Cadel ha chiuso il cerchio: una linea immaginaria che ha fatto il giro del mondo. Ha iniziato tracciarla un giorno lontano, quando da giovane pioniere ha raccolto poche cose in una valigia ed è partito per l’Europa, da Geelong. E a Geelong ha chiuso quel cerchio: «Non voglio una kermesse, io chiudo in una gara vera, nella quale nessuno deve regalarmi la vittoria». E così è stato. La festa di Geelong è stata una gara vera, leale, all’ultimo respiro e Cadel ha finito in mezzo al gruppo, perché a Geelong non ci sono le montagne che lo hanno esaltato, come al Tour de France.

cadel2«Sono arrivato in Europa giovanissimo, avevo appena vinto due Coppe del mondo di mountainbike: sono stato il più giovane vincitore in Coppa del mondo, ma volevo di più, su strada».

Il pioniere Evans, cresciuto tra i canguri, aveva una grande idea in testa, ma negli anni sono stati molti ad aiutarlo a capire verso quale traguardo poteva portare quell’idea: il Tour de France. Timido, gentile, educato, bizzarro: un ragazzo dell’altro mondo sbarcò in Italia. Con una grinta pazzesca: non si fanno migliaia di chilometri, non si esce dal proprio mondo, dalle proprie abitudini, dai propri affetti, per un obiettivo mediocre. Deve essere sempre qualcosa di alto, profondo, intenso: Cadel aveva tutto questo in mente, pur non sapendo dove questo slancio l’avrebbe portato. Sapeva cosa voleva, ma non dove sarebbe arrivato.

Foto di Kristof Van Accom

Foto di Kristof Van Accom

Ciò che voleva, non era un traguardo in particolare, ma quel senso di appagamento totale, quando il tuo cuore ti dice: «C’è l’’hai fatta, ragazzo, sei nel punto più alto» . Quel punto più alto, si chiamava Tour de France: ma per arrivare lassù, Cadel ha avuto molto da imparare e tanta strada da percorrere, molta fatica e molte ingiustizie da digerire. Ingiustizie regalate dai finti campioni e da un mondo, quello del ciclismo, complicato, apparentemente un Far West con leggi proprie, non scritte, molto lontane da quelle dell’etica.

Cadel sbarcò in Italia e trovò casa da uno scultore, Pietro Scampini: una dimora che era un laboratorio di idee, in provincia di Varese. Pietro, lo scultore, è stato un po’ il fratello maggiore di Cadel, Pietro era uno abituato a plasmare le idee con la materia grezza: la scultura è fatica per raggiungere un risultato, per concretizzare un’idea. La scultura sì, è un po’ come il ciclismo, quello onesto. E Cadel voleva plasmare la sua storia con il ciclismo leale.

 

Aldo e Pietro, quella linea da percorrere e la materia da plasmare

Aldo Sassi

Aldo Sassi

Ci sono immagini indelebili, in chi, come il sottoscritto l’ha osservato, studiato, raccontato per anni, in silenzio, come seduto in platea, o intrufolato dietro le quinte, quasi senza disturbare: «Non è capace, non ce la fa», diceva di lui, un luminare del ciclismo, un tecnico che lo vide il primo anno tra i pro, in maglia Saeco. Cadel faticava tra i pro perché non era abituato a pedalare in gruppo, dentro un plotone lanciato a cinquanta all’ora: e stava sempre al vento, o davanti o in coda. Faticava il doppio degli altri, perché non sapeva limare (come si dice in gergo). Ma Cadel, australiano cocciuto, avrebbe domato la bestia, ovvero il gruppo imbizzarrito dei professionisti del pedale.

Le immagini che restano di Cadel sono tutte profondamente umane: a cominciare dal suo volto quasi cianotico, sfinito, muto sotto il traguardo di Folgaria. Era il 2002 e per la prima volta in vita sua, si trovò in maglia rosa e un Giro d’Italia quasi vinto. Mancavano due tappe difficili, una in salita e una a cronometro. In quella di montagna, Cadel crollò: fu la più incredibile cotta mai vista nel ciclismo moderno. Una crisi di testa e di gambe, di fame e d’identità. Cadel fu spinto al traguardo dal più infaticabile e tenace tra i gregari, Andrea Noé, allora sua compagno in maglia Mapei. Ma sotto quel traguardo, con Savoldelli in maglia rosa, qualcuno ripetè la riflessione dei primi anni: «Non è capace». E, invece, Cadel imparò. Imparò col sudore e con la tenacia.

