CALTRANO

CALTRANO

  • No, domani non vengo mica nel campo a zappar patate. Domani vado a vedere i curidori. Andiamo prima lontano, e poi andiamo su, su, in alto. Ma in alto, in alto alto. A duemila metri. Domani vado sul Rolle. Con Aldo, il suo papà Lino, Romano, Gioanìn e gli altri.

Ho già gonfiato la bici. La mia me l’ha prestata el Bepo. Lui non viene, ha avuto la febbre e la sua mamma non lo lascia venire. Domani passa il Giro. C’è lo Svizzero davanti, in maglia rosa, ma domani il Gino Bartali li sbrega sù tuti. E non posso perdermelo per niente al mondo. Oggi sono arrivati a Vicenza, e non ho potuto andarli a vedere. Ma domani è sabato, domani non me li perdo.

La sua mamma, quella che lui chiama mamma ma che mamma non è, è la nonna Rosa, che tante ne ha passate in vita, e tira su col naso perennemente nero di tabacco da fiuto, si asciuga la goccia con la manica del grembiule, e tace. Sa che sarebbe inutile. E’ deciso, Mario ha deciso, domani va a vedere il Giro. Il gruppo di ciclisti appassionati lo guida Lino, che è adulto, ultraquarantenne, e i giovincelli adolescenti dietro. Come i pulcini ad una chioccia. Puoi star sicura, mamma-nonna Rosa. Dormi tranquilla, Mario è al sicuro.

  • Macché Gino che li sbrega su tutti, domani sarà il Fausto a dare la paglia al gruppo, vedrai.

  • Figurati, Coppi… L’è fuori forma, in classifica è a quasi quattro minuti da Koblet, e poi, oramai l’è arrivato, appagato, l’ha fatto i schei, ormai non vuol più faticare, l’anno passato ha vinto Sanremo, Giro, Tour, Lombardia. Non ha voglia quest’anno, di rompersi le balle.

Interviene Lino, e lui si, con poco dà la paglia a tutti:

  • Domani non so mica, chi vincerà. Lo sapremo domani sera dalla radio. So solamente che noi ci si deve alzare presto, prestissimo, se vogliamo essere sul Rolle prima di loro. La tappa parte da Vicenza, mica da Bologna, che vuoi che ci mettano, loro, ad arrivare sul Rolle. La Valsugana è tutta in pianura, fanno le Scale, che per loro è una salitina, e son là. Su ragazzi, a letto, che domani farete più fatica voi del Fausto e del Gino messi assieme. E poi, che cosa credete, quello svizzero, quello giovane del pettinino che piace tanto alle femminucce, il Koblet che ha la Rosa, guardate che è forte, che cosa credete. Non è mica solo bello, quello. Non piace mica solo alle ragazze, quello. Quello, la sa spingere la bicicletta, che cosa vi credete… Ha già vinto due tappe, e anche ieri a Vicenza, li ha lasciati tutti dietro. E per di più parte in rosa… Vabbè che ieri Bartali ha forato sul più bello e Coppi è caduto, ma lui, lo svizzero, il Pian delle Fugazze lo ha fatto come in moto. Io l’ho visto, ero in cima, è passato che volava. E in discesa planava come un aereo. Dovevate vederlo. E sul giornale di stamattina ho trovato scritto che all’arrivo a Vicenza, dopo aver vinto, ha fatto come sempre. Si è sciacquato il viso con l’acqua della borraccia, ha ravvivato i capelli con le mani, poi ha estratto dalla tasca della maglia il suo pettine d’osso e si è pettinato a lungo. Sembrava Adone, sul palco. Un signore. Sempre aristocratico, gentile nei modi e nel porsi agli altri. Dicono sia figlio di una famiglia di panettieri di Zurigo, si è fatto i muscoli consegnando pagnotte per anni a mezza città, sempre in bici, ed ora vince, vedrete se non ho ragione. E adesso a letto ho detto, finite la gazzosa e poi ognuno a casa propria e difilati a letto. Senza fiatare”.

