C’è chi Coppi. C’è chi Bartali. Siamo fatti così. E qualche volta escono fuori dai cassetti delle foto, dei ricordi che fanno venire i brividi, poi vanno dritti al cuore, si stemperano in un sorriso: di un campione. Per lasciare quel buon gusto in bocca. Il sapore della nostalgia. Emanuele Arrigazzi, talentuoso attore di teatro folgorato e non da poco sulla via del ciclismo eroico da raccontare a tu per tu in piccoli teatri per gente speciale, la racconta come un materasso sul quale planare con atterraggio morbido… la Nostalgia.

Così, quella che si definisce da sempre, forse dalla nascita, #seppiatadentro, pur essendo dichiaratamente Coppiana (vedi La mia vita con Fausto, Daniela Piazza editore), quando riceve da amici di FB una foto come questa… si emoziona e condivide. Perché la vita è bella così. Se ti tieni tutto dentro che senso ha? Se poi uno vuole capirla la capisca. Se non vuole che stia in pace con se stesso. Noi pedaliamo su questa strada. Tracciata da miti, esempi, uomini. Che hanno fatto la storia del ciclismo ma anche del buon vivere. Del dare un senso al sudore alla fatica alla costruzione di un progetto. Parliamo e ci innamoriamo di miti che sono esempio. E poche balle.

bartali claudio

«Puoi metterla…», ti scrive Claudio. E allora cerchi di saperne di più e lui empatico ma sintetico aggiunge: «è un ricordo di mio papà dato che correva in bici oltre al suo lavoro…». Un piccolo sforzo in più e scopri che papà Bartaliano era collaudatore della scuderia Abarth Rally. Che bella cosa. Tu che odi i rally ma hai iniziato giovanissima a guidare l’auto, proprio sì – era il tempo  dell’economica autoscuola fai da te – con tuo padre co-pilota e tu grintosissima al volante di una A112 Abarth. Su e giù per l’alta collina. Da Pozzol Groppo verso il futuro di ragazza #seppiatadentro. Per forza. Erano gli anni 70/80… Che bello. Ma cosa c’entra con Bartali?

Forse riuscirai col tempo a saperne di più di questo padre bartaliano. Se Claudio vorrà. Per ora ti godi questo sorriso di Ginettaccio che poco sembra avere a che fare con Bartali. Che hai raccontato su un libro in un capitolo che intitola proprio Paura di Bartali (Il Ginettaccio) e che fa così… (Ma puoi avere paura di un sorriso così bello e impomatato?). Viva Coppi. Viva Bartali. Nel mio sacro ordine. Che tanto senza quei due…

Da La Mia Vita con FaustoDal diario intimo di Bruna Coppi. Moglie del Campionissimo per tutta la vita – Daniela Piazza Editore – Parte quinta

Quando incontravi Gino con la sua golf bianca e il cappellino da corridore stretto stretto appena appoggiato sulla testa. Al Giro d’italia. Si riconoscevano con un colpo d’occhio. Dallo specchietto. Allora Gino, accostava e scendeva dalla golf. Papà lo raggiungeva e si abbracciavano in silenzio. Poi Gino ti dava una carezza e prendeva a parlare, con quella sua voce rauca… Sembrava un uomo senza tempo. Tu avevi deciso che non potevi dargli confidenza. Proprio no. Perché tu eri coppiana. Cresciuta a quella scuola del Mito. Così coppiana che se del calcio giocato (figurarsi parlato) non te ne fregava niente, l’unica deroga poteva essere per il Torino. E perché mai? Per quella foto, più unica che rara, forse scattata da Vito Liverani, che ritraeva Coppi in maglia granata. Una foto che avevi scovato fra le cose “sacre” del campionissimo, conservate in una cartella color seppia di Franco Rota. 

C’è una gratitudine che sento e avverto per quelle migliaia e migliaia di persone che, per sempre, si diranno coppiani. A questi devo una parte importante del mio racconto. Prima di arrivare ai limiti estremi del dolore. Ai giorni più tristi della vita mia e di Marina. Ai giorni della separazione, ai giorni in cui alle spalle di mio marito si profilava il viso di un’altra donna. Prima di questa parte devo tentare di ricambiare l’affeto de tifosi di mio marito. Di tutti quegli amici sconosciuti che di tanto in tanto mi hanno scritto per offrirmi la loro solidarietà. Sono amici che ricordano con entusiasmo le imprese di Fausto e che trovano modo di accapigliarsi con i bartaliani. E sarà così per sempre. Per loro il mio diario si ferma. Per ricordare, almeno nei suoi episodi più clamorosi, il duello Coppi-Bartali, il duello che diede un senso al ciclismo italiano per anni, che ne fu la scintilla, che ne procurò i maggiori entusiasmi.

