Se ci credi ti presenti. Come a Natale alla Messa di mezzanotte. Non puoi perdere l’appuntamento. È santo. A tutti i costi, anche tu ci vai. Con l’abito buono. La mente sgombra. Anche nella folla impazzita dell’Expofinale. Ci sei, ci arrivi. Indossi il pass e sei rosa. Ti fai la fila al portone della celebrazione e sei anche tu parte del nuovo Giro d’Italia. Ci vai perché è un modo per abbracciare, stringere mani, sorridere, scoprire, capire e sapere qualcosa o tutto sul ciclismo. Che ami. E che gira. Da sempre. Da tempo immemore: dal 1909! Ogni anno è questo applauso. Quando si toglie il velo al tracciato che per 99 edizioni ha scritto pagine di storia del ciclismo. Quello del 2016 sarà l’ultimo a due cifre: 99 e via si vola oltre il secolo. In rosa. La vie en rose. Ogni anno, diciamolo, è un po’ una cosa scontata ma aspetti col batticuore comunque: come un anniversario di matrimonio che dura. Da tempo. Così arrivano a scaldarti le tappe, tutte o quasi nuove, da scoprire una dopo l’altra perché sei alla presentazione del Giro.

Quello del 2016 muove i suoi primi passi da Expo. E tu come tanti altri, all’Auditorium dell’Esposizione internazionale, ci stai orgogliosa e col cuore gonfio. Hai ancora gli occhi pieni delle emozioni del Lombardia alla Nibali. Te le ricorda un attimo di più il solito Magro Riccardo Magrini che vuole parlare con te dell’Amérique di ippica, fra poco in palio nella magnifica Parigi, ma la tua testa non ne vuole sapere e ti riporta subito alla sua voce su Eurosport che sale e si anima e ti fa ridere ed emozionare come pochi negli ultimi santi metri del Lombardia alla Nibali. Così, RCS Sport – La Gazzetta dello Sport, il giorno dopo aver regalato uno spettacolo come quello del Giro di Lombardia 2015 – su un percorso d’altri tempi e interpretato da un campione super al passo e modernissimo come Vincenzo Nibali (e compagnia bella) –   ti presenta le sue 21 tappe in rosa: 3 saranno a cronometro, 7 strizzano l’occhio agli sprinter (pianeggianti) come altrettante ai passisti-scalatori (di media montagna) e 4 ai caprioli di turno (di super montagna).

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Ci sarà la tappa Bartali. Che arriva in Toscana naturalmente, e capita alla nona frazione, la Chianti Classico Stage, da stappare dopo una interessante (strategica?) crono di 40,4 km. Ci sarà la Montagna Pantani. E il Passo Sella, nella frazione numero 14, da Alpago a Corvara (praticamente il percorso della Maratona dles Dolomites con il Campolongo “solo” 1 volta ma poi tutti gli altri). Una tappa doloMitica decisa “perché il Giro senza le Dolomiti è come la Roubaix senza il pavé” come  sottolinea Pier Bergonzi della Gazzetta. In ricordo dell’impresa del 3 giugno 1998, la tappa Montagna Pantani celebra le gesta del Pirata in fuga con Giuseppe Guerini, quando superò la allora Cima Coppi del Passo Sella per vincere il suo Giro a Selva di Val Gardena. Ci sarà poi la Cima Coppi: in uno dei due arrivi francesi. Sarà la 19ma tappa da Pinerolo a Risoul, sul Colle dell’Agnello a 2744 metri, quota limite dove è posto il Trofeo Torriani. Ci saranno dunque queste speciali occasioni perché c’è anche da onorare il trittico delle grandi tappe dedicate ai simboli del ciclismo italiano, per ripercorrere le loro storiche gesta e rivivere imprese leggendarie.

Le maglie ufficiali saranno sempre 4. Quella della classifica a punti che è rossa, quella rosa della generale (firmata Enel! Nuovo brand main sponsor al Giro), quella verde per la classifica GPM e quella bianca che sarà indossata dal migliore giovane in graduatoria. I numeri danno come sempre alla testa e lo sa bene Andrea Monti, il direttore della Rosea che questa volta li maledice e si impappina sul palco, ma non importa. Lo salva con spontaneità uno dei fuori programma di quel fenomeno iridato di Peter Sagan. Che salta sul palco quando non deve e la sua simpatia scioglie il ghiaccio in un secondo. Uno dei suoi numeri.

