Testo di Filippo Cauz

 

O mia diletta luna. E pur mi giova

La ricordanza, e il noverar l’etate

Del mio dolore. Oh come grato occorre

Nel tempo giovanil, quando ancor lungo

La speme e breve ha la memoria il corso,

Il rimembrar delle passate cose,

Ancor che triste, e che l’affanno duri!
[Giacomo Leopardi, Alla luna]

Secondo la mitologia cristiana, il Monte Tabor è il luogo dove un risorto Gesù Cristo si congedò dai suoi discepoli ed ascese al regno dei cieli. Per Giacomo Leopardi, invece, il Monte Tabor era un ermo colle nei pressi di Recanati (cittadina dai frequenti passaggi del Giro d’Italia, che sorrise l’ultima volta a Pozzato) dove il poeta amava passeggiare per ammirare la luna o l’infinito silenzio dell’eternità. Nulla di tutto ciò, apparentemente, ha a che vedere con l’attuale Tabor, città fortificata della Repubblica Ceca, la cui fredda collina ha consegnato ieri il titolo di campione del mondo di ciclocross a Mathieu Van der Poel.

Michael Vanthourenhout, campione del mondo Under 23 (foto di Graham Watson)

Michael Vanthourenhout, campione del mondo Under 23 (foto di Graham Watson)

Una cittadina immersa tra i boschi, Tabor, con un orizzonte quasi fiammingo, come l’atmosfera di questa disciplina, come i fiumi di birra che scorrono a bordo tracciato, quasi a sancire con il suo sigillo dorato il gemellaggio che unisce questo comune con Sint-Niklaas, località belga che fino a pochi anni fa dava il via al Giro delle Fiandre. Ma i boschi sono ghiacciati e la collina, altura di ascensione e di sguardo sull’abisso, è coperta da una sottile coltre di neve. Quella neve che è scomparsa dal tracciato di gara, dove Michael Vanthourenhout disegna traiettorie perfette e stacca con decisione i rivali Laurens Sweeck e Stan Godrie, aggiudicandosi nettamente il titolo mondiale per gli under23. Il mondiale dei sognatori, di quelli che guardano correre i propri idoli come un bambino guarda alla Luna, sperando un giorno di volare fin lassù, salire in cielo tra i grandi di questo sport. Un sogno che mancherà, probabilmente, a questi ragazzi contro cui la sfortuna si è schierata nel tempismo, facendoli nascere sì nel luogo giusto, ma proprio nel momento sbagliato.
L’età media del podio del mondiale under23 è di 21 e 3 mesi. 3 mesi in più dell’età media del podio dei “grandi”. Una “generazione minore” di speranze stroncate sul nascere, obbligati a indugiare nel tempo giovanil perchè tra i grandi ci sono i loro coetanei, e sono già ascesi al regno dei cieli, di mezzo agli dei, più in alto degli dei.

Lo spettacolo del Mondiale di Tabor (foto di Graham Watson)

Lo spettacolo del Mondiale di Tabor (foto di Graham Watson)

Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert hanno la sfrontatezza dei 20 anni e la cattiveria di cacciatori di lungo corso. Inseguono la preda della maglia iridata sin dalla partenza, forti di una prima stagione tra gli elite che li ha già consacrati con forza. Dura poco più di 2’ la trasversalità tra generazioni di questo mondiale, dopodichè quei due lì sono già davanti e il copione si scrive da se’. Resta spazio per qualche colpo di scena offerto dall’immancabile Signora Sfiga, quella che appieda Van Aert per 3 volte, con una caduta e due salti di catena, e lo obbligherà a rincorrere per tutto il tempo mentre là davanti il figlio (di papà Adrie) e nipote (di Poulidor) d’arte salta ogni ostacolo con una freddezza da killer, controlla gli avversari alle sue spalle e decide a piacere il destino della gara, quando farla vibrare e quando chiuderla per sempre. Già perchè dietro di lui c’è anche chi prova a far saltare il banco: c’è il solito Kevin Pauwels, che a furia di tenere il controllo finisce più spompo del normale, e c’è Lars Van der Haar, il 23enne che passa per vecchio, che Van der Poel lo tiene a vista tutto il tempo ma non riesce mai a toccarlo, come una mano tesa verso la Luna nello sforzo più ingenuo dell’infanzia. E dietro c’è quella antica divinità che soccombe come in un’eclissi: c’è Sven Nys, che dell’Olimpo del fango è stato profeta e imperatore fino a ieri, e che oggi pedala anonimo fuori dalla top ten. Chiuderà 17°, a 3’30” dai primi, da Van der Poel e da Van Aert che il Fato ha spinto in rimonta fino a sprintare davanti a Van der Haar per un podio mai visto, da 63 anni in tre. 3 minuti e 30 secondi di distanza che segnano il cambio di un’epoca, che segnano l’infinita distanza dal destino.

Eva Lechner sfortunata a Tabor (Foto di Michele Mondini)

Eva Lechner sfortunata a Tabor (Foto di Michele Mondini)

Il destino qui, in questa cittadina dal nome sacro, in un est europeo che sa di Fiandra, era già scritto sin dal principio. Sin dal mattino e da quei valori invertiti, dei “giovani” che si scoprono più vecchi dei “grandi”, dalle speranze così comuni di questi tempi, di chi insegue la sua Luna ed ambisce al futuro, quando il futuro è già qui, ed è già destinato ad altri.
… E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio
[Giacomo Leoprdi, L’infinito]

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