Domenica 22 febbraio. È il suo compleanno. Da 85 anni è oggi. È il giorno  di Nascimbene! Vai a Milano. tre ore serrate in radio. Il pane quotidiano: lo sport. Sempre meglio che… lavorare. Riprendi l’auto, rossa, che ti aspetta. Ha già il motore acceso. Passi il confine. Il Po! Passi la provincia: Pavese. Dal paesello – Rivanazzano – prosegui. Sali su. Da Godiasco. Ti perdi sempre fra le tue colline. Poi una salita che ricordi. Dove quel giorno avevi seguito un gruppetto di amici in allenamento. Tu sull’ammiraglia con i rifornimenti. Loro a sudare e faticare sul sellino. Felici. Tu e loro e lui. E quel tornantino. Il campanile. B O R G O R A T T O. Mormorolo. Che è un po’ come dire Mortirolo perché te la ricordi bene la sudata per arrivarci in tandem…

Ciao Pietro! Pietro Nascimbene. Buon compleanno. E siccome tutti devono sapere chi sei – l’ultimo amico e caro gregario dei gregari di Fausto Coppi – hai deciso di festeggiare da lui questa domenica 22 febbraio. Per cominciare un tributo parte da queste righe  con queste pagine riprodotte su Cyclemagazine estrapolate da un libro di ieri di oggi.

Buon compleanno campione che aprirai la porta con le bretelle. E il sorriso dolce stampato sul viso da eterno ragazzino emozionato se parla di ciclismo. Quel sorriso di chi trova ancora serenità nella vigna. Anche a 85 anni. Dopo aver fatto il gregario. Appena rinasce, la vigna,  fiorisce il Nascimbene che la popola con passione in lungo e in largo. Sorride nelle parole come a tavola. Nei ricordi a piedi come in bicicletta. L’ultimo e il primo. Gregario. Come in una gara. Chissà.

Ripartiamo da qui, da questo compleanno. Ma intanto: ecco chi sei. Pietro Nascimbene. Qui sulle pagine di questo libro che ci ha fatto incontrare quando l’editore disse: sì, va bene, pubblichiamolo questo diario della Signora Bruna Ciampolini in Coppi. Era una cura al cuore, era un omaggio personale al ciclismo. Del cuore. Di famiglia, di papà, di Bruna, di Fausto… del Campionissimo che hai conosciuto tu, Pietro, antico e nuovo amico.

Buon compleanno e un brindisi con il tuo vino. Che dà la carica. Sapore vero. Di un ciclismo che non finisce mai. Perché… è tutto in questo nome: NASCIMBENE!

Dal Diario intimo di Bruna Ciampolini in Coppi. La Mia Vita con Fausto (Piazza Editore, Torino). El Peder Nascimbene è un signore di quasi ottantanni che vive in cima alla salita di Borgoratto Mormorolo, in Val Coppa. Da quando ha chiuso la trattoria i suoi ricordi di ciclismo che se ne stavano con le sue fotografie, appesi alle pareti, sono finiti con la sua prima bicicletta. In cantina.

Ma se lo vai a trovare prima Natale, lì in cima alla salita, lui ti apre col sorriso timido quella porta. E ti fa entrare nel suo mondo. Che torna indietro di sessanta anni circa. «La prima bicicletta? – incalza – Era una bici troppo alta, per uno di due metri almeno, ma è quel che passava il convento. Ed io ne fui felice». La prima bici, dunque, la comprò a Pavia, quando aveva 18 anni, con i risparmi della fatica di una famiglia di lavoratori e poca terra: tre fratelli e papà muratore. Di Montalto Pavese.

El Peder è il soprannome affibbiato, senza troppa fantasia, da un giornalista pavese che voleva mettere l’accento nelle cronache del tempo su questo bel ragazzo. Dal fisico robusto. Timido ma forte: muscoli all’apparenza tipici di un velocista. Muscoli che ingannano, però, perché questo corridore ha le caratteristiche del passista scalatore. Va bene anche a cronometro. Si esalta al freddo. Uno, insomma, che se la cavava un po’ su tutti terreni. E con un bel temperamento. El Peder, non a caso, le vince tutte le sfide di paese quando si tratta di provarci in bici. E non El Peder Nascimbene è un signore di quasi ottantanni che vive in cima alla salita di Borgoratto Mormorolo, in Val Coppa.

Da quando ha chiuso la trattoria i suoi ricordi di ciclismo che se ne stavano con le sue fotografie, appesi alle pareti, sono finiti con la sua prima bicicletta. In cantina. Ma se lo vai a trovare prima Natale, lì in cima alla salita, lui ti apre col sorriso timido quella porta. E ti fa entrare nel suo mondo.