  • Ugo Koblet " ha ravvivato i capelli con le mani, poi ha estratto dalla tasca della maglia il suo pettine d’osso e si è pettinato a lungo"

    ” ha ravvivato i capelli con le mani, poi ha estratto dalla tasca della maglia il suo pettine d’osso e si è pettinato a lungo”

Claudio, detto da tutti Mario in onore della sua mamma Maria che manco l’ha visto nascere, che manco l’ha guardato in viso, che un bacio non ha fatto in tempo a darglielo, morta di parto a vent’anni nel torrido agosto di quindici anni prima, si infila svelto sotto alle lenzuola con l’agitazione che gli stringe la gola. Pensa spesso Mario alla sua mamma, guardandola nella foto incorniciata alla parete della cucina. La pensa e ci assomiglia pure, a quella mamma con gli occhi verdi e vispi come i suoi, che lo guarda da quel quadro. Pensa sempre, Mario, che mentre i suoi occhietti verdi vedevano la luce della vita per la prima volta, gli occhi verdi della mamma la vedevano per l’ultima. Se la sono passata la vita, loro due, come in una staffetta. In ogni caso, domani a zappar la terra ci andrà il nonno Checco, Checco detto “el Selàro”, che dopo la morte della sua figliola si è buttato un pochettino troppo sul bicchiere, per dimenticare, per cercare di trovare nell’alcool quello che la vita crudele gli aveva tolto in modo così atroce. Una figlia che muore di parto a vent’anni giustifica ampiamente qualche bicchiere di troppo. Un mare ce ne vorrebbe di quel vino, per annegarci quel dispiacere, e forse non basterebbe neppure. E ci andrà pure la Rosa, sul campo a zappare, la Rosa, la nonna-mamma, quella che lui chiama mamma ma che mamma non è, o meglio, che da mamma gli ha fatto degnamente fino a quel momento, e che gli farà da mamma pure dopo, fino al suo ultimo giorno. Morirà di peritonite, poco prima degli ottant’anni, con Mario che le tiene la mano. Era solo un’appendicite, ma la Rosa non aveva voluto andare all’ospedale, all’ospedale le avevano ucciso la Maria, se proprio Gesù la voleva con sé, preferiva andare da lui direttamente dal suo letto, e non con la complicità di medici incompetenti, magari gli stessi che avevano mandato al creatore il suo mondo. La Rosa e Checco andranno a zappare al posto suo, lui invece domani sogna già di essere con la bici in Valsugana, e poi a Primolano, Fonzaso, Lamon e poi su, su, fino alle pendici del Rolle. Si concederà quella lunga giornata di svago per andare a vedere il Gino, il suo prediletto, quello per cui stravede. Quello dell’Azione Cattolica, quello che “l’è tutto sbagliato l’è tutto da rifare”, quello che ha vinto il Tour di due anni prima, a trentaquattro anni suonati, quello che ha salvato l’Italia dalla guerra civile, raccontano in giro. E lui, il Gino, per non sbagliare non smentisce mai nessuno, anzi. A suo modo rincara pure la dose.

La partenza

La partenza

Sono in otto, che partono da Caltrano. Quattro sono i neofiti, o quasi, dei pedali, due invece i veterani. E poi loro due, Claudio detto Mario Selaro, e Romano, che sono i due “bocia” della compagnia, che fanno trent’anni in due. Altro che neofiti. Dell’intero gruppetto, solo in due non hanno un partito ciclistico ben definito, non si schierano, tre sono spudoratamente per Fausto, tre sono con Gino altrettanto spudoratamente. Equamente divisi, come l’Italia di quegli anni. Divisi. E quando si dice divisi, s’intende divisi veramente. Almeno in campo ciclistico. D’altronde, in questo 1950 o sei per Fausto, o sei per Gino. O non sei per nessuno. Per Magni no. Il terzo uomo è proprio terzo. E’ stato dichiaratamente fascista, durante la guerra, ed in quest’Italia che di fascismo ne ha avuto pieni i marroni non può riscuotere grande consenso, anche se in bici va forte, elegante, ed ha vinto anche quell’anno il Giro della Fiandre, su nel freddo Belgio che gli italiani mica li vede tanto bene, e che è freddo anche per quello, il Belgio. Freddo con gli italiani, per il fatto che sono italiani. Traditori e mafiosi, spaghetti e mandolino. Vietato l’ingresso. Ai cani ed agli italiani. Ed ha già vinto pure il Giro Fiorenzo, se fosse per quello. Ed è lì, sempre lì, perennemente lì a lottare, non molla mica mai, ‘sto lazzarone.

