Tenete duro. Che presto s’arriva in Toscana. Dove si beve vino buono e non è solo Chianti. Tenete duro che la toscanità al Giro sta già dilagando. È quella di una tappa – prevista forse – ma ugualmente bella, portata a termine sul podio più alto da Diego Ulissi da Livorno. Toscanità in corsa, fra ieri e oggi: ricordi da scudieri, da sportivi, da diesse. Quel Fabbri che nel ’72 e nel ’76, vinse al Giro, e correva con Gimondi…   

#GIRO2016 – Tenete duro che i toscani, quando meno te l’aspetti, arrivano. E poi il ciclismo in lungo e in largo è popolato da loro. Anzi dalla loro toscanità… Quella di Fabrizio Fabbri, ad esempio. Professionista dal ’70 al ’79, uomo d’oro di grandi campioni come Gimondi, come Moser. Toscano di Ferruccia di Agliana, una carriera importante anche sull’ammiraglia. Squadrone Mapei soprattutto, con grandi soddisfazioni. Mondiali.

Si scollina dal profondo Sud ed eccolo il ricordo toscanissimo:  1972, Fabrizio Fabbri vinse la Foggia – Montesano Terme. Giro vinto da Fuente. Toscanità che racconta:  «si andò via Bellini ed io, lui era alla Molteni con Eddy Merckx, io ero con Felice Gimondi. Non tirava. Non poteva. Nel finale, sullo strappo, si andò via insieme, mi avvantaggiai e mi giocai una carta a tutti i costi. Avevo un segreto, un problemino che diventò un’arma vincente….»

Vale a dire? «Avevo un problema meccanico, proprio così, forse non l’ho raccontato a nessuno… mi si ruppe il morsetto della ruota davanti, avevamo ancora 10 km ed ero in fuga con Bellini appunto. Se avessi preso una buca con la ruota davanti sarei saltato via. Altro che vincere. Sull’ultimo strappetto ho preso le misure, in ammiraglia c’era Ferretti, partii lungo con il rischio di perdere, il mio compagno di fuga era un discreto corridore, non dovevo dare tutto per scontato, non potevo tuttavia scattare di progressione come da manuale, con quel problema tecnico ho forzato e tentato un allungo finale. Alla fine è andata bene!»

Toscanità dilagante, astuta, intelligente. Anche in quella tappa – stesse salite stesso Giro – che arrivò oltre Roccaraso, da Bagnoli Irpino a Roccaraso-Rifugio Aremogna:  «Si arrivò più alto di Roccaraso.  Era il 76, Giro vinto da Felice a 34 anni (Gimondi, ndr). Si  andò  via con una fuga da lontano con lunga di una decina di corridori,  sinceramente, lo ammetto, non tirai molto. Non potevo del resto. Ero alla Bianchi con Felice  e lui aveva la maglia rosa,  ero importante per lui in salita,  allora dovevo anche risparmiarmi, stare attento. Gli ordini di scuderia furono che entrassi nella fuga. Stop. Poi però mi trovai davanti e l’arrivo era in salita, adatto a me, così nel finale ero sicuramente più fresco degli altri. Vinsi».

F.Fabbri-2Vinse. Te lo dice come per scusarsi. Toscanità di ieri e di oggi: «Era un altro ciclismo, più umano, più preciso nelle regole. Allora i capitani vincevano, solo i nomi grossi andavano al podio, se si arrivava anche decimo della tappa non era proprio una bella cosa… significava che non avevi fatto appieno il tuo dovere: che era quello di risparmiarsi per il tuo capitano. Non di puntare tu alla classifica».

Toscanità fa rima con umanità. «Era l’umanità che si respirava ai circuiti, ne facevamo tanti, un anno mi ricordo di averne fatti anche 40, c’era più occasione di stare insieme e anche le mogli venivamo a quelle corse, diventavamo amiche fra loro. Sì era una grande famiglia. Negli ultimi anni da diesse mi stupivo e mi arrabbiavo, perché i miei corridori scrivevano mail, messaggi che arrivavano anche in Australia, e via dicendo, magari poi però non si parlavano fra di loro… Per me era una cosa inaccettabile».

