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Caltrano negli anni 30

 

Si rigirava nel letto già da tempo.

Aspettava un cenno. Un rumore. Una chiamata da parte del papà.

I passi felpati sul tavolato di legno lo avevano destato definitivamente da un sonno fino ad allora inquieto e agitato.

Quando il papà Lino aveva aperto la porta, e lo aveva chiamato nel buio della stanza, lui in verità era già in piedi, con i pantaloni alla zuava a coste di velluto fra le mani, pronto ad indossarli in fretta.

I raggi della luna filtravano dai balconi, la brezza frizzante della notte inoltrata, che si appresta all’alba incipiente di giugno, inondò la stanza appena Lino aprì le imposte. Le stelle brillavano ancora nitide e scintillanti nel cielo plumbeo.

Ammirò con trepidazione la maglia di lana nera con banda beige sul petto poggiata sulla sedia di fianco al letto, i calzetti rigorosamente bianchi, e le scarpette di cuoio nero fatti a mano, tutti bucherellati per far aerare i piedi che il papà gli aveva prestato. Erano scarpini da ciclista, quelli veri. Quelli di papà.

Mise tutto sotto il braccio, infilò le scale e si fiondò al piano terra due scalini per volta.

La tazza di latte era già preparata, e fumava sul tavolo della cucina.

Accanto, sorrideva la mamma, mentre stava appoggiando sulla salvietta una fetta di pane raffermo spalmato di burro e zucchero. Attendeva i suoi denti affilati e voraci, e Aldo la divorò in un baleno, inzuppandone nella tazza larghi pezzettoni.

Dodici anni. Tanti ne aveva Aldo in quel giugno del 1938.

Si era svegliato prestissimo che era ancora piena notte, da solo, perché aveva il timore che il papà non lo avrebbe chiamato per quella giornata che lui aspettava da tempo, e lo avesse lasciato a casa, partendo da solo. Il cuore gli batteva forte e la gola gli si chiudeva fin dal giorno prima, al solo pensiero di ciò che lo aspettava quel sabato.

La destinazione era lontana, il nome era quasi foresto, esotico.

Sottomarina.

Sottomarina! Il mare lontano, la spiaggia di sabbia, la laguna, che Aldo non aveva ancora mai visto. C’era la sorella spedita in colonia da andare a trovare insieme al suo papà.

Naturalmente, in bici.

Centoventi chilometri di andata, altrettanti per tornare, l’indomani. Cen-to-ven-ti chilometri!

Aldo ci pensava da tempo. Da molto tempo. Un’avventura vera. Come quelle dei romanzi che la sua vicina di casa, maestra elementare, anzi “La” signora maestra, leggeva all’ombra della vite tirata a pergola nelle serate d’estate. Era una persona colta, “la” maestra, che spesso leggeva anche ai bambini della via quei racconti che parlavano di pirati, velieri, scimitarre e posti lontani e sconosciuti.

E anche avventure in bicicletta, come quelle che raccontavano i grandi del paese. Come quelle di cui sentiva parlare spesso, quelle di un certo Gino Bartali, un giovane campione toscano che stava spadroneggiando fra i grandi, che già aveva vinto il Giro d’Italia, e che di lì a poche settimane avrebbe vinto il Tour de France. “Il” Bartali. Come “la” maestra.

Lui e papà mangiarono con calma, con calma più il papà che lui, in verità, poi uscirono in cortile dove trovarono le due biciclette appoggiate al muro, preparate la sera prima con i pneumatici già gonfiati. Vi salirono dopo aver tastato fra pollice e indice la tensione delle gomme, un saluto alla mamma, che porse a Lino la bisaccia con merenda e pranzo, “ciao a domani”, e si sentì stringere forte forte, fortissimo. Lui la ricambiò con un bacio affettuoso, e via. Sui pedali. Sul suo sogno che iniziava.

Appena fuori dal cancello di casa, gettarono insieme uno sguardo beneaugurante e speranzoso al “Capitelo” del paese, la bisaccia di tela grezza a tracolla, il segno della croce, una preghiera sottovoce e sparirono veloci nel buio di quel mattino precoce, con la strada illuminata appena dai fanali a carburo delle bici.

Si fermarono subito dopo alle “Tre Fontane”, di fianco alla latteria, all’interno della quale già si lavorava il primo latte del mattino, per riempire di acqua fresca le borracce di alluminio e la bottiglia che spuntava dalla bisaccia. Dopo averne chiuso accuratamente il tappo in sughero, si scambiarono uno sguardo d’intesa, e via ancora, in discesa, lungo il centro di una Caltrano che ancora dormiva profondamente. Qualche finestra illuminata parlava da sé, spiegando ai due che il lavoro dei campi non avrebbe atteso oltre, e che qualcuno, fra i più solerti, già se ne stava apprestando.

Via, verso Sottomarina, col cuore che batteva fortissimo, più per l’emozione che per la fatica, non ancora iniziata.

