romanzi_famosiDovrebbero mostrarlo a scuola, questo Giro d’Italia, farlo rivedere e riascoltare. Un grande romanzo. Romanzo secondo il vero significato della parola, come lo insegnano i professori di letteratura. Il racconto è una storia che finisce con il punto. Il romanzo è molto di più, non finisce mai, è un intreccio di realtà e fantasia con personaggi e interpreti che costruiscono un grande mosaico della vita. Il Giro d’Italia come un grande romanzo sociale, dentro a una quotidianità di provincia, che non cessa mai di palpitare. Victor Hugo con i Miserabili, Alessandro Manzoni con i Promessi Sposi, Thomas Mann con i Buddenbrook non avrebbero saputo scrivere di meglio di fronte a questo enorme affresco sulla vita, sulla società, persino su noi stessi.

 

Ma sì, è solo una corsa in bicicletta: che racchiude, tuttavia, straordinarie lezioni di umanità. Una cosa a cui non siamo più abituati, confondendo invece lo sport con una guerra, una battaglia, una sfida per soldi o gloria, in cui conta solo vincere. Il romanzo racconta la vita, intrecciando storie di uomini: uomini che sbagliano, uomini che vincono, uomini forti e uomini deboli. L’umanità, in tutte le sue sfumature. L’unico rammarico è che, in questo ciclismo moderno, caschi e occhiali nascondano i volti dei corridori in bici, offuscandone l’espressione. Mai come in questo Giro, il ciclismo moderno è stato più teatrale.

Il mondo non è perfetto, l’uomo non è sempre il più nobile delle creature, così insegna la vita, così è anche il ciclismo. Ci sono le gioie, ma bisogna saper accettare la sconfitta come qualcosa di naturale: lo ha detto Nibali. Prima di lui, tanti filosofi. Lo ha detto Nibali, nei suoi momenti difficili di questo Giro. Tuttavia, la vita continua e bisogna reagire, ci insegna a non arrenderci. Nel bene e nel male, quanta umanità si è vista su bici ipertecnologiche, tra cielo e strada, fino in cima alle montagne, fino a sfiorare Dio e poi giù, dentro a traguardi che sono semplicemente barriere simboliche. Perché la vita continua: lo ha detto Esteban Chaves, un ragazzino che ci aiuta a vivere meglio, con poche parole e il suo esempio.

Ecco, la parola “esempio”, lo sport le dimentica troppo, troppo spesso: sì, certo, i moralisti, soprattutto i moralisti da poltrona, ci ricorderanno che certe lezioni non dovrebbero arrivare da una carovana di “non santi”, sovente pizzicati a barare e a doparsi. In fondo, in questo tempo in cui la velocità e comodità sono tutto, è più facile guardare sempre il dito e dimenticarsi, per sempre, la luna.

bruegelLo sport offre ancora un esempio, un insegnamento: e dà un senso alla parola “campione”, troppo spesso usata impropriamente. Il “Campione”, invece, dovrebbe essere un uomo, uno sportivo esemplare, con la sua storia e la sua vita (anche se non perfetta). Vista da questa angolatura, la semplice corsa in bicicletta, il Giro d’Italia, è in realtà una carovana di campioni. Tutti campioni di umanità. Ha vinto Nibali, ma non è l’unico vincitore.

Grazie a tutti voi, piccoli e ossuti ciclisti. Personaggi e interpreti di una scuola di vita, a volte commovente, fuori dal tempo. Personaggi e interpreti, tutti degno di un inchino e di un applauso: Nibali, Chaves, Kruijswijk, Scarponi, Ulissi, Valverde, Nieve, Cunego, Atapuma, Visconti, Taaramae, Foliforov, Amador, Moser, Trentin, Ciccone, Yamamoto, Busato, Kangert, Fuglsang, Zakharin, Brambilla, Amador, Dumoulin, Jungels, Kluge, Visconti, Roglic, Conti, Pirazzi, Pozzato, Maijka, Wellens e tutti gli altri, come i cento personaggi di una tela di Bruegel, piccoli e magari imperfetti, ma tutti fondamentali nel comporre uno straordinario capolavoro, di quelli che lasciano a bocca aperta, che fanno smettere gli italiani di fare ogni cosa e li portano a fermarsi davanti alla tivù, o a bordo strada, in attesa del Giro, sì, la più straordinaria rappresentazione popolare dell’Italia moderna.

Grazie a tutti voi, ciclisti, perché ci mostrate la bellezza della luna. Poco importa se saranno comunque in tanti a continuare a guardare solo il dito, a mascherare la pochezza delle tante considerazioni tecniche con  vanità e autorevolezza, a commentare da stupidi e cafoni sui social network, a fare i copisti e non più i giornalisti, a ridurre il ciclismo a un conteggio di watt e pedalate, a giudicare tutto come fosse un videogioco calcolato e calcolabile, a rimpiangere un passato che, chissà perché, sarebbe sempre migliore del presente. Saranno in tanti a vedere semplicemente uno sport, a volte reso noioso dalle telecronache o da chilometri d’inchiostro superflui. Grazia a tutti voi, ciclisti, perché comunque, sono in tanti ad aver visto quel che sapete regalare: molto più di una corsa ciclistica.

 

4 Responses

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