Ma i primi due, il Fausto ed il Gino, o il Gino ed il Fausto a seconda delle singole fazioni, non conoscono rivali. E lui, il Mario da Caltrano, anche lui detto da tutti Mario Selaro perché figlio del sellaio del paese, non ha dubbi. Lui, e anche Aldo, sono per Gino. La bottega del sellaio è in centro al paese, vi sono una vecchia porta in legno che rimane perennemente aperta ed una finestrella con le sbarre, il soffitto in travi di legno è basso, i muri sono scuri e non filtra poi molta luce, ma che sia ricolma di vecchie e nuove foto di ciclisti in azione è fin troppo evidente. Binda, Girardengo, Guerra, Valletti, Coppi, Bartali, Koblet, Kubler, Robic, Bobet, Cottur, Van Steembergen. Ci sono tutti o quasi, attaccati con una puntina da disegno al bancone dove Mario ed il nonno lavorano il cuoio alla luce fioca di una lampadina, lo ammorbidiscono, lo ritagliano, lo decorano, e poi con quel cuoio ci fanno le selle ed i finimenti per i cavalli da lavoro e da sella del paese intero e anche dei dintorni. Lavorano il cuoio stando in mezzo ai ciclisti più famosi, che li guardano lavorare dal muro della bottega o dalle travi di vecchio legno.

A Vicenza, quel mattino, inizia ad animarsi la città e con essa il ritrovo di partenza della nona tappa del Giro, la Vicenza – Bolzano. La gente è assiepata nelle strade per vedere i corridori. Si presentano alla partenza Hugo Koblet, svizzero giovanissimo in maglia rosa, ventiquattro anni, bello come un semidio, osannato dal gentil sesso come un attore di Hollywood, con i suoi occhiali da sole calati sul viso a nascondere uno sguardo che attira l’ammirazione femminile come la calamita attira il ferro. Coppi è secondo a 3’58”, Bartali terzo a 6’12”. Quel giorno i chilometri da percorrere sono 272, e si dovranno scalare tre passi dolomitici da paura: Rolle, Pordoi e Gardena, in rapida successione e con buoni tratti sterrati. Coppi è pronto, ha studiato la sua controffensiva, già sa dove, come, perché e quando, lo sa lui, lo sanno i suoi uomini. Nulla è perduto. Se la gioca, eccome. E lo svizzero di sicuro trema dietro a quegli occhiali, Fausto ne è sicuro. Partenza. La gente applaude, allunga le mani per toccare i ciclisti, si accalca verso di loro. C’è voglia di rinascita, c’è fame, non solo reale, c’è fame di Bartali, c’è fame di Coppi, c’è fame di Italia con la maiuscola. Gli entusiasmi sono sì per i ciclisti, ma sono in realtà entusiasmi per la rinascita, per incitarsi vicendevolmente a fare, a ricostruire, a riprendere a vivere dopo la lunga ed atroce guerra che ha sconvolto il Paese fino a poche primavere prima. Sono applausi all’Italia che vuole vivere, e arrivano da quell’Italia che per tornare a vivere si sta impegnando.

"Le maglie alabardate della Wilier Triestina rendono omaggio alla loro città passando per prime, tutte in fila"

“Le maglie alabardate della Wilier Triestina rendono omaggio alla loro città passando per prime, tutte in fila”

Lino, espertissimo ciclista agonista, scandisce insieme ad Aldo, il suo figliolo ventiquattrenne, il ritmo del gruppetto. Regolare. Non troppo lento, e nemmeno troppo veloce. Si passa da Bassano, dove la sosta sul Ponte degli Alpini è doverosa, oltre che affascinante. E poi su. Lungo la Valsugana, fino a Primolano. Da adesso in poi, sarà per gran parte salita. Le Scale di Primolano, poi il Rolle, da dove vedranno il Giro passare. A Primolano c’è quella salita, una salitina in verità, anonima. Per il momento. Si chiama, quella salitina, “Scale di Primolano”, ha i tornanti in pavé che accarezzano prima e sventrano poi i forti della Prima Guerra, e fra poco sarà conosciuta dal mondo intero. Ma loro ancora non lo sanno.

