Un uomo, un bambino, una donna che pedalano hanno più di un punto in comune. E non c’è differenza se lo facciano per sport, per lavoro, per abitudine quotidiana o per scelta ecologica. Tutti sono parte di una comunità, quella dei ciclisti. Soltanto in Italia, questo concetto non è chiaro: nel nostro Paese prevale invece la logica della nicchia. Ogni nicchia, un mondo a sé: il ciclista urbano e lo sportivo sono parte di galassie che sembrano opposte, l’appassionato di mountainbike e lo stradista, il ciclorivoluzionario da Critical Mass e il trialista a bombazza, gli agonisti e le famiglie che pedalano con cestini e seggiolini. Tutte realtà che non dialogano tra loro, persino le aziende non dialogano con le istituzioni che dovrebbero migliorare la vita anche di pedala e non solo di chi deve parcheggiare o utilizzare un’automobile. La conseguenza è che in Italia, le istanze dei ciclisti sono sostenute da una comunità sempre poco unita, se non troppo politicizzata. All’estero, invece, le cose vanno diversamente.

Migliorare la qualità della vita è una priorità per tutti: e la bici è una grossa opportunità per tutti, non per una sola nicchia di ciclisti. A Montreal, in Canada, è stato realizzato (già un paio d’anni fa) un cortometraggio che, in qualche misura, spiega questo approccio differente. Meccanici ciclisti, proprietari di negozi, politici, semplici ciclisti, baristi: soggetti di una comunità variegata offrono spunti, riflessioni sull’uso della bicicletta. E aiutano anche noi, nella piccola Italia, a fare uno sforzo mentale in più.

 

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