Chiuppano, Carrè e Zanè. Poi, ecco Thiene. Paesi conosciuti, familiari.

A Thiene incrociarono la prima auto che rombando risaliva verso i monti. Una seconda l’avrebbero incrociata più tardi, nei pressi di Vicenza, poi ancora poche altre lungo il tragitto, che li superavano fumanti, alzando al loro passaggio una nuvola di polvere e sassi.

Montecchio, Dueville, Passo di Riva, Povolaro. Già qui eravamo sullo sconosciuto.

Nomi di paesi già sentiti, ma mai visti prima.

I primi raggi dell’alba li colse poco prima di Vicenza. Sulla strada sterrata le galline che cercavano insetti e briciole si spaventavano al loro passaggio, fuggendo fra mille schiamazzi e penne che volavano dappertutto.

Ogni tanto, una finestra si illuminava, qualche balcone si apriva, ed il fruscio delle loro ruote sul brecciolino della strada era rotto soltanto dal canto di un gallo, o da qualche colpo di tosse del papà.

Aldo era ancora agitatissimo, e se ne stava ben accucciato a ruota di Lino, come aveva visto fare ai ciclisti veri durante le poche gare che passavano da Caltrano.

E come più volte gli aveva insegnato il papà, esperto appassionato di bicicletta.

Aveva già visto passare classiche come il Giro del Veneto, oppure addirittura il Giro d’ Italia dei professionisti. Lui e il papà avevano preso le loro bici, ed erano andati a vedere la carovana, come veniva chiamato il seguito festante delle grandi corse.

Quando succedeva, era un’attesa spasmodica di giorni per un viaggio in bici di qualche decina di chilometri, e tutto per quel solo, unico, eterno istante in cui si riempiva gli occhi e l’anima nel vedere il gruppo colorato dei ciclisti passargli davanti. Gli pareva ancora di sentire il fruscio, ed il vento provocato dal gruppo mentre gli volava vicino.

Ma quel giorno lì, partendo per Sottomarina, pur non confidandolo ad anima viva, temeva la distanza, aveva ancora sonno, non sapeva come avrebbe reagito a tante ore di bici. Pensava anche, però, che lui era forte, che avrebbe dimostrato pure una caparbietà, una forza dentro… e pensava che se avesse potuto sarebbe scattato subito forte, deciso, per far vedere al suo papà quanto ci tenesse a quella giornata.

Loro due. Da soli. In fila, uno davanti e l’altro dietro. Uno, appassionato ciclista da tempo, vero fachiro della bicicletta, amante vero dei pedali, con la bici da corsa, l’altro, le gambine magre e sghembe, allampanato ed assonnato, con una bici da viaggio modificata per l’occasione, col cambio a “giroruota” che mai avrebbe dovuto usare su quel percorso tutto in pianura.

Ed ecco Vicenza. La città “granda” dove vivevano i “siori”. Il Santuario di Monte Berico, bello sulla cima del monte alla loro destra, illuminato per la messa prima. Poi “La Rotonda del Palladio”, talmente bella da lasciarci gli occhi, e la Riviera Berica, drittone piatto come un biliardo lungo chilometri, costellato di paesini dai nomi quasi tutti uguali.

Tutti ponti: “Ponte di Barbarano, Ponte di Nanto, Ponte di qua, Ponte di là…”.

Ad ogni paese, la vita che riprendeva mattiniera. Come tutte le giornate.

Un carretto carico di fieno già raccolto da superare pedalando, un contadino in bici con due casse di ciliegie legate con lo spago che si recava al mercato, una ragazza con la sporta piena di uova che andava verso Vicenza per venderle alle pasticcerie del centro, e sempre le solite galline che attraversavano impazzite la strada al loro sopraggiungere.

E campane. Campane dei paesini che chiamavano i fedeli alla preghiera, ed il cui eco si rincorreva in quella mattina ricca. In quell’alba per lui speciale.

Le gambe giravano veloci, l’aria era ora tiepida sul viso, col sole che iniziava a scaldare veramente, i muscoli che guizzavano elastici sotto i pantaloni. Aldo si ascoltava. Si piaceva. Ascoltava il suo respiro e si divertiva. Guardava lontano e sorrideva.

Sui campi a lato della strada, contadini solerti zappavano le piantine di sorgo, canottiera di lana e cappellaccio di paglia in testa. Parlavano fra loro, e le donne cantavano, cantavano a gran voce sotto il sole. Ogni tanto qualcuno alzava lo sguardo, si asciugava il sudore con la manica della camicia, il cappello in mano, e li salutava agitando il braccio in aria.

“Vai Binda!”, “Forza Girardengo”, gridavano vedendo quel ragazzino a ruota dell’adulto che pedalava di buona lena.