Sanno solamente che le Scale le devono fare. In bici. Mario pedala tranquillo in seconda posizione. Davanti c’è Lino, fachiro dei pedali, vero appassionato, quasi malato, del ciclismo e dei suoi eroi. Al passaggio a livello di Primolano, Lino si alza sui pedali, scartando leggermente. Dietro, Mario frena per non arrotarlo. Frena, Mario, e frena quello dietro di lui, Romano, l’altro bòcia della improvvisata compagnia, che invece arrota lui. E Aldo arrota Romano. D’un tratto, Mario sente la bici sbandare, mette il piede sul terreno, rimane in piedi, ma quanta paura, mentre un accozzare stridulo di ferraglia penetra nelle sue orecchie.

Mario si gira d’istinto. Un mucchio confuso di metallo colorato, di maglie, di gambe nude e di braccia portate avanti d’istinto a proteggere facce terrorizzate sono appena dietro di lui. Fra le grida di dolore, Mario sente distinte come tuoni, una cinquina di bestemmie sonore, tutte diverse tra loro, ad invocare Cristi, santi e madonnine varie. Il terreno è duro, la bestemmia lo sembra ammorbidire. Sono in quattro, per terra. Tre si rialzano, non sembrano neppure troppo malandati. Sanguinanti, si guardano impietriti. Aldo rimane giù, fra la terra, con le mani che stringono il mento. Grida di dolore il buon Aldo, con le mani serrate al viso, fra le dita inizia a sgorgare copioso un fiotto rosso. Non piange, non può davanti agli altri, ma è lì lì. E’ intontito, spaurito, dolorante, in preda al panico. Il sangue cola oramai abbondante, imbratta la maglia, sporca le mani, scende giù fino alle gambe raggomitolate e sporche di sassi e polvere. Mario lo guarda. Si sente in colpa. Ha gli occhi lucidi e non parla, è stato lui a scartare, frenando per evitare quelli davanti. Guardando l’amico dolorante, due lacrimoni gli scendono sulle gote. Lino rincuora tutti. Prima di tutti Mario, che alla fin fine di colpe non ne ha. Sono cose di strada, succedono. Poi, prende Aldo sottobraccio, lo bagna con l’acqua della borraccia, lo ripulisce alla bell’e meglio e lo accompagna alla fontana poco distante. Alla fine, dopo una mezz’ora buona, dopo avere lavato per bene la ferita, dopo averla tamponata e dopo aver avvolto il mento del figlio in una benda rimediata bussando ad una porta, riesce a constatare che la ferita è sì piuttosto estesa e profonda, ma che alla fin fine Aldo è ancora tutto intero. E a quel punto Lino prende la sua decisione. Mette una mano nella tasca della maglia, porge ad Aldo qualche soldo e qualche genere di conforto, ringrazia infinitamente la piccola donna che ha donato loro il vecchio lenzuolo candido in breve divenuto benda e quel po’ di alcool che aveva in casa, poi si assicura che il ragazzo sia in grado di reggere in bici, gli spiega dove trovare l’ospedale a Bassano del Grappa e poi gli dice deciso:

  • Aldo, devi capire, oggi passa il Giro sul Rolle, passa una volta sola e tu in fondo non sei mica morto, sei caduto, che cosa vuoi che possa essere, se vuoi a Bassano ci arrivi, non hai nulla di rotto, vai giù all’ospedale e aspettami là, io vado a vedere i corridori e poi ti raggiungo”.