Non è un compito facile. Tutt’altro. Parlare di Bartali e della sua continua lotta con mio marito, rimanendo nei confini della più grande lealtà – come Fausto è sempre rimasto – è cosa difficile per la moglie del campionissimo. Sarò sempre una coppiana, nel senso più esteso della parola e vedrò per sempre con gli occhi di una donna abituata a vedere in Bartali l’unico grande rivale di Coppi.

Fino al primo incontro con Fausto, l’unico nome che mi era noto nel mondo del ciclismo, era quello di Gino Bartali. Io allora non seguivo lo sport. Ma quel nome di Bartali mi era rimasto impresso. Forse perché lo descrivevano come un uomo caparbio, duro. Capace di vincere per sola forza di volontà. Un uomo che non si arrendeva mai. Seppi alla radio che era un grande campione e mi stupii quando, durante un notiziario, nel 1940 sentii che un certo Fausto Coppi aveva vinto il Giro d’Italia, battendo Bartali di cui era gregario. La notizia non mi avrebbe detto molto se il radiocronista non avesse aggiunto che il giovane campione era di Castellania. Un ragazzo delle mie parti, dunque, uno che potevamo incontrare sulle nostre strade. Uno come noi. Non ci avrei più pensato se un giorno non avessi incontrato lo stesso Fausto Coppi, se non lo avessi fermato per chiedergli un autografo e se, infine, non lo avessi sposato. E’ storia vecchia, questa. Comunque, non appena Fausto ebbe con me un po’ di familiarità, cominciò subito a parlarmi di Gino Bartali.

Ne parlava in termini di grande ammirazione. Era l’unico, grande campione. Era un ciclista perfetto. Nei primi tempi questa sua venerazione mi stupiva. Ricordo che una volta chiesi a Fausto: “Ma questo Bartali non l’hai battuto al Giro d’Italia?”. “Sì – sospirò – ma deve essere stato un caso. Non so ancora capire come è accaduto. In confronto a lui sono un dilettante. Non basta batterlo una volta per sentirsi superiori ad un uomo come lui. Ed io francamente non credo che riuscirò mai a superarlo”. E dovettero passare anni ed anni perché Fausto cominciasse a credere anche nelle sue forze. Certo Bartali era già un campione maturo quando Fausto cominciava a stupire il mondo dello sport. Aveva ventisei anni quando fu battuto per la prima volta da Fausto che ne aveva appena ventuno. Ed è comprensibile che un uomo abituato a vincere  e nel pieno delle proprie energie e delle proprie capacità non abbia visto di buon occhio quel ragazzo che da gregario assumeva tanto energicamente il tono del campione.

Fausto quando ricordava quella sua prima impresa non sapeva spiegarsi come fosse riuscito a tanto. Forse non era la vittoria che lo impressionava quanto il fatto di essere riuscito a vincere il complesso di inferiorità che ha sempre avuto davanti al rivale. “E’ una vittoria – diceva – che debbo soprattutto a Pavesi. E’ stato lui ad incoraggiarmi. Ero anche caduto e non pensavo affatto al primo posto in classifica. Quello era di Gino. Non potevano esservi dubbi. Pavesi che era direttore sportivo della Legnano mi diceva, invece, di spingere. Vai, diceva, non importa se sei un gregario. Se senti di farcela, vai. Anche Bartali può essere battuto. Non devi formarti solo perché è il tuo caposquadra”. Evidentemente Pavesi voleva saggiare le forze di quel ragazzo dalle gambe lunghe che stava  in sella come un vecchio del mestiere. E non ha avuto torto. Anche per questo Fausto si ricordava spesso di lui con gratitudine. Ma solo quando lo sposai capii che cosa poteva significare “l’ossessione Bartali” per Fausto Coppi. “Quando allungo e vedo che Gino mi sta a ruota mi sento perduto. E’ inutile che mi diciate che sono stupidaggini, impressioni. Per me è una realtà. E mi avvilisco, perdo la pedalata. Mi freno. Avrei bisogno di correre senza averlo vicino. Allora sarei un altro perché non temo nessuno che non si chiami Bartali”.

In un primo momento pensavo che le parole di Fausto fossero dettate da una vera inferiorità atletica e mi sforzavo di dire a mio marito che non si può sempre vincere. “Dovrei vincere sempre – diceva lui – perché sono sicuro di essere superiore. Ma Bartali è Bartali e se non fossi Fausto Coppi sarei certo il più acceso dei bartaliani”. (continua)

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