di Gino Cervi

Anche se oggi, 7 febbraio 2015, Giovanni Corrieri compie 95 anni sarà sempre Giovannino. Come nelle favole, anzi nelle fiabe. Proprio come Giovannin senza paura, il protagonista della prima storia delle Fiabe italiane raccolte e pubblicate nel 1956 da Italo Calvino (per amor filologico del titolo: raccolte dalla tradizione popolare durante gli ultimi cento anni e trascritte in lingua dai vari dialetti da Italo Calvino).

Sarà un caso, ma nel 1956 Giovannino Corrieri, di mestiere ciclista, chiudeva la sua carriera da professionista, che aveva iniziato diciassette anni prima, nel 1941. Era nato a Messina, nel 1920, ma nel 1940, a vent’anni si era trasferito a Prato, per fare il corridore. Sessant’anni dopo lo avrebbe fatto anche Vincenzo Nibali.

images (1)

Corrieri con la maglia della Gloria

 

Del resto, se uno si chiama Corrieri e ha la strada segnata. Corre dapprima per la Gloria, insieme a campioni già navigati come Ezio Cecchi, Glauco Servadei, Severino Canavesi – per il quale tifava il giovane Pasolini – e al fianco di un altro giovane siciliano, Mario Fazio, da Catania. Poi nel 1945 veste la maglia giallo-blu della Viscontea: e arrivano in primi successi. In quell’anno vince la prima tappa e la classifica finale del Giro di Calabria, e nel 1947 una tappa al Giro d’Italia, la prima delle sette che in carriera. È la Pescara-Cesenatico dove batte in volata Leoni e Casola. Giovannino è veloce, ha un bello sprint. Ma capisce che se vuole portare a casa uno stipendio vero, gli conviene mettere da parte i sogni gloria e vittorie e fare il gregario. L’anno, nel 1948, dopo passa alla Legnano di Bartali: e a Ginettaccio resterà legato fino al 1954, correndo e forcando per il suo capitano. Non gli mancheranno tuttavia le soddisfazioni personali. Innanzitutto le due tappe vinte con la maglia della selezione italiana al Tour del 1948, quello del trionfale successo di Bartali, coi francesi che s’incazzano: la prima a Metz e la seconda nell’apoteosi finale a Parigi, al Parc de Princes. Arriveranno poi altre vittorie di tappa al Giro del 1949, per distacco a Bassano del Grappa, su Doni e Fornara; e in volata, ancora nel gran finale sul circuito di Monza, davanti a Mario Ricci e Fausto Coppi. Poi ancora al Tour del 1950, nella quinta tappa, a Dinard, prima che la squadra azzurra abbandoni la corsa in segno di protesta dopo l’aggressione subita da Bartali da parte di tifosi francesi. Corrieri vincerà ancora altre quattro tappe, e tutte allo sprint, ai Giri del 1951, 1953, 1954 e 1955, l’ultima, la Genova-Viareggio, correndo per la Arbos e regolando in volata Fiorenzo Magni. Con la maglia della Carpano e al fianco di Fausto Coppi, correrà ancora un anno da professionista, il 1956, quello appunto delle Fiabe italiane di Calvino e di Giovannin senza paura.

images

Ma nelle pagine di letteratura, Giovannino Corrieri ci era entrato, senza saperlo, già nel 1947, quando Vasco Pratolini raccontava le Cronache del Giro d’Italia per le pagine dell’“Unità”. Pratolini racconta dell’arrivo a Cesenatico e dell’aspra contesa con Oreste Conte.

«Nel gran frastuono del Circo, mentre le vedettes restavano in camerino, è accaduto un piccolo dramma tra due uomini del comparsame, tra due spalle il cui nome figura spesso sul cartellone: Conte e Corrieri sono i protagonisti. Conte […] è alto, con gli occhi chiari, una figura da ginnasta, è udinese, un passista dicono. Negli arrivi in volata tutti hanno paura di lui, anche Coppi, anche Bartali. […]

Corrieri è d’altra razza. È un siciliano, basso di torace, olivastro, risentito, un uomo d’onore, un operaio della bicicletta. Corre per la Viscontea, si guadagna il pane correndo in bicicletta come milioni di uomini simili a lui se lo guadagnano lavorando nelle officine e nei cantieri. È siciliano, è venuto in continente e penso abbia una grossa famiglia da mantenere. In comune con Conte ha lo spunto e mentre Oreste se ne se serve per le vittorie di tappa, Corrieri, che non sempre ha la fortuna e il fiato di trovarsi in gruppo per la volata finale, approfitta del suo sprint lungo il cammino. Fa incetta di premi di traguardo. Ogni tappa ne vince almeno un paio. Un modo di arrotondare il suo salario. Vince denari e premi in natura. Me lo immagino nei giorni di intertappa spedire ai congiunti voluminosi pacchi postali, imballaggi con su scritto “piccola velocità”. A Ponte a Egola vinse i tre dossi di cuoio appesi allo striscione come a un albero della cuccagna. A un traguardo a Frosinone 5000 lire e due agnelli da latte. L’altro ieri a San Severo, poco dopo Foggia, si prese 10.000 lire e una bottiglia di vino.
È un lavoratore che fa degli straordinari, che pensa alle scarpe, al vitto e al vino per la sua famiglia. I suoi colleghi non lo possono sopportare, lo giudicano un ingordo, un egoista. Conte, ragazzo intemperante e generoso qual’è, stamani al controllo di partenza gliel’ha detto chiaro e tondo.

