Di Paola Pellai

Mi guardo in Giro. E la verità è che ci vedo sempre un pezzo di Tour. Una vecchia foto in bianco e nero, una tappa durissima, quella del 4 luglio 1952, da Losanna all’Alpe d’Huez, due campioni eterni, Fausto Coppi e Gino Bartali e una borraccia. Quella borraccia. Lo spirito del ciclismo è in quella bottiglia e in quelle mani che la stringono e la stringeranno. E chissenefrega se è Fausto a passarla o Gino a porgergliela, il mio Giro, ma anche il mio Tour, le Fiandre o la Vuelta partono e finiscono ogni volta sempre lì. In quella borraccia. Che per me è poesia. Oggi più di ieri. Ogni anno un po’ più dell’anno prima.

Giro d'Italia 2011E non c’entra solo il ciclismo, c’entra il significato di quel gesto. Due rivali, i più grandi, quelli che se vince uno perde l’altro. Due rivali in tutto, capaci di dividere l’Italia, anche sotto l’aspetto politico e sociale. Coppi era il comunista, Bartali il democristiano. Giusto per far capire che tra i due il taglio di cesoia era netto. Eppure su quel passo del Galibier scopri che i due diventano uno. O, meglio, una. Una borraccia. La fantasia, mista alla leggenda, racconta tante versioni e aneddoti, a me piace vederci l’unica verità possibile. E in un’epoca speciale, dove il ciclismo era il pane di tutti. In bici ci dovevi saper andare. Senza tanti fronzoli. Le ammiraglie allora mica ti raccontavano il tracciato metro per metro, occhio alla buca, tra mezz’ora piove, tra 50 minuti esce il sole, il vento ce l’hai contro, devi recuperare, puoi fermarti a fare pipì, bevi che tra un po’ ti arrampichi… No. Quella borraccia era l’angelo custode, l’elisir di lunga corsa, da sorseggiare e risparmiare con cura. Averla o non averla più faceva una differenza abissale.

Una tela di Eileen Marie Emerson

Una tela di Eileen Marie Emerson

Ecco, in quel dono della borraccia io vedo tutto ciò che oggi non c’è più. Non dico nel ciclismo, ma nelle nostre vite. Manca il rispetto per la difficoltà dell’altro e la solidarietà nell’andargli incontro. Pedaliamo in esistenze solitarie, trovando ogni diavoleria per sovrastare l’altro. E se corriamo in una squadra è già tanto se riusciamo a fare il gioco dei nostri compagni, tutti gli altri sono avversari. Avversari che, in verità, ci è più comodo identificare come nemici. Ci mette a posto la coscienza. Così siamo più tranquilli se quella borraccia non la passeremo mai. E la borraccia fa in fretta a diventare la metafora del nostro presente. Dove l’egoismo vince sulla generosità. Perché l’altro, il diverso, il più sfortunato è semplicemente un nemico. Uno da cui stare alla larga. Lasciamolo su un barcone. Non facciamolo lavorare altrimenti ne tolgono a me. Non diamogli un passaggio in auto che poi me la sporca. Non fermiamoci a fargli compagnia che poi la pretende ogni giorno. Insomma, evitiamo di darci una mano. Darci una mano. Non a caso quella borraccia sta in un passaggio di mani. E non a caso il ciclismo di ieri non è più quello di oggi.

Francesco Moser ed Eddy Merckx

Francesco Moser ed Eddy Merckx

Lo ha ricordato recentemente anche Francesco Moser, che pedalava ancora senza auricolari nelle orecchie e non aveva videomessaggi da scaricare in diretta o catene con cui tenere al guinzaglio la bici perché se vai a vedere una tappa al Giro devi stare attento che non te la freghino per poi ritrovartela in vendita su qualche sito internet. La tua. Proprio la tua, quella comprata con tanti sacrifici e pure un po’ fighetta. Un tempo si passavano la borraccia, oggi ci si frega l’uno con l’altro. La bici, il lavoro, l’articolo da scrivere, il lenzuolo di terra dove vendere paccottiglia abusiva.

 

Eppure qualcosa di buono resta. Sempre. Ed è amore da mettere in circolo, da mandare in Giro e poi fargli fare anche un Tour. E’ stata felicità scoprire che quella foto in bianco e nero ce l’ha incollata negli occhi mio nipote Jacopo che ha 14 anni e su qualche tornante a vedere la corsa rosa ci è andato. Ma se gli chiedi chi è Ryder Hesjedal, il canadese vincitore nel 2012, o Denis Menchov, il russo trionfatore nel 2009, lo ignora. Lui sa di Marco Pantani, il Pirata dagli occhi buoni e dal sorriso triste. E poi conosce Coppi e Bartali, proprio come sono in quella vecchia foto d’epoca. La storia gliel’ha raccontata il nonno, Coppiano convinto che, ovviamente, ha sempre sponsorizzato un’unica versione del gesto. Ma Jacopo mi confida che Sse anche fosse successo l’inverso sarebbe andata bene uguale perché i grandi campioni sono come i grandi uomini, hanno bisogno l’uno dell’altro.

Foto Bettini

Foto Bettini

Se il ciclismo diventa il senso della vita, allora sì che è bello innamorarsene. Un Giro di sentimenti e di entusiasmi. Di fantasia e di creatività. Dove non bisogna sperare nella neve di fine primavera per cercare l’eroismo di una tappa. Dove non occorre inventarsi partenze o arrivi posticci per aprirsi al futuro. Dove non è necessario togliere qualche grammo alla bici per sentirsi più leggeri.

Il Giro dovrebbe proprio ripartire da quella borraccia. Piena di lealtà e di rispetto. Verso se stessi, verso la corsa e verso il pubblico. Fausto e Gino non erano due chierichetti, ma due giovanotti che hanno saputo vivere accendendo con la propria passione la passione degli altri. Si sono divertiti, si sono reciprocamente presi in Giro, hanno vissuto le infamie di una guerra. S’infiammavano e infiammavano. Portavano folle sulle strade, sui tornanti, a ridosso del mare, passando tra ali di scolaretti allegri, con i rintocchi delle campane a festa e Peppone e don Camillo uniti dallo stesso desiderio d’incitare ed applaudire. Il Giro era di tutti perché correva con tutti e per tutti. Oggi, invece, è soprattutto tecnica e marketing. E la gente ha meno motivi per cercarlo, inseguirlo, volergli bene. E ora le borracce non si passano più di mano in mano. Si gettano per strada. Intanto arriva l’ammiraglia e te ne porta una nuova.

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