Vecchi ritagli di giornale: Moser trionfa alGiro 1084, all'Arena di Verona

Vecchi ritagli di giornale: Moser trionfa al Giro 1984, all’Arena di Verona

Di Francesco Savio

Mio zio, Francesco Moser non lo sopportava proprio. Quando la scuola finiva, certi pomeriggi di maggio andavo a trovarlo nel laboratorio dove faceva i materassi, riuscendo tuttavia a capire solamente come si poteva cucire qualche buon cuscino. I materassi sembravano decisamente più difficili. Erano fatti di colline di tessuto ripiene di lana, spago e bottoni bianchi di cotone. Radio Rai in sottofondo raccontava le tappe del Giro d’Italia, e mio zio con le dita lavorava, ma con le orecchie ascoltava. E il campione trentino non lo digeriva proprio. A suo avviso inoltre, gli organizzatori della corsa nel 1984 il percorso l’avevano disegnato su misura per lui e per sfavorire invece Beppe Saronni: poche montagne da scalare e troppe frazioni pianeggianti, tre delle quali addirittura a cronometro.

“Gli hanno fatto il Giro in autostrada” malignava lo zio, mentre io mi chiedevo cosa significasse di preciso questa accusa, se i ciclisti fossero obbligati a fermarsi ogni volta al casello per pagare il pedaggio.

Dopo il processo alla tappa, salutavo Franco e tornavo a casa convinto di proseguire con mio padre certi discorsi su Saronni e Moser. Solo quando varcavo la porta d’ingresso rammentavo

che Guerrino non c’era più già da due mesi. La sua discesa “a tomba aperta” dalla vita alla morte mi aveva sorpreso, e per non darlo a vedere interrogavo mia madre a proposito delle convinzioni ciclistiche paterne:

“Mamma, papà era per Moser o per Saronni?”

“Mi sembra per Saronni, gli piaceva perché era un montanaro e aveva pure delle mucche, che mungeva quando non doveva andare in bici”.

Rassicurato, mi dirigevo in camera dove sfogliavo il programma del Giro d’Italia sull’inserto regalato dalla Gazzetta dello Sport. Planimetrie, altimetrie, biografie.

“Francesco Moser, nato a Palù di Giovo, professionista dal 1973, durante il tempo libero trascorre del tempo sui nativi monti trentini, dove ama mungere personalmente le mucche di sua proprietà…”

Tenendo il segno alla pagina, facevo ritorno in cucina: “Mamma, le mucche sono di Moser”.

“Cosa?”

“Le mucche non sono di Saronni, sono di Moser”.

“Ah”.

“Non ti ricordi se papà preferiva quello delle mucche o Saronni?”

“Ma sì, uno dei due”.

Saronni, Moser, l'ultima grande rivalità del ciclismo italiano

Saronni, Moser, l’ultima grande rivalità del ciclismo italiano

Deluso e indeciso, riavvolgevo la memoria fino al precedente gennaio quando mio padre era ancora vivo. Un giorno, avevamo guardato con attenzione Francesco Moser girare intorno a un anello per stabilire il record dell’ora. Da Città del Messico, le immagini arrivavano diverse, e io mi domandavo quale peso avesse il fuso orario sul tentativo del ciclista italiano. Sette ore di differenza, un’ora da percorrere. Moser non pareva preoccuparsene. Curvo sulla sua bicicletta che a differenza della mia aveva le ruote piene che parevano frisbee, continuava a roteare sulla pista mentre la sua testa si allungava dietro, spaventandomi. Temevo la fine dell’ora, perché Francesco si sarebbe tolto il casco aerodinamico e avrebbe mostrato a tutti il suo cranio lungo, come quello di uno strano E.T. a pedali. Speravo quindi che quell’ora non finisse mai, oppure che Moser a un determinato volteggio decidesse di proseguire dritto, spezzando l’incantesimo temporale del mulinare per avventurarsi fuori, nelle strade messicane, lasciando ad alcuni spettatori la delusione per il record mancato, ad altri lo stupore per un comportamento imprevedibile e bisognoso di accertamenti clinici:

“Hai visto cos’ha combinato il Moser? Non ha svoltato è andato dritto”.

Così Moser, con la testa all’indietro come la coda di una stella cometa, avrebbe continuato a pedalare senza fermarsi mai, arrestando l’ora ben oltre i 51,151 Km fissati dalle lancette.

Ma adesso era maggio. Mio zio non sopportava Moser. Moser non sopportava Saronni. Saronni probabilmente non  sopportava me. E io nemmeno, divorato da un senso di colpa. Anche sforzandomi, le penultime parole di mio padre, io non le avevo capite. Prima di “fai il bravo” aveva sussurrato altro. Ma cosa? Forse “tifa Saronni”, forse “tifa Moser”. Niente da fare, non l’avrei mai saputo. Anche mio zio su questo punto non sapeva dirmi di più.

Laurent Fignon, grande rivale di Moser al Giro 1984

Laurent Fignon, grande rivale di Moser al Giro 1984

Al laboratorio, i materassi procedevano di pari passo con il pro- logo di Lucca, vinto da Moser subito in rosa. Poi con la cronometro Pavia-Milano, e la ruota-fresbee (per gli esperti della radio, lenticolare) che si affloscia a causa di un tombino. Quindi la tappa dello Stelvio, annullata per neve. Mio zio dispiaciuto. Moser che ad Arabba perde il primo posto in favore di Laurent Fignon, capelli biondi fermati da una fascia da tennista della Renault e occhiali da vista. Sembra finita, ma nell’ultima cronometro Soave-Verona le ruote lenticolari questa volta non si sgonfiano, Moser infligge al francese un ritardo di 2 minuti e 26 secondi e conquista maglia rosa e Giro. Il primo, a trentatré anni. Fignon si lamenta dell’elicottero televisivo che volando a bassa quota gli ha impedito volontariamente, con il movimento d’aria del rotore, di andare veloce e ha invece favorito il corridore italiano. Comunque sia, Moser festeggia e ringrazia, non facendo alcun riferimento all’elicottero e alla sua provenienza extraterrestre, o alla forma allungata all’indietro della sua testa.

Mio zio rabbuiato aumenta il ritmo produttivo, incurante delle tasse che lo massacreranno. I materassi sono cuscini grandi che non hanno Gran Premi della Montagna, ma soltanto colline basse e qualche pianura. Fuori dalla retina colorata acquistata al mare, i miei ciclisti-pallina abituati alla sabbia le affrontano senza difficoltà. Quando la polvere della lana cardata dalla macchina si alza in laboratorio, resistono alle avverse condizioni metereologiche, non si fermano, scivolano rapidi tra una fuga e una volata. Anche il mio Giro d’Italia del 1984 sarà combattuto fino alla fine.

Il racconto è tratto da:

bartali libro

 

 

 

 

 

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