E monta in bici, il Lino. Volgendo a nord, verso il Rolle. E gli altri dietro. Tranne Aldo, naturalmente. E tranne Mario, che si sente ancora in colpa e non vuole abbandonare l’amico; lo vuole accompagnare a Bassano all’ospedale, vuole continuare a rincuorarlo. Vuole recuperare in tutti i modi l’onta che gli ha inferto con quella frenata. Salgono in bici, Mario davanti e Aldo dietro, con una mano a tenersi stretto il mento e l’altra pronta sul freno. Puntano a sud, verso Bassano. Quando arrivano a Campese, la gente in strada fa loro capire che il passaggio del Giro è imminente. Macchine e moto sfrecciano loro davanti, e poi dopo un po’ il gruppo, col Gino che tira fra i primi e la maglia rosa Koblet con Fausto alla ruota verso centro gruppo, eleganti, belli, non sudano neppure. Ogni corridore che passa è un lampo o poco più. Un attimo durante il quale Aldo non sente più il dolore, non vede più il sangue, un attimo durante il quale Mario non si sente più in colpa. A tutti e due sembra addirittura di aver visto il Coppi girarsi verso di loro e guardarli, così, per caso, ma è stato un attimo dentro l’attimo, ma loro ne sono sicuri, o forse si sono sbagliati e gli fa comodo pensarlo.

Fausto è deciso. Vuole attaccare lo svizzero già sul Rolle, metterà davanti i suoi angeli, i ragazzi fedelissimi che lo accompagnano da anni e che lo hanno aiutato a vincere tutto. Giro, Tour, Sanremo. I fedelissimi. Gli angeli di Coppi, li chiamano. Tireranno alla morte in pianura, e poi sul Rolle, Sandrino Carrea ci metterà del suo e poi per ultimo toccherà a lui, al Fausto. Staccherà Koblet, e Bartali, e gli altri. E si prenderà la maglia rosa che l’anno prima aveva stravinto a Milano. Arrivano intanto a Bassano del Grappa, ed è un tripudio di applausi e di gente. Una cosa unica e indescrivibile. Le maglie alabardate della Wilier Triestina rendono omaggio alla loro città passando per prime, tutte in fila, con la gente letteralmente in visibilio lungo tutto il tragitto cittadino.

Magni, Feruglio, Bevilacqua, Grosso, Molinari, Ausenda e Selvatico, gli alfieri alabardati si sentono i re del gruppo e della città. Passato Bassano centro, all’ingresso della Valsugana, in prossimità del Ristorante Cà Sette, l’andatura aumenta. Scatta il triestino Guido De Santi a cercare un po’ di notorietà, il gruppo aumenta ma lascia fare. Passano veloci da Campese, e di sfuggita Fausto butta l’occhio di lato, dove vede fra la gente due giovani appoggiati alle bici, uno ha le mani al mento fasciato, con la benda lordata di sangue oramai coagulato in un’immensa macchia rosso carminio. Chissà che cosa gli sarà successo. E’ un attimo, una frazione di secondo, poi la corsa lo assorbe, e fila via come il vento. Poco prima di Primolano, a Fausto sfugge di mano il manubrio, cade, ma si rialza senza conseguenze e riprende.

I ragazzi arrivano nel pomeriggio a Bassano, in ospedale il medico disinfetta e mette un bel po’ di punti sul mento di Aldo, a freddo, mentre lui racconta ai medici le sue disavventure ciclistiche di giornata. Tutto è bene quel che finisce bene. Nulla di rotto. Lo squarcio inferto dal terreno si cicatrizzerà. “E’ l’arte che s’incarna”, apostrofa il medico ai ragazzi. Stanno ultimando la fasciatura con la benda vera al posto del lenzuolo ritagliato, e poi cerotti e disinfettante in abbondanza, quando entra tutto trafelato un infermiere, che concitato come non mai racconta al dottore che a Primolano è successo un disastro.

  • “Lo so”, dice Aldo, “guarda qua, ho il mento cucito, le ginocchia sanguinanti, mi fa male dappertutto, la maglia è strappata, lo so che è successo un disastro”.

  • “No, no, macchè, a Primolano l’è cascà il Fausto, l’è rotto, l’è rotto”, esclama l’infermiere quasi in lacrime. “Lo hanno portato via in ambulanza, all’ospedale di Trento, per lui il Giro l’è ndato in tanta mona”.

