…………(In ricordo di Vanni Pettenella)

Sto cestinando la mail con un click ma il logo mi trattiene dal gesto estremo: tra un morso e l’altro ad un cornetto che sa di plastica, realizzo che non tutto è perduto. Una possibilità: martedì prossimo, ore 9.

La Milano degli affari non mi è mai piaciuta ma non mi fa paura: non ci sono più i milanesi, quelli operosi, con la testa china sui banchi prova dell’Alfa Romeo o quelli delle catene di montaggio della Bianchi. Non ci sono più le fabbriche, sostituite dalle finanziarie, i centri direzionali, gli immobiliaristi ed i centri commerciali che oggi aprono e domani chiudono.

Milano forse la conosco troppo poco per poter parlarne: l’ho incontrata attraverso i racconti dei tanti veneti in pensione, tornati nella loro terra d’origine. Quando raccontano, misurano le parole con un velo di nostalgia, ripetendo una frase “ quando se mangiava no…” Occhi lucidi, difficoltà, privazioni, una valigia di cartone.

La mia generazione è stata fortunata: chi è andato a Milano a vent’anni o era iscritto alla Bocconi o alla Cattolica e campava con i soldi usciti dalla fabbrichetta di papà.

Davanti ad una tazzina fumante di caffè di primo mattino, uno di quei vecchi del bar mi scarabocchia su un pezzo di carta a quadretti un nome ed un cognome, un indirizzo.

Mi aveva incuriosito: avevo ripiegato il foglio e lo avevo posto con cura in un taschino del portafoglio dove tengo tutte le cose di cui mi devo ricordare e che, ad ogni occasione, controllo per evitare di dimenticarmene.

Mi guardo nella vetrina impolverata: abito da pinguino d’ordinanza, cravatta abbinata, anche se, dopo che Montezemolo l’ha definitivamente tolta, non rappresenta più un ‘appendice necessaria.

Sono pronto ad imbarcarmi, perché proprio di imbarcarsi si tratta: piove a dirotto.

Salendo in macchina, inzuppo le scarpe in una pozzanghera.

L’autostrada é un lavandino otturato: il passaggio dei veicoli sposta masse d’acqua che generano prozie delle onde anomale.

Cerco di affrancarmi dalle insidie nascoste nei sorpassi dei camion: numericamente, la battaglia é impari. L’agognato arrivo in barriera a Milano é un ambizioso traguardo ma il minaccioso cielo plumbeo intima la resa .Fradicio giungo a destinazione.

L’attesa si protrae su uno scomodissimo divanetto Ikea in fintapelle.

L’incontro è patetico :il mio interlocutore con lo sguardo palesa di avere di meglio da fare.

Nulla di fatto: verrò ricontattato.

Mi lascio alle spalle la porta scorrevole come un carcerato che ha terminato di scontare la propria pena. Mi infilo in macchina, sfilo la cravatta, abbandonandola sul sedile di fianco.

Dalla tasca della giacca prendo il portafoglio ed estraggo il foglio a quadretti.

Attivo il navigatore e digito l’indirizzo: via Semplicità. Rovisto nella memoria per cercare di ricordare chi potesse avere un cognome del genere :non ricordo navigatori, condottieri o storici.

I politici li escludo a priori …Le vittime di mafia: troppe da ricordare!

La voce metallica dell’infernale marchingegno mi conduce di fronte ad una serranda verde, mimetizzata tra adesivi che tappezzano la superficie sui cui capeggia, in un bianco scrostato, la scritta fabbrica di biciclette.

Oggi sono in pochi a poter permettersi di scrivere la verità, di scriverla poi…..

Via Semplicità 4 Milano

Via Semplicità 4 Milano

Busso, attendo. Mi apre un anziano con gli occhiali dalla montatura scura ed uno sguardo che non te lo dimentichi:magnetico seppur dimesso.

Dietro la sua sagoma, un’atmosfera sospesa, un alone di magia.

Si gira, mi lascia lo spazio per entrare.

Attorno vecchie biciclette da corsa. Colori fuori moda: avio, amaranto, bianco opaco e giallo carico, oggi, lo definirebbero tropici, per quei tempi, forse, la definizione più corretta sarebbe oro.

L’officina è un monumento agli impavidi, a chi non ha paura di sporcarsi lavorando, come si faceva una volta in tutte le città d’Italia, popolate di gente animata da un sogno, fame di vita e voglia di riscatto, dopo due guerre che avevano prostrato un popolo a cui non rimanevano che terra e sassi da mangiare.

Tornando all’ingresso mi accorgo di una grande foto appesa al muro,un bianco e nero che vira al seppia: due pistard sulla linea del traguardo. Tempi lontani, atmosfere perdute nel limbo aureo del ciclismo. I due corridori hanno tutti e due la stessa maglia, probabilmente azzurra, riconoscibile dallo scudetto tricolore sul petto.

Quello di sinistra é immortalato nell’attimo in cui si sta rialzando per esultare.
Pettenella

Lo guardo, poi guardo il vecchio sotto gli occhiali che adesso sta parlando al telefono.

Gli porto i saluti di chi mi ha mandato, mi fa accomodare su una sedia malferma.

Mi chiede di Verona mentre si china su un cavalletto, intento a raggiare una ruota con l’arte estinta dei vecchi artigiani.

Scorgo un orologio sul muro: è ora di tornare. Mi accompagna alla porta, ci scambiamo una stretta di mano

Parto piano, mi congedo con un cenno della mano. Con un po’ di amarezza, getto l’ultimo sguardo sul retrovisore esterno su cui si riflette quella serranda, quel meraviglioso scrigno e la cruda indifferenza che lo lambisce: un uomo così doveva stare altrove, su una cattedra, in un aula, o su un pulpito, in una chiesa, cristiana o laica, poco importa. L’ importante è quel che aveva da dire e che troppo pochi hanno ascoltato: tutto quello che di sportivo e non aveva da insegnare. Di quell’incontro mi sono rimaste addosso una manciata di parole: – Se trovi uno spiraglio, infilati! Il coraggio non è nato con noi, siamo noi che lo scegliamo ogni giorno.-

Giovanni “Vanni” Pettenella, ex pollivendolo di Caprino Veronese, medaglia d’oro di velocità su pista alle olimpiadi di Tokio del 1964, direttore tecnico nazionale , direttore del Velodromo Vigorelli fino alla chiusura nel 1987. Le biciclette da pista che ha costruito portano la scritta Vigorelli sul piantone. Se ne stava fra i suoi telai ed i suoi ricordi in un angolo di periferia milanese, dove ogni tanto qualcuno lo chiamava, se gli serviva un consiglio, o lo andava a trovare, se gli serviva un pezzo. L’ho incontrato prima del suo ultimo surplace, pochi giorni prima della sua definitiva dipartita.

Milano val bene una messa”: modo di dire che identifica uno sforzo, apparentemente insignificante, che porta un vantaggio inatteso
………………………………….Andrea Bisighin……………………………….

Vanni Pettenella  foto Francesco Dolfo

Vanni Pettenella
foto Francesco Dolfo

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