Quarantamila euro per organizzare la partenza di una tappa. Centoventimila euro per ospitare il traguardo. La poesia del Giro svanisce, in parte, quando si mette mano ai business plan della corsa. Ma perché mai il Giro parte spesso dall’estero? E perché snobba il Sud? E perché ci sono sempre tanti trasferimenti a ogni edizione?

La prima tappa al Sud venne organizzata alla prima edizione, nel 1909: terza tappa da Chieti a Napoli. Vinse Giovanni Rossignoli

La prima tappa al Sud venne organizzata alla prima edizione, nel 1909: terza tappa da Chieti a Napoli. Vinse Giovanni Rossignoli

Il Giro d’Italia è un piccolo villaggio nomade, che segue una corsa ciclistica, una carovana di un migliaio di persone (circa): ci sono i campioni più o meno noti, colorati e applauditi, in prima fila. E poi c’è un mondo alle loro spalle, che organizza, coordina, prepara panini o comunicati stampa, che lavora sulla strada oppure in un ufficio. Un villaggio fatto di operai che lavorano di notte, trasportatori, autisti, impiegati, segretarie, elettricisti, giornalisti, cuochi, camerieri, motociclisti, fotografi, registi, telecronisti, massaggiatori, meccanici, tecnici del suono, modelle, ballerine, direttori sportivi, medici, poliziotti, montatori, cameramen, guardie del corpo e infine… ciclisti.

Una corsa alimentata dalla passione sì, dall’amore della gente, non c’è dubbio, ma che vive di diritti televisivi, sponsor e contributi degli enti locali, comuni, province e regioni. Il percorso del Giro d’Italia dipende da questo, dall’intreccio di passione e business: ma è il business che, quasi sempre ne orienta la direzione.

Vincenzo Nibali, da Messina, assente al Giro 2015

Vincenzo Nibali, da Messina, assente al Giro 2015

Il cuore grande del Sud, quello della gente, non basta più per far scendere la corsa verso il caldo Mezzogiorno: in gruppo, tra i migliori professionisti, sono tanti i meridionali, da Giovanni Visconti a Paolo Tiralongo, da Manuel Bongiorno a Domenico Pozzovivo. Non c’è Nibali, il siciliano più amato, quest’anno, ma se il numero uno delle corse a tappe è di Messina, vuol dire che la passione ciclistica laggiù dà frutti, anche se poi questi frutti sono costretti a emigrare: poco male, non è il caso di recitare la solita riflessione del ciclismo povero al sud che va al nord, perché, oggi, se vuoi fare il corridore professionista devi comunque emigrare all’estero quasi sempre. Nibali gareggia per una squadra kazaka, Visconti per una formazione spagnola, Pozzovivo per un team francese: il ciclismo è un po’ lo specchio dell’Italia. E se al Sud, il calcio è una malattia, nel bene e nel male, il ciclismo è passione e orgoglio.

Orgoglio che deve fare purtroppo di conto, quando si tratta di organizzare una tappa del Giro d’Italia: «Gli amministratori locali del Sud, molte volte, non hanno mantenuto le promesse. Sindaci, politici e amministratori siano più vicini al Giro», esorta Carmine Castellano, napoletano, e per quindici anni patròn della Corsa rosa.

Il Giro che parte dall’Irlanda, ok, bello, la Corsa rosa che percorre metà Olanda, interessante, però quando il Giro è davvero d’Italia è più bello, con il calore e colore del Sud che non dovrebbe mancare: quanti comuni, in Italia e non soltanto al Sud, hanno la forza oggi di mettere sul piatto centoventimila euro per organizzare una tappa del Giro d’Italia? Un evento importante, per carità, appassionante, bello, ma che rischia nella maggior parte dei casi di fare terra bruciata: rischia di non essere un investimento, bensì un buco nei bilanci. Le cifre del Giro richiedono molto di più che una genuina passione, passione che si deve confrontare con un Paese in difficoltà, con i patti di stabilità che mettono in croce tutti i comuni, con le risorse assorbite non solo dalla crisi, ma da un Paese che è sempre più un pachiderma da nutrire, un Paese fatto di burocrazia e di malaffare, di buona volontà che viene frustrata da mille complicazioni, spesso alimentate dalla malafede. Ecco, dunque, che anche il Giro d’Italia, anche il ciclismo si confronta con il Paese che non cambia.

Un campione del Sud: Pino Faraca, di Cosenza, maglia bianca al Giro 1981: oggi fa il pittore

Un campione del Sud: Pino Faraca, di Cosenza, maglia bianca al Giro 1981: oggi fa il pittore

In attesa di tempi migliori, bisogna fare di tutti per non mortificare e far venir meno la passione al Sud. Gli appassionati meridionali che oggi reclamano per un Giro d’Italia che li snobba sembrano ragazzini squattrinati davanti alla vetrina di una pasticceria. La passione bisogna tenerla viva e anche per questo Nibali avrebbe dovuto farlo questo Giro, Vincenzo deve ricordarsi che sì viene pagato dai kazaki, ma è viene da una terra che lo ama. La passione non vive di calcoli, ma di gesti generosi, come faceva Vito Taccone, indimenticabile nei suoi eccessi d’amore e di rabbia. O come ha fatto, a San Giorgio al Sannio, un gregario che corre da campione come Paolo Tiralongo: siciliano d’Avola ha commosso e si è commosso.

Il Giro torna al Nord, arrivederci Sud, sperando in un’Italia migliore.

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