#Giro2016 – Arriva il Giro, eccolo lassù, parte dall’Olanda. Ha riempito una piazza come un “live” di Madonna. E ora via, tre giorni di vento, noia, brividi e tivù, prima di tornare giù, oltre le Alpi. Gli italiani non capiscono perché il Giro d’Italia debba partire una volta dall’Olanda, un’altra dall’Inghilterra, un’altra volta ancora dalla Danimarca: la piazza di Apeldoorn è la risposta che sostituisce le parole. “Perché il Giro non ha confini” s’atteggiano gli intellettuali dello sport, a favor di telecamere e di marketing.

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In Olanda parla la passione, le parole ristagnano in Italia, tra mille tazzine sui banconi dei bar, ciclismo aroma caffè, Gazzetta stropicciata con pagine che fanno rumore, Gazzetta di carta profumata, Gazzetta in provincia. Perché la provincia è l’arena del ciclismo. In città si continua a parlare di calcio, anche col campionato senza più storia. Il ciclismo non è roba da gente di città, lì al massimo è un argomento snob o da alternativi. Il Giro è soprattutto un tesoro di provincia, coltivato da gente che sa ancora aspettare: perché il ciclismo vero, quello che rimane nel cuore, è fatto di attese. Non esistono dirette streaming, live cam on board o qualsiasi altro sfoggio digitale in grado di trasmettere passione: la passione è un germoglio che si coltiva immaginando il ciclismo, esattamente come facevano i nostri nonni. Davanti alla tivù si mortifica la fantasia, ma in provincia non ci si rassegna e si prova a immaginare quando passerà davanti al bar. Valgono più dieci secondi col vento in faccia, alzato da una maglia rosa inseguita da cento corridori, che ore e ore di diretta tivù con la palpebra che cala: quei dieci secondi non si dimenticano più e restano a perpetua memoria, a cominciare dalla foto scattata con lo smartphone e pubblicata su Facebook. Perché la provincia sarà pure antica, ma sui social ci naviga e perde la cognizione del tempo e del luogo: su Facebook non ci sono province, c’è un non luogo che sembra un po’ quella piazza di Apeldoorn vista alla tivù.

giro2Quell’Olanda in rosa, la provincia italiana proprio non la capisce, preferirebbe Modica, Termoli o Foligno. Eppure quella di Apeldoorn assomiglia tanto alle piazze viste dai figli della guerra, quelli che prima si menavano per Coppi o per Bartali e poi si ubriacavano tutti assieme. Come sono lontane quelle piazze.

La provincia si perde in un ricordo annebbiato, brontola e aspetta. Il resto è pettegolezzo sentito alla radio, notizie vere o distorte lette su internet, aggettivi e sostantivi di contorno pronunciati dalla tivù: Olanda sei troppo lontana per essere Italia, o forse troppo vicina. E, intanto, il ciclismo virtuale riporta a pensare, si costruiscono tappe immaginarie, si diventa tutti scalatori o tutti direttori sportivi: tre settimane in cui la provincia la sa lunga, più dei giornalisti che se la tirano, più di chi il Giro lo vede e lo tocca con mano. Si parlerà di bici col motorino, di vittorie più o meno dopate, di mille cretinate, di chi poteva fare il Giro e invece fa il Tour, dei freni a disco e delle bici troppo leggere, dei corridori che cascano sulle rotonde e delle moto troppo pericolose dentro la carovana. E intanto si aspetta, la provincia immagina quel momento in cui finalmente il gruppo passerà di lì. Pochi minuti, basteranno per un anno.

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