alla calda Calabria e via lungo la spina dorsale italica. La provincia vera, il sale dell’Italia, il colore, il sapore, il suono vero di pietre antiche, rimaste in piedi, nonostante le speculazioni degli ultimi quarant’anni. Il Giro e il paesaggio, cinque giorni di autenticità italiana, quella che non finisce in cartolina, ma che vive e costruisce giorni migliori ogni giorno, in silenzio.

cicconeIl Giro e la provincia: uno colora l’altra e viceversa, dare e avere per un ciclismo che chiede agli italiani di affacciarsi ugualmente alle finestre, anche senza i Merckx, senza Bartali, senza Gimondi, senza Moser, senza Pantani. Il ciclismo vive di emozioni sincere, anche senza miti, miti che magari rivivranno nuovamente.

E così, la provincia ha aspettato e ricevuto il regalo di pochi secondi di vento rosa. Hanno aspettato e gioito. L’ha fatto il sarto di Poggio Picenze, come la casalinga di Campello sul Clitunno. Si sono emozionati tutti, dal facchino di Umdertide al salumiere di Monterchi, dal giornalaio di Anghiari al chierico di Madonna di Pietracupa, dal macellaio di Panzano in Chianti, al vigile di Sambuca Pistoiese, dal falegname di Serramazzoni, al lattaio di Fanano.

Appennini, la storia minima, ma fondamentale di quest’Italia, fatta da personaggi che sembrano minuscoli. Un mondo piccolo, come quello che ci regala il Giro,  con storie tutte nuove, come quelle di Gianluca Brambilla,  Primoz Roglic, Giulio Ciccone, Bob Jungels, Andrei Amador. Provinciali dall’Italia e dal mondo. Sembra proprio che questo Giro d’Italia, a parte l’esagerazione quasi sbruffona dei tedeschi in volata, voglia mostrarci altro: evidentemente c’è un ciclismo che sta cambiando, si sta rinnovando e propone nomi non di giganti consacrati, ma di ragazzi in ascesa.

Il Giro d'Italia, dipinto di Luigia Zilli

Il Giro d’Italia, dipinto di Luigia Zilli

In un giorno solo, attraverseranno la pianura padana, approssimandosi all’ombra delle Alpi: la carovana del Giro d’Italia passa e va, lasciandosi alle spalle lo stivale. Il padrone della corsa ancora non si vede: tifiamo Nibali e il folto gruppo di giovani dalle belle facce, corridori umili e gentili, che stanno recitando da protagonisti. Tifiamo Nibali perché in provincia ci vogliono atleti di cuore e di orgoglio per lasciare un segno: non ci si ricorda proprio più di un Quintana che passa una volta, vince e poi non lo rivedi più. Oppure di un Froome, che tutti considerano il numero uno, e che snobba il palcoscenico italiano. Corridori simbolo non ce ne sono più: solo Nibali, a questo punto, rappresenta la bandiera. Assieme, però, ai piccoli eroi di giornata.

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