Anche oggi, però, c’è chi punta ancora sul rapporto umano:  Scarponi-Nibali, come Fabbri – Gimondi in camera insieme. Ad esempio. Capitano e Scudiero… «Sicuro, sono così loro due. Ed è una cosa intelligente. Forse sì ero come Scarponi con Nibali quando correvo per Gimondi… Era un ciclismo molto meno sofisticato di quello di oggi che è così calcolato, ragionato, computerizzato, troppe metodologie e poca umanità. Chi la usa questa umanità sa che farà la differenza. Vincenzo è intelligente».

Che poi non era sempre tutto Rosa e fiori. «Posso dirlo, adesso, all’inizio con Gimondi bisticciammo, poi il rapporto è diventato ottimo. Ebbi una discussione ai primi approcci e mi dissi, Fabrizio, con Felice adesso o rompi o sarà un’amicizia per sempre. La salvammo e fu solo una discussione  costruttiva».

Per sempre appunto. «Da lì, da quel primo episodio, nacque una  reciproca stima che è viva ancora adesso. Alcune cose belle le ho apprese e gustate molto tempo dopo. Al momento, quando sei un corridore, sei preso dall’euforia della gara della carriera ma  poi viene fuori l’uomo. Come con Gimondi, anche se a volte era un po’ brontolone ma c’era da capirlo, all’epoca … anche perché ai tempi, lo ripeto, dovevano vincere loro, non si scappa, ed era tutta su di loro la responsabilità, sui capitani!».

F.Fabbri-1Tornando a lui, poi in camera, se sbagliavi qualcosa lo sentivi Felice… «Ma devo dire che c’era un bel rapporto, si parlava di tante cose, di tutto meno che di corse, era uno a cui piaceva parlar di tante cose… Mi chiamava Pipetta, un appellativo che mi aveva dato perché ogni tanto andavo in bagno e mi fumavo una sigarettina e lui mi beccava subito. Ancora oggi me lo ricorda, me lo dice in bergamasco… E si ride».  

Capitani e Scudieri, capitani ed avversari che litigavano di brutto… «Come Saronni e Moser, litigavano di brutto ma era agonismo e sportività, però vincevano anche di brutto». Precisa Fabbri.  A proposito di Moser, anche con Francesco Moser c’è un rapporto speciale: «Lui poi quando correva era un po’ toscano, diciamo che è cresciuto un po’ con la nostra mentalità, diciamo che ciclisticamente Moser è toscano. La sua toscanità la si vede molto anche oggi, l’ha acquisita nel suo essere espansivo, a volte troppo, sicuramente uno che sapeva dire troppe volte la verità e non era certo diplomatico… Tutti lo ricordano come lo sceriffo in gruppo, ma i primi anni per lui sono stati difficili,  si coalizzavano (nessuno escluso, anche il sottoscritto, ma era solo agonismo) contro di lui, la sua spontaneità, vi assicuro, l’ha pagata cara per 4 o 5 anni ma poi si è preso tutto. Come giusto».

Toscanità che vince come Ulissi a Praia a Mare? «Mi sono emozionato anche se me la aspettavo un po’, quando ho visto che è partito tranquillo, conoscevo quel finale, me lo ricordavo bene e sapevo che se scollinava bene… Sono contento per lui, per la Toscana, per questa vittoria. Ulissi è un bel corridore, ho un unico rammarichino:  lo vorrei vedere più spesso nelle classiche,  dopo 200 km, vorrei vedere in azione la sua classe in una Liegi o in una Amstel che sarebbero alla portata se prepara quelle distanze lì, sarebbe favoloso!».

Toscanità che a volte sconfina nell’affetto di uno svizzero quasi italiano, come Fabian Cancellara… «A Fabian voglio davvero bene, mirava alla maglia rosa di questo bel Giro e sono convinto che se fosse andato tutto liscio l’avrebbe conquistata. Da anni ci pensa. Gli voglio bene come a un figlio, ha debuttato con me alla Mapei, è un ragazzo d’oro. Chi lo conosce bene lo sa dove ha lui il motorino…».

Non serve aggiungere una parola. Anzi forse solo una: toscanità. Appunto.

VIDEO – A proposito di Felice Gimondi. Pochi giorni fa da Fazio con Merckx

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