I numeri sono quelli di un Giro infinito. Che farà fare tanta fatica a tutti e sono 3.383 km totali da Apeldoorn a Torino, quelli da percorrere per la vittoria, per la classifica, per la gloria, per l’esperienza di un Grande Giro. Sono quelli che interessano molto da vicino 198 corridori in rappresentanza di 22 squadre che non dovranno sobbarcarsi troppi trasferimenti tutto a vantaggio del recupero e della buona organizzazione per tutti. E sempre per gli amanti delle statistiche ma anche delle cose concrete c’è da aggiungere che sono sino ad oggi 30 i vincitori italiani e 66 quelli stranieri, un gap da colmare senza dubbio (ma c’è tempo nel prossimo secolo!) ma sono anche la conferma – se ce ne fosse mai bisogno – che questo è un evento mondiale.

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La definiscono “la corsa più dura del mondo”. E forse la è. Senza dubbio la è. Basta osservare le espressioni sul viso di quei 5 che siedono fra gli altri sul palco accanto a Pier Bergonzi, a modo suo un campione pure lui (corre per la Gazzetta dello Sport): si tratta di Alberto Contador, l’ultimo re in rosa, di Aleandro Valverde (uno a cui piacerebbe molto se…), Peter Sagan (eclettico, sì, carattere da vendere, ma fino a quale punto rosa?),  Vincenzo Nibali (già fatto e chissà che nel 2016…). Uno che non ci deve più pensare alla Rosa da conquistare è invece Ivan Basso, lui che ha già dato eccome, lui che in occasione del vernissage di Expo sa restare in tinta e ufficializza con semplicità  – senza grandi sorprese – che lascia il professionismo. Ma non il ciclismo “nel quale resto con l’ambizione di sempre”.

La chiamano la corsa dell’imprevedibilità di ogni attimo, la rabbia del cielo, il furore degli elementi: e chi può dire adesso come sarà il meteo, il prossimo 6 di maggio, quando scatterà dall’Olanda? Certamente si prevede che sarà molto condizionato dal (i mulini a) vento. Che da quelle parti sono nati e gireranno per fare il tifo alle 3 tappe di ouverture. Dal 10 maggio si scende a Catanzaro e poi si sale dritti come dei fusi. Su per lo stivale. Attraversandolo tutto! Certamente si prevede che quell’avvio nei Paesi Baschi regalerà una pioggia incessante di amore e di applausi in una piccola nazione che ama il ciclismo come i suoi fiori.  Basta ricordare il bagno di folla (e buona birra) alla partenza di Groeningen nel 2011.

Scrivono di lui, del Giro. O di lei, della Corsa rosa: questa è la passione che attraversa i secoli, il sudore, la fatica, l’orgoglio. Ed riecco una buona borraccia piena di retorica: aggiungiamo noi. Senza polemica, per carità, solo una lieve sottolineatura. Perché adesso potremmo anche lasciare l’eroismo agli annali, ai libri, alla storia e alla cultura e goderci un po’ di attuale (sana speriamo soprattutto sana) passione, di sport moderno, affascinante più che mai perché multinazionale e perfettamente a suo agio nel mondo odierno. Senza scomodare sempre e invano la retorica. Ci bastano quei campioni incontrati lì in Expo per capire quanto sia grande il ciclismo. Oggi come ieri. E la fatica che sappiamo tutti che si fa. Basta avere preso anche per sbaglio una volta sola la bici e pedalare… Pur con quella particolare caratteristica unica che ci continua a tormentare nella testa: sarà poi ancora solo uno sport individuale o più che mai di squadra?

Domande e risposte senza fine. Ti volti verso domenica 4 ottobre, Giro di Lombardia, la rivincita del Mondiale (quello meraviglioso di Sagan) e trovi un’immagine stampata nella mente: quel gomito del braccio di Stefano Zanini, che sbuca nervoso ma allegro appena appena fuori dal finestrino della ammiraglia in corsa. Dalle sue strade alla Fiera di Rho: il diesse astano arriva con la sua bella moglie alla presentazione del Giro: è elegante e deciso (magro, persino magro oggi che corre le maratone per beneficenza!) e interpretando il ruolo del solito allegro Zazà sottolinea: “la vittoria di Nibali, ieri, è stata di uno anzi due fuoriclasse (alludendo a Diego Rosa) ed è stata totalmente una vittoria di squadra. Sapete bene che non è così facile. Era voluta, studiata, progettata e l’intelligenza dei due compagni di team è stata un sigillo perfetto per tutti”. Del resto, quello là, l’altro con la casacca azzurrina pallida, si chiama Rosa ed è un nome che suona troppo bene in questo contesto! Di sicuro lo sa anche Vincenzo Nibali. Come Fabio Aru, quello della Vuelta. Olè.