Che torna indietro di sessanta anni circa. «La prima bicicletta? – incalza – Era una bici troppo alta, per uno di due metri almeno, ma è quel che passava il convento. Ed io ne fui felice».  La prima bici, dunque, la comprò a Pavia, quando aveva 18 anni, con i risparmi della fatica di una famiglia di lavoratori e poca terra: tre fratelli e papà muratore. Di Montalto Pavese.

El Peder è il soprannome affibbiato, senza troppa fantasia, da un giornalista pavese che voleva mettere l’accento nelle cronache del tempo su questo bel ragazzo. Dal fisico robusto. Timido ma forte: muscoli all’apparenza tipici di un velocista. Muscoli che ingannano, però, perché questo corridore ha le caratteristiche del passista scalatore. Va bene anche a cronometro. Si esalta al freddo. Uno, insomma, che se la cavava un po’ su tutti terreni. E con un bel temperamento. El Peder, non a caso, le vince tutte le sfide di paese quando si tratta di provarci in bici. E non ce n’è proprio per nessuno quando s’impunta, di ritorno dal lavoro al cantiere, sia pure stanco morto, e mena l’andatura per arrivare primo. Peder sta naturalmente per Pietro. Pietro Nascimbene. Uno degli ultimi gregari di Fausto Coppi. Sopravvissuto. Alla fatica, della vita. E alle delusioni, della bicicletta.

Sopravvissuto e nascosto dietro a mille sogni accarezzati con giuste ambizioni, quand’era un forte dilettante, alla Rolando. Sogni sfiorati e poi delusi, al passaggio fra i professionisti. «Di ritorno dal Giro del Belgio, mi chiesero di correre il Giro d’Italia per la Arbus, una squadra che presto divenne per me una famiglia. Era il 55. Mi ero fatto notare prima al Giro del Marocco e poi in Belgio dove avevo corso da indipendente vincendo due tappe. Era la mia occasione quel giro d’Italia da correre in una squadra di professionisti e, infatti, alla fine arrivò la proposta della vita: mi vollero alla Carpano-Coppi! Toccai il cielo con un dito, quel giorno. Non si poteva desiderare niente di più importante a quel tempo. Correre con Coppi!».

Un sogno da cui svegliarsi presto, facendo faticosi allenamenti sulle colline pavesi. Lunghe pedalate muovendo da Montalto a Casteggio, attraverso il Piacentino, in direzione Bobbio, per poi scalare il Monte Penice per scendere su Varzi e tornare da Voghera. «Una volta al mese anche due dovevo allenarmi per 160 km almeno. E certe volte la salita per Montalto che mi portava finalmente a casa, quei sette otto chilometri, non finiva più. Ma era un sacrificio che facevo volentieri. Sapevo che mi consideravano un gregario, ma nelle corse può succedere che ti capita l’occasione giusta e a me, prima o poi, doveva capitare».

Peder Nascimbene corre con il Campionissimo ed eccolo, al Giro d’Italia. Milano, la foto davanti al Duomo: da sinistra Gaggero, Scodellaro, Coppi, Cainero, Nascimbene e Guerrini. Che squadra!«Ma al Giro di Francia mi esaltai davvero – racconta El Peder prendendo fiato – in Francia e in Belgio la gente mi riconosceva, tifava anche per me non solo per Coppi ed era bello. Ti dava morale. Ti rincorrevano con una fotografia da autografare, sapevano tutto delle tue gioie e dei tuoi dolori». Di quella Parigi – Tours del ’58, in fuga col vincitore dall’inizio fino alla fine. «Arrivai stremato e mi diedero il premio di 100 mila franchi per la combattività. Fu una gioia immensa. Fu come vincere. Ma poi presto tutto finì. E quell’anno, a fine stagione fui licenziato. Senza un vero motivo. C’era sempre qualcuno più forte o più furbo di me e il mio posto fu di questo. Ci soffrii tantissimo. Albani, con cui avevo corso anni prima, che mi era affezionato, mi volle alla Molteni. Provai ma non era più la stessa cosa per me. I miei sogni, la mia vita, erano tutti in quella squadra al fianco di Coppi. Ero coppiano da quando avevo dieci anni. Quando Fausto vinse il primo Giro, nel 41, andavo di nascosto nel bar a sentire le cronache della corsa…. Dopo quel licenziamento, per me ingiusto, ho detto basta. Ho chiuso col ciclismo che mi aveva fatto troppo soffrire. Adesso mi pento, non di quella scelta, non avrei potuto fare tanta fatica senza le giuste motivazioni. Ma ho sbagliato a chiudere con tutti. A chiudere con quel mondo, a pretendere da me stesso un distacco pesante. Adesso che sono vecchio e i ricordi riaffiorano ancora».

Quando correre al fianco di Fausto Coppi, il Campionissimo, significava tutto. Significava tacere e tenerlo su di morale. Come faceva Ettore Milano, come voleva fare El Peder Nascimbene. Che ci pensava la vita stessa a travolgere e stravolgere poi tutto.

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