Gli occhi di Aldo incrociano melanconici quelli di Mario, quelli di Mario si tuffano in quelli del medico, sperando quasi possa fare qualcosa anche per Fausto, oltre che per Aldo. Ma il suo sguardo implorante non basta. Mario piange, lui è per Bartali ma la caduta del Fausto lo addolora. Tanto quanto quella di Aldo. Oggi non doveva proprio essere giornata, si vede. Il dottore allarga le braccia, e sconsolato si toglie i guanti, fa un buffetto a Marietto, gli scompiglia i capelli, lo guarda dentro a quegli occhioni verdi, come per dire che Fausto è forte e si riprenderà, e che Aldo pure, poi si mette le mani in tasca ed esce dalla stanza confabulando con l’infermiere su quanto accaduto a Primolano, l’uno dice che il Giro sarà di Bartali, quell’altro non vede male lo svizzero. Escono e lasciano i due ragazzi alla loro sorte ed ai loro chilometri di strada che ancora mancano per giungere a casa.

A Primolano, nonostante la caduta di poco prima, Coppi si sente pronto. Sa che le Scale sono l’aperitivo. Il Rolle dividerà poi gli uomini dalle donne, il Pordoi i vivi dai morti, il Gardena le anime dannate da quelle beate. Guido De Santi è davanti di oltre dieci minuti, ma lo riprenderanno. E’ andato a cuocersi da solo. Come un cotechino la sera di Natale. Armando Peverelli è un onesto e sconosciuto gregario, e con la sua maglia grigio-blu dell’Atala-Pirelli all’ingresso di Primolano è nelle prime posizioni, mezza ruota davanti a Coppi. Manco sa di avere Fausto a ruota. Armando era caduto malamente al Tour dell’anno prima, quello della gloria Coppiana, battendo il capo sul terreno, e quella caduta disastrosa gli aveva causato la perdita della vista dall’occhio sinistro. Non vede Fausto, che gli è appena vicino e appena dietro, guarda caso proprio alla sua sinistra e scarta, il buon Armando. Scarta di netto, sembra per evitare un’auto parcheggiata. Fausto non riesce ad evitarlo, e cade rovinosamente. Non si rialza. Sviene e rimane svenuto per il forte dolore per un tempo che sembra infinito. La prima ammiraglia a fermarsi è proprio quella della Wilier, guidata da Bepi Baggio. Arriva subito dopo Giuseppe Ambrosini, Direttore di corsa del Giro, mentre il Direttore Sportivo della Wilier, Cottur, sceso dall’auto alabardata, si dispera con le mani nei capelli. Coppi è esanime a terra, circondato dai sui angeli in biancazzurro, che pregano, chiamano Fausto tenendogli il capo e invocano l’arrivo dell’ambulanza col dottor Campi. Fausto si riprende, si rimette in piedi, come riesce a capire quanto successo vuole risalire in bici ma non riesce a muovere le gambe come vorrebbe. I suoi angeli lo aiutano, ma non riesce a scavalcare la sella, il dolore è lancinante. Fausto capisce tutto subito. Si è rotto. L’ambulanza arriva, in pochi minuti l’ospedale di Trento accoglie il campione. Il responso è una sentenza. Triplice frattura del bacino. Stagione finita.

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Mario e Aldo riprendono la strada di casa, uno è dolorante ma in fondo in fondo sereno. Hanno visto i corridori, hanno guardato Coppi negli occhi. Coppi sembra aver guardato loro, ne sono ancora pienamente convinti. E quel lampo svizzero, in rosa e con gli occhiali poi, lo hanno dentro agli occhi. Elegante, bello, maestoso. Pedalano uno dietro l’altro, piano. Chissà dove saranno, Lino e gli altri. Avranno iniziato il viaggio di ritorno dal Rolle. Si fermano a Breganze in un bar affollato, ad ascoltare il Giro alla radio. Mario è ora più sereno, vede Aldo che gli sorride, il mento guarirà, come ha detto il dottore a Bassano.

Gino scatta sul Pordoi, e va a riprendere il fuggitivo del mattino. Scatta con rabbia e potenza, Fausto è fuori gioco definitivamente, ma lo svizzero è lontano, in rosa, sono troppi i minuti da recuperare, ma scatta lo stesso come sa fare lui. E quando scatta lo sa il Gino, che fa male. Anche a trentasei anni. Prova il tutto per tutto, Gino, ma Koblet lo riprende sempre, è lì come un francobollo su una lettera. Ed ha dodici anni di meno. Proseguono assieme, a Bolzano vince lui, il Gino, lo svizzero conserva la rosa. E si pettina come sempre dopo il traguardo dopo essersi risciacquato il viso con l’acqua della borraccia.