Rosa come rosea. Come Enel che adesso spinge con energia il suo primo Giro. Sfogliando ancora la retorica – sul magnifico libro del Giro d’Italia distribuito al vernissage #Giro2016 – ecco che “questo è il cammino che porta alla gloria” e ancora “questo è lo spettacolo del Giro d’Italia, la corsa più dura del mondo”. Cosa vuoi aggiungere a queste parole? Che mettono sempre i brividi i campioni che si presentano alla Messa: dici ad esempio Francesco Moser, entrato con orgoglio (lui che non aveva certo bisogno di altri trofei) nella Hall of Fame dei 100 anni di tradizione del Giro d’Italia e ci sta proprio bene, lo Sceriffo, votato oggi più che mai alle vigne, se ne sta arzillo in compagnia con i colossi Eddy Merckx (trofeo 2012), Felice Gimondi (trofeo 2013) e Stephen Roche (trofeo 2014). È  una Hall of Fame, questa, istituita per e sulla storia del Giro che dal 1909 ha significato tanto per l’Italia e per il destino degli italiani, intrecciandosi con i giorni difficili e quelli gloriosi. Con le storie di grandi corridori e con uomini di sport: grandi, immensi, come questi e come altri che verranno.

Storie come quella di Vittorio Adorni. Alla soglia degli 80 anni, distinto ed elegante come sempre, ormai il nostro accademico neolaureato a Parma, lui che appartiene all’università del Ciclismo e dell’Olimpismo. Lui che apprezza questo Giro e come sempre vede tutto in positivo. Storie come quella di un altro ex campione in rosa come Gianni Motta, al quale il #Giro2016 dedica la tappa con arrivo a Cassano D’Adda. E c’è un filo di commozione nei suoi occhi sempre vispi ci mancherebbe.

Storie come quelle di Marino Vigna, l’olimpionico della pista, che con la sua presenza al solito discreta e puntuale, riesce comunque a riportare alla mente fatti concreti: ad esempio che c’è un ciclismo che corre troppo in bilico sulle paraboliche per usare una metafora… da fare vincere ancora come si faceva una volta. Come fanno in Gran Bretagna. La pista azzurra! Come va fatto ancora qui da noi. E prima o poi chissà. Storie come quelle di ieri e di oggi, che coinvolgono direttamente Davide Cassani, il ct della Nazionale e di tutte le Nazionali a due ruote: che alla domanda come va? –  lui fresco di mondiale americano da Richmond, metà buono metà no – la crono d’argento di Malori, la strada grigia e senza risultato per i suoi azzurri –  ti dice chiaramente: sono nero!

Storie che finiscono bene. Come quella di Vincenzo Nibali: sereno, anzi serafico, finalmente tranquillo, un ragazzo nobile, a suo agio nell’abito elegante carta da zucchero, che si prende i complimenti e concede selfies nel foyer senza batter ciglia. Che si muove all’uscita dell’evento facendo strada lui alla sua guardia del corpo (un tipo nero con auricolare che ci tiene a dirti: guarda che vado in bici anche io e quindi questo non mi semina… mah). Magro magro, asciutto asciutto, Nibali ha una parola gentile per tutti. Anche per la PR di uno dei suoi importanti sponsor: lei gli si avvicina per un saluto e lui – con galanteria – si fa largo fra la folla e le dice premuroso: “lasciami il tuo contatto che ti cerco io con maggiore calma, non c’è problema, ti chiamo io…” E tante grazie per la collaborazione. Eccolo, lo Squalo gentile che conosciamo tutti. Uno che se sbaglia sa dire scusa senza intermediari, ci mette la faccia, e poi coi fatti si prende la vittoria d’orgoglio e di classe. C’è Paolo Slongo, poco distante da lui, fra questi salamelecchi. Il preparatore atletico trevigiano, un fuoriclasse del settore, per il quale stravedeva davvero Franco Ballerini, se ne sta lì accanto al suo Vincenzo e sorride. Come Papa Francesco. Serafico pure lui.  Il suo preparatore è beato. Lui come l’altro. Consapevoli. Del Giro di Lombardia, della Rosa e di tutto quello che ancora verrà. Stagione dopo stagione.

Le foglie non sono proprio morte. Che sia ancora Giro. Che arrivi presto questo mese di maggio. C’è il trofeo che aspetta un altro campione. E tu con tutta questa gente te lo godrai. Senza fine.

 

 

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