Roma minima: il futuro delle città si gioca sulla mobilità sostenibile, eppure portare il ciclismo nella capitale è operazione complicatissima. Già le biciclette, sebbene il sindaco Marino le promuova a suo modo, non sono amate come dovrebbero, ma il ciclismo di vertice è visto come un incubo da cittadini e politici. Sparisce una grande classica decaduta: si chiamava Giro del Lazio, poi un genio incompreso, ma ben pagato, del marketing, ha pensato di cambiare il nome in Roma Maxima: il ciclismo vive di tradizione e da sempre trae la sua forza quando ha una storia da valorizzare. Da tempo, la principale società organizzatrice del ciclismo, in Italia, ovvero la Rcs, cerca di barcamenarsi tra innovazioni e tradizione, scandali e una passione (anche al suo interno) che non sembra più viva come un tempo. E, soprattutto, arranca come un velocista in salita di fronte ai costi delle corse ciclistiche di primo livello poiché ai soldi per le grandi manifestazioni, in Italia, non girano più come un tempo.

Il ciclismo “Formula Uno” voluto da Cookson e dall’Uci impone costi elevati e finisce per avvantaggiare, in molti casi, eventi senza futuro e cultura come a Dubai, a scapito di classiche storiche che cercano di sopravvivere dove c’è la tradizione ciclistica. Tuttavia, portare il ciclismo nelle grandi città è un problema un po’ ovunque, non soltanto a Roma. A ben vedere, non stiamo nemmeno parlando di costi impossibili, se consideriamo che il costo di una gara del livello del Giro del Lazio è pari a quanto si spende, ogni domenica, per garantire solo la sicurezza di una partita di calcio di serie A.

Le questioni aperte, casomai, sono altre: quale ritorno sul territorio può portare una corsa ciclistica, oggi? E non si parli soltanto di ritorno economico, bensì culturale: in un’epoca in cui, la mobilità sostenibile e la qualità della vita sono fondamentali per il futuro delle città, il ciclismo incide davvero sul territorio? Non sono dettagli, bensì sono questioni fondamentali per riflettere sul futuro del ciclismo nel nostro paese.

Il Giro del Lazio cambiò nome per un'idea di marketing...

Il Giro del Lazio cambiò nome per un’idea di marketing…

Dalla grande classica alla kermesse, dal Giro d’Italia alla corsa a tappe di medio livello, gli eventi del ciclismo professionistico si affidano da anni a “mamma Rai” per convincere le istituzioni e gli sponsor a investire soldi per una gara che, nella migliore delle ipotesi, fa parlare di sé per pochi giorni. “Cara televisione aiutaci tu”: e si fa leva sul fascino della telecamera, che porta le immagini in tutte le case. Tuttavia, al territorio spolpato di risorse, che rimane di un evento che nasce e si consuma in poche ore? In un contesto di scarse risorse economiche, il rischio è quello di considerare il ciclismo come Attila, l’orda barbarica che fa terra bruciata e impoverisce le amministrazioni comunali. A fronte di una realtà triste, con le gare che spariscono, forse il modello Rcs di proporre le corse ciclistiche in pompa magna, sorrette soltanto dalla tivù, non funziona più…

È paradossale che in un periodo in cui la voglia di bici cresce ovunque, con le città che sposano le biciclette, con i centri storici che non reggono più alle auto e che necessitano di alternative sane, il ciclismo non riesca a comunicare con queste realtà. Investire sul territorio, seminare cultura ciclistica: la realtà sottolinea questa necessità. Il ciclismo ha bisogno di un approccio diverso anche da chi organizza: bisogna rassicurare la gente, le istituzioni e i cittadini. La bici è cultura: nel senso che è un investimento per migliorare la vita quotidiana a tutti i livelli, anche dal punto di vista economico e non soltanto sociale. Sparisce il Giro del Lazio, una ex grande classica del ciclismo, ma forse tramonta un vecchio modo di proporre il ciclismo: perché, nello stesso tempo, cresce la popolarità di un evento come la granfondo di Roma, per esempio. L’avvocato Santilli, il suo principale promotore, ha scelto però una strada più coraggiosa, rispetto al passato: un evento ciclistico deve essere il punto di partenza per la promozione della cultura ciclistica e del territorio. Stop alle classifiche, niente più esasperazione (e doping) per un evento amatoriale che pure non rinuncia all’agonismo nella giusta misura: e il resto? Promozione di una piacevole alternativa quotidiana: la bici come strumento per vivere meglio a Roma, per valorizzare aree turistiche come quella dei Castelli Romani e dell’Appia Antica, sensibilizzare istituzioni e cittadini, far capire che una giornata senza bici è una domenica di festa e non una scocciatura.

Granfondo Campagnolo roma

Un’immagine della prima edizione

 

GPR5_2989Il “modello Santilli”, chiamiamolo così, può avere un grande futuro (qui una sua intervista), ma non è molto differente dall’approccio di un altro organizzatore, per esempio, come Mario Minervino che sta lavorando allo stesso modo in un territorio meno complicato di Roma, la provincia di Varese, ma non senza problemi. La bici urbana, le famiglie che riscoprono il piacere di pedalare sembrano parlare una lingua diversa rispetto ai ciclisti come Nibali e Pozzato: a Londra non funziona così, occorre eliminare barriere e pregiudizi. Un uomo o una donna che pedala fa, prima di tutto, una scelta culturale prima ancora che sportiva o logistica. Chiunque esso sia.

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