Al bar, Mario e Aldo sentono la radio mentre sorseggiano la loro gazzosa. La vittoria di Gino li galvanizza, alla fin fine la giornata non è mica poi andata così male. Ne avranno, di cose da raccontare ai loro amici. Più di tutto la caduta, tu pensa, nello stesso posto, e nello stesso giorno di Coppi. E lo chiami niente…!

Bartali con Koblet....Gino vincerà quella tappa, e sarà la sua ultima vittoria al Giro

Bartali con Koblet….Gino vincerà quella tappa, e sarà la sua ultima vittoria al Giro

Alla fine, quel Giro lo vincerà per la prima volta uno straniero, quel Koblet elegante ed aristocratico, che ad ogni arrivo scendeva dalla bici, si lavava con l’acqua rimasta della borraccia, si ravvivava i capelli e poi si pettinava prima di avviarsi alle interviste. Un campione vero che ha lasciato un segno, un tratto di penna forse troppo breve ma sicuramente deciso sul lungo, popolare ed avvincente libro di storia del ciclismo. Bartali fu secondo, Magni sesto. Era l’anno Santo, quel 1950, il Giro finiva apposta per quell’anno a Roma, dove i ciclisti vennero ricevuti da Papa Pio XII con tutti gli onori, prima di tornare ognuno alla vita di tutti i giorni, fatta per qualcuno di glorie sportive, per altri di anonimato da vivere con serenità nel negozietto di bici aperto grazie ai risparmi accumulati a servir campioni, o nel Bar Sport dei paesini di campagna, dove raccontare imprese improbabili servendo ginger e spritz ai clienti, con la propria foto in bici attaccata al muro vicino al cartellone della Campari. Fausto Coppi perderà il resto della stagione a curarsi, tornerà solo nel 1951, e naturalmente farà in tempo a vincere ancora tanto, tantissimo. Farà in tempo anche a diventare leggenda, oltre che storia, con quella sua morte troppo precoce. Koblet negli anni successivi risultò vincitore di altre gare importanti, fra cui il Tour del 1951, emigrò a fine carriera in Venezuela insieme alla moglie, lavorava in quel Paese per conto dell’Eni, e morì pure lui giovanissimo, neppure quarantenne dopo il suo rientro in patria, in un pauroso incidente d’auto mai del tutto chiarito. Il “Falco biondo”, com’era soprannominato, se ne andò in fuga come Fausto, troppo giovane, pure lui in modo improvviso, schiantandosi a forte velocità contro un albero. Sul terreno, non un segno di frenata, non una sbandata.

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I ragazzi invece, loro arriveranno a casa sani e salvi, poco prima di Lino e degli altri, con un mento fasciato e con la voglia di raccontare a tutti coloro che quel giorno non c’erano, quel pezzo di leggenda. Questa è solamente la storia di quel giorno, la storia vera di un mento ricucito, di uno sguardo fugace ricevuto da Fausto Coppi diritto negli occhi, di una rosa svizzera elegantissima sulla sua bici e di quella caduta nella polvere di Primolano, che lasciando quella cicatrice sul mento di uno di loro, diventò un orgoglio. Quella cicatrice divenne poi vero trofeo di guerra, prova tangibile di quanto successo quel sabato, primo di giugno del millenovecentocinquanta a Primolano. Il giorno ed il paese dove cadde rovinosamente Fausto Coppi. Anzi no, il giorno ed il paese dove cadde rovinosamente Aldo con Mario che piangeva. O meglio, quasi sicuramente, il giorno ed il paese dove caddero rovinosamente Fausto il campione, e pure Aldo l’elettricista. Con Mario che piangeva, anche se non si saprà mai se più per Aldo o più per Fausto.

Diego Squarzon – Caltrano,  gennaio 2016

Pio XII accoglie i ciclisti alla fine dell'ultima tappa

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Diego Suqrzon

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