Un giorno capitò d’incontrarlo nello studio di Aldo Sassi, il suo preparatore, nel pieno degli anni cupi, ovvero quando a vincere erano i bari, i truffaldini: «Non ho tempo, né voglia di arrabbiarmi, io devo lavorare», disse, a proposito di un sistema fasullo che dominava il ciclismo.

Pietro Scampini, scultore varesino, che ospitò Cadel Evans ai suoi esordi in Europa. Qui è anche con Jack Bobridge

Pietro Scampini, scultore varesino, che ospitò Cadel Evans ai suoi esordi in Europa. Qui è anche con Jack Bobridge

E in quell’occasione, il suo mentore Aldo Sassi prese un foglio bianco e una matita: disegnò due punti distanti tra loro. «Il punto A rappresenta i corridori, il punto B il traguardo», spiegò il professore. E poi collegò i due punti con due linee: la prima era tortuosa, intricata, faticosa, lunghissima, mentre la seconda era una linea retta. Il professor Sassi spiegò quel disegno: «Al traguardo oggi ci puoi arrivare rapidamente e con facilità, scegliendo la linea retta, grazie al doping. Ma lo stesso traguardo, oggi, lo puoi ottenere con le tue forze, caro Cadel, con fatica e un percorso lungo e tortuoso: ma ci puoi arrivare. A te la scelta».

 

«Orgoglioso della mia credibilità» ha poi detto Cadel, al termine di quel percorso, dopo che mille giornalisti e avversari si sono chiesti per anni: «Ma sarà uno vero, o uno furbo?».

 

Timido, bizzarro, sensibile: con una grande idea in testa

foto Bettini

foto Bettini

Cadel ha pedalato e vissuto da uomo timido, ma coraggioso e tenace, ha incontrato sulla sua strada uomini e donne che l’hanno aiutato: dalla moglie Chiara al suo amico e tecnico Roberto Damiani. Evans bizzarro e sensibile, fuori dagli schemi, più in difficoltà con le emozioni che con la fatica: ha pedalato e continuato il suo viaggio. Fino al Mondiale, centrato con caparbietà sulle strade che conosceva a memoria, quelle a due passi da casa, in Svizzera, dove era andato a vivere con la moglie. Ma l’idea, quell’idea grande di Cadel puntava ancora più in alto…

L’immagine indelebile della sua carriera, riporta i ricordi dentro a un pomeriggio estivo,afoso, a Grenoble: era il 2011. Cadel commosso, tremante, impacciato sul palco del vincitore, in maglia gialla, protagonista della più straordinaria rimonta della sua carriera. Lì accanto, vi era il volto pallido e impietrito dello sconfitto, il talentuoso Andy Schleck, destinato a un futuro da grande stella:e, invece, quel giorno, la carriera di Schleck prese un’altra direzione, implosa dentro a una sconfitta, piegata dentro le proprie difficoltà, dalle quali il giovane Andy fu incapace di riemergere.

 

Senza il carisma del leader, non tutti lo hanno capito e amato

Foto di Nicola Ianuale

Foto di Nicola Ianuale

Cadel ha chiuso il cerchio, sempre in sella, senza arrendersi mai, affamato di competizione: quell’idea antica, che si era portato con sé da Geelong, si concretizzò, con tutte le sensazioni, ai Campi Elisi, in maglia gialla. Il pioniere placò la sua fame, laggiù in fondo al grande viale di Parigi, all’ombra della Tour d’Eiffel. Sensibile, impacciato e fuori dagli schemi: anche se non era più il Cadel di un tempo, ma aveva attorno a sé guardie del corpo e addetti stampa, mille filtri imposti da uno stile, quello delle star, che sinceramente non è mai stato il suo.

Cadel ha chiuso il cerchio, ma il mondo del ciclismo non l’ha mai amato moltissimo: forse perché Cadel non ha il carisma del leader. Abituato a far da sé, con quella sua idea in testa, non si è mai preoccupato che gli altri comprendessero: in pochi hanno compreso Cadel, l’hanno accettato, sopportato. Non è stato facile per nessuno, convivere con la sua tenacia, la sua pignoleria. Gregari e compagni di stanza hanno faticato a convivere, ma si sono fidati e alla fine il risultato, Cadel, l’ha ottenuto. Un risultato fatto di coraggio, non solo per vincere il Tour, ma anche per andare all’Olimpiade di Pechino, nel 2008, da sostenitore dei diritti umani, in difesa del Tibet e del Dalai Lama.

20080720_evans_freetibetE ha chiuso il cerchio, Cadel, come un giro del mondo, ha completato il percorso seguendo la linea più lunga, faticosa e tortuosa, per tornare a Geelong: da uomo.

 

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