Il ciclismo in una grande città si misura con due visioni opposte: un’enorme scocciatura e una grande opportunità. Il rapporto è controverso, perché la bicicletta e ancor più un evento agonistico di grande portata, richiedono spazi e vivono di ritmi difficilmente compatibili con la dimensione esagerata e spesso disumana di una metropoli.

Tuttavia, è una questione di scelte, anche e soprattutto culturali: perché la bicicletta, prima ancora che un mezzo di trasporto e sportivo, è uno straordinario strumento per fare cultura, per migliorare la qualità della vita dell’uomo.

liberazione2Roma, per motivi anche assurdi, vive da molti anni questo rapporto controverso con il ciclismo e la bicicletta. La capitale, come altre città italiane, fatica a comprendere il valore di certi eventi, che altro non sono se non splendide opportunità. Il ciclismo non ha bisogno di stadi, ma ti arriva sull’uscio di casa, entra nel cuore pulsante della vita quotidiana: chiede la precedenza, passa e va, con le sue emozioni, e, quasi sempre getta un seme prezioso, un messaggio importante che la città può scegliere di ascoltare e farne tesoro. La grandi corse, poi, sono uno straordinario veicolo di promozione: si pensi al Tour de France, per esempio, che oggi è un prodotto da esportazione tra i più venduti e apprezzati della Francia. E cosa vende, al mondo, il Tour de France? L’immagine meravigliosa di un Paese, le sue bellezze artistiche e naturali, la sua storia: monumenti, cultura, bellezza attraversate da un circo multicolore di biciclette, da telecamere e suggestioni. Il Tour de France, dunque, viene venduto come un romanzo, una storia con la sua trama sportiva intrecciata a un territorio che si fa conoscere in tutti i continenti, a milioni di persone.

Il grande ciclismo, a Roma, può diventare proprio questo: la meravigliosa opportunità di esportare il prodotto più prezioso che il nostro Paese possiede, ovvero la sua bellezza, una bellezza arricchita da storia, monumenti e un’atmosfera unica, che nemmeno il Tour de France possiede. La forza del grande ciclismo l’hanno compresa persino a Dubai, dove, con la benedizione dei promotori dello sport “business” e globalizzato, si importano gare ciclistiche e campioni da far correre nel deserto totale, ovvero quello naturale e quello culturale.

liberazione1A Roma, invece, il ciclismo che fatica a conquistare i propri spazi, può contare su tanta passione e su una grande tradizione, tradizione che magari qualcuno dimentica, ma che esiste. Le grandi corse nella capitale hanno scritto pagine importanti della storia del ciclismo: basti pensare al Giro del Lazio o al Giro d’Italia, che sono entrati nel cuore pulsante di Roma, accanto ai suoi monumenti, hanno regalato emozioni e seminato passione. Giro del Lazio e Giro d’Italia, citati non a caso, ma per ricordare eventi importanti che a Roma non riescono più a sopravvivere.

E poi c’è il Liberazione, che rischiava di fare la fine delle altre grandi corse romane, ma che qualcuno ha deciso di non far morire. La tenacia è qualità tanto cara al ciclismo. E così, il Gran Premio Liberazione sopravvive: perché a Roma il terreno per “coltivare” questo sport c’è sempre stato, la cultura ciclistica c’è eccome e, in questo caso, si lega a una storia importante da ricordare. Il Liberazione nasce per motivi ben precisi, in quel lontano 1946: e celebra un ricordo che non può sbiadire. Affida alle imprese di giovani campioni del pedale, un messaggio per Roma e per l’Italia. Da Guglielmetti a Bugno, la lezione della storia si promuove anche con la bicicletta.

Lunga vita al Liberazione, dunque, che oggi, più che mai, resta una tradizione di Roma: il ciclismo vero vive proprio di tradizione, di miti e di passione. Germoglia dove la cultura ciclistica è viva. A Dubai, pur con tutto il marketing e l’impegno calato dall’alto, non si costruiranno mai imprese e miti ciclistici che la gente ricorderà per decenni. A Roma, tra il Colosseo e le Terme di Caracalla, questo è ancora possibile, invece.

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