Gli ha detto:

– Tu Corrieri sei una sanguisuga. Vuoi mangiare tutto te. Lascia vincere qualche traguardo anche agli altri. A Malabrocca, per esempio, che ne ha tanto bisogno!

– Io faccio quello che mi pare – gli ha risposto Corrieri. Allora Conte si è spazientito.

– Va’ là morto di fame! – gli ha detto. Nessun uomo si lascia dire morto di fame senza reagire, tanto meno un siciliano. Corrieri si è alzato sulla punta dei piedi, appoggiato con una mano al manubrio della bicicletta, con l’altra mano ha raggiunto la faccia di Conte a palma piena. Subito Conte gli ha restituito lo schiaffo. Corridori, giudici e giornalisti sono accorsi per dividerli. Io ho trascinato Conte da una parte.

– Non dovevi offenderlo – gli ho detto – è come se fosse un lavoratore a giornata.–

– Conte mi ha guardato senza capire, stupito:

– È un morto di fame! – ha ripetuto. Corrieri invece mi ha detto:

– Glielo faccio vedere io a quello!

Corrieri è un siciliano, ma è sportivo. La sua minaccia di vendetta era una sfida da lavoratore a lavoratore. Domani magari scoppierà, ma oggi ha radunato tutto il fiato che aveva in corpo e all’uscita da Senigallia si è tirato dietro chi era disposto a fuggirsene con lui. In diversi l’hanno seguito. Conte fra questi. Le vedettes, com’era convenuto, restavano in camerino. Nel gruppo c’erano altri velocisti, c’erano Leoni, Servadei, Bertocchi, ma soltanto loro due contavano, loro due che si erano sfidati. Dopo Riccione il tachimetro della nostra macchina che gli stava dietro oscillava intorno ai 50 all’ora. Cesenatico era quel gruppo di case là in fondo alla landa che ha per confine il mare. Corrieri e Conte pedalavano vicini: si guardavano sollevando appena il viso da un lato.

Non si può offendere impunemente un uomo che si guadagna il pane col sudore, il giudizio di Dio è sceso su Conte: gli ha stretto un ginocchio nella tagliola; Conte ha ceduto come si strappa un elastico, di colpo. Si teneva il ginocchio con la mano. L’ho sopravanzato:

– Forza Oreste! – gli ho gridato: piangeva, con le lacrime proprio.–

– Crampo! – ha sillabato. La macchina mi portava lontano. Ho fatto ancora in tempo a vederlo mettersi una mano fra i capelli, un gesto di disperazione: ma il nuvolo delle macchine del seguito lo cancellava dall’orizzonte.

In testa al gruppo ch’era Corrieri che picchiava sui pedali con altrettanta disperazione, con il volto contratto: lo sforzo, l’ansia, non gli ha lasciato il tempo di sorridere. Ha infilato il vialone d’arrivo, ha vinto, ha battuto Leoni, tutti, avrebbe battuto Pola, Giorgietti, Verona, Van Kempen, negli ultimi 200 metri. È sceso di macchina ansante:

– Ecco! – ha esclamato; poi Belloni l’ha avvolto in un abbraccio, poi se l’è portato la fiumana di folla. Intanto tagliavano il traguardo le vedettes che erano rimaste, come fissato, dentro il camerino. E infine, solo, pedalando con la gamba sinistra, la destra lunga distesa, curvo, con le lacrime rapprese sulle guance, è apparso Conte. La ressa gli ha impedito di tagliare il traguardo. Si è fatto largo zoppicando per cercare il cronometrista e partecipargli del suo arrivo.»

Lungo il percorso da Pescara a Cesenatico Giovannino Corrieri non si era fatto scappare però il traguardo volante di Cupramarittima. In premio c’era un maialino. Vivo. E il giorno seguente dovette andare alla stazione per spedire il premio a casa, dentro una gabbia.

Una decina di anni fa ho conosciuto Giovannino Corrieri al Museo Bartali. Mentre l’avevo di fronte lui mi fissava coi suoi occhi neri e lucidi come la pietra lavica. Lui mi parlava di Bartali e io pensavo a Pratolini, agli schiaffoni con Conte alla partenza di Pescara e al maialino di Cupramarittima. Oggi, nel giorno del suo 95 compleanno, Giovannino senza paura, lavoratore della bicicletta, ha gli occhi neri un po’ meno lucidi. Ma non ditegli mai “morto di fame!”.

sonc8886

Corrieri, al centro, a una premiazione del 2011, con Andrea Bartali, alla sua destra.

 

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.