di Gino Cervi

Alla fine vince sempre chi ne ha di più. Dopo 250-300 km di corsa, come nelle grandi classiche. O dopo tre settimane, qualche migliaio di km nelle gambe, sole, pioggia e vento sulla pelle, salite e discese, volate e cadute, come alla fine di un Giro o di un Tour.

Questa cosa qui si chiama RESISTENZA. Resistenza alla fatica, al dolore, alla voglia di scendere di sella e stendersi in un prato; o di infilarsi al caldo in un bar lungo la strada, mentre fuori fa un freddo della madonna, e magari nevica come sul Bondone nel 1956; o di tuffarsi in un torrente e abbandonare una torrida tappa pirenaica di metà luglio, con l’asfalto che si scioglie sotto i palmer.

Oppure, alla fine vince chi più di altri ha voglia di LIBERTA’. E non può fare a meno di fuggire. La fuga nel ciclismo è il contrario di quello che in guerra è un atto di codardia. Fuggire in bicicletta è la sfida all’avventura, è il coraggio di chi attacca, di chi scappa dal gruppo al pronti-via. E si ritrova, come Fausto Coppi nella Milano-Sanremo del 19 marzo del 1946, quando partì a Binasco insieme ad altri, rimase solo sul Turchino e si fece in solitaria 151 km: per arrivare sul traguardo di via Roma con quasi un quarto d’ora di vantaggio sul secondo. Tanto che il radiocronista, per intrattenere l’attesa degli ascoltatori, fece trasmettere “musica da ballo”.

Era il 1946 e forse a spingere in fuga il Campionissimo, che ancora non si chiamava così, era ancora una gran voglia di libertà. Dopo gli anni della guerra e della prigionia, della miseria e della distruzione. Era la stessa voglia di tanti italiani, che dalle povere macerie di vite spezzate e umiliate ripresero a “pedalare” e ricostruirono l’Italia: strade, città, lavoro, amori e passioni. Tra le altre, la passione per la bicicletta e il ciclismo. L’Italia ferita non poteva aspettare troppo a lungo: voleva rivedere per le strade correre i propri beniamini del pedale. Il Giro della Rinascita, su strade ancora massacrate, ponti provvisori, paesaggi di rovine, nuvoloni di polvere fitta – solo 2500 dei 3350 di strada erano asfaltate – attraversò per la penisola già dal 15 giugno al 7 luglio del 1946. E pochi mesi prima, proprio il 25 aprile del 1946, si era svolta proprio la prima edizione del Gran Premio della Liberazione.

Una libertà, una voglia di fuga, che nasceva dalla Resistenza.

A molti di quei corridori correre un Giro, anche in quelle precarie condizioni, sembrò una passeggiata. Avevano infatti in gran parte provato che cosa voleva dire la sofferenza, la lotta per la sopravvivenza durante gli anni della guerra. Mandati al fronte, fatti prigionieri, alcuni saliti in collina come partigiani, avevano conosciuto la paura di morire: cosa vuoi che fosse per loro pedalare per 3350 km su e giù per un’Italia che voleva vedere i mille colori delle loro maglie per dimenticare il nero del lutto.

Per molti, in quegli anni, la bicicletta era stata la salvezza. Tante azioni partigiane, e in particolar modo quelle dei GAP, si svolgevano grazie ai veloci e agili spostamenti in sella, nella notte delle città occupate, o lungo le strade di campagna della pianura. Leggendarie le imprese di Visone, nome di battaglia di Giovannino Pesce, comandante del 3° battaglione delle Brigate Garibaldi. “Era come l’aria che respiravo, un mezzo indispensabile per muovermi in modo rapido in ogni frangente. Senza la bicicletta non sarebbe stato pensabile compiere le operazioni che ho portato a termine. Ma dovevi saperla utilizzare: bisognava essere accorti. Lasciarla ad esempio, ed era la regola più opportuna, cento, cento cinquanta metri prima del bersaglio per poi poterla riprendere in sicurezza quando dovevi battere in ritirata. La bicicletta era più utile per fuggire che per giungere a destinazione”. Anche per Visone l’importante era la fuga, la fuga per la libertà.

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La libertà che regalò Gino Bartali a decine e decine di ebrei, portando nascosti nel tubo del piantone reggisella lasciapassare falsi, da Firenze a Perugia e ritorno. La libertà, la libertà e la pace che cercava il partigiano Alfredo Martini, comunista, ma che salvò la vita all’amico Fiorenzo Magni, fascista, testimoniando a suo favore al processo per i fatti della battaglia di Valibona, sulle colline di Prato. Oppure quella per la quale si batterono, correndo in bicicletta al servizio di bande partigiane, Toni Bevilacqua, campione del mondo d’inseguimento su pista nel 1950 e nel 1951, e Vito Ortelli, tre volte campione italiano, due su pista, 1945 e 1946, e una su strada 1948. Bevilacqua e Ortelli che inseguirono la libertà fino a raggiungerla: forse il loro più bel successo.

C’era tra chi resisteva anche il varesino Luisin Ganna, primo vincitore del Giro d’Italia nel 1909, che da imprenditore del pedale quale era diventato a fine carriera, regalò le sue biciclette da corsa ai partigiani della 121a Brigata Garibaldi. E c’era un altro varesino, l’Augusto Zanzi, ex corridore, ma soprattutto punto di riferimento, nel retrobottega del suo negozio di biciclette, degli antifascisti della sua città e di tutta la Lombardia: diede una mano anche a Elio Vittorini a nascondersi sul Sacro Monte.

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Ma a portare Resistenza e Libertà in sella a una bicicletta, furono soprattutto le centinaia di donne e ragazze che furono staffette partigiane e svolsero un fondamentale ruolo di collegamento e informazione. A nome di tutte, vogliamo ricordare Gina Galeotti Bianchi, nome di battaglia Lia, che perse la vita a ventidue anni falciata da una mitragliatrice nazista, mentre pedalava per le strade del quartiere di Niguarda, a Milano, per portare ai compagni l’ordine di insurrrezione.

Era il 25 aprile del 1945: Lia felice perché sapeva che la guerra sarebbe finalmente finita e perché il figlio che portava in grembo sarebbe nato “in un paese senza fascisti”.

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