Si fermarono dopo un bel pezzo di strada, per mangiare un tozzo di pane e salame accanto ad una chiesetta, proprio lungo la via, sotto all’ombra di un fico stracarico di succosi frutti, con un cagnolino magro rinsecchito che veniva a leccare le sue caviglie, desideroso di mangiare qualche cosa del loro spuntino, e la coda che girava a mille.

Gettò un pezzo di pane alla bestiola, bevve un sorso d’acqua dalla borraccia, si rinfrescò il viso con l’acqua rimasta e dopo avere riempito di nuovo il prezioso contenitore ad una fontana risalì in bici, pronto a ricominciare il suo sogno a pedali. Nel frattempo, il papà aveva bussato ad una porta, ed aveva chiesto alla giovane donna che ne era uscita con in braccio un bimbetto piccolo piccolo, il permesso di cogliere alcuni per potersene cibare lungo il viaggio. Ricevendone in cambio un sorriso benevolo ed un cenno di solidale assenso.

 

Appena ripartito, si accorse che questa volta le gambe cominciavano a fargli male, e soprattutto il sedere era parecchio malandato. La sella di cuoio, fermata con le brocche di rame, era stata ingrassata di recente, e ammorbidita passandoci sopra con forza il manico di una scopa ripetutamente, ma non era ancora abituato a tutto quel tempo passato sedendo su pochi centimetri quadrati. Pedalando, per di più. Ci si sarebbe abituato, eccome, negli anni a venire. Aldo divenne infatti con gli anni “IL” ciclista per Caltrano, l’appassionato ed esperto di riferimento per intere generazioni di giovani appassionati.

Quella volta però, la sua prima volta da ciclista vero, senza che lui se ne potesse rendere conto, papà Lino aveva per lui tutta la premura possibile. Teneva una velocità sempre costante, ma soprattutto adeguata al suo figliolo, che nonostante non si fosse ancora lamentato, e cercasse di non dare a vedere di essere stanco, si vedeva chiaramente che iniziava a risentire del lungo peregrinare fra la pianura veneta alla ricerca del mare sconosciuto.

Ad un certo punto Lino rallentò, si spostò al centro della carreggiata e lasciò che Aldo lo affiancasse.

  • “Come vàla”, disse sorridendo.
  • “Bastànsa ben, dài”, disse Aldo con un filo di voce, sforzandosi di essere il più naturale possibile.

Quel “bastànsa” la diceva lunga sullo stato atletico del piccolo ciclista. Mancavano una trentina di km alla mèta, e Aldo cominciava ad essere cotto a puntino.

Lino gli parlava con calma, distogliendo la sua attenzione dalla fatica che a fiotti si accumulava nel suo fisico. Gli raccontava dei campioni del ciclismo eroico, di Ganna, primo vincitore del Giro d’Italia, di Girardengo, l’omino di Novi, di Binda, il campione più campione di tutti.

“Sai, lui è stato e sarà sempre l’unico ad essere pagato per non correre perché troppo forte”, di Guerra, “la locomotiva umana”, di Valletti, “l’eterno secondo”, di Gerbi, “il diavolo rosso”, e del nuovo, di quel Bartali che stava emergendo prepotente, brontolone e testardo.

Tastò nella bisaccia, sempre pedalando, e gli porse un uovo fresco, che Aldo ruppe sul manubrio e bevve tutto d’un sorso, mentre Lino con la mano sotto il sellino lo spingeva piano. Verso il mare. Verso la sua prima libertà, conquistata a pedali.

Dopo qualche chilometro, fu la volta di un altro uovo, questa volta sodo, che in un attimo sparì fra le fauci avide del giovine, e poi di un paio di quei bei fichi maturi che avevano ricevuto in dono.

Arrivò infine la laguna, i suoi specchi d’acqua, le coltivazioni di cozze del Delta, le valli di pesca. E arrivarono pure le zanzare voraci.

Aldo era meravigliato, ascoltava lo sciacquio dell’acqua sui bordi dei canali, chiamava a gran voce il papà alla vista delle reti di pesca, rimaneva stupefatto alla vista del riverbero del sole sulle onde. E come per incanto, senza che Aldo se ne accorgesse, la velocità ricominciò ad aumentare. E la fatica sembrava sparire come per incanto.

Nel primo far del meriggio, durante l’ultima breve sosta rigeneratrice, si fiondò sulla spiaggia lunga e senza fine con la sua sabbia dorata. S’incantò, come estasiato, di fronte a quella distesa blu che tanto aveva desiderato, e che con infinita dolcezza riversava i suoi flutti a riva con un suono cadenzato e tranquillo. Immerse i piedi in acqua guardando lontano l’infinita immensità del mare, di quel mare che non l’aveva fatto dormire per alcune notti, tanto ne sospirava l’incontro.

E ancora, leccandosi le mani bagnate, con incredulità scoprì per la prima volta il sapore salato di quell’acqua. Ebbe pure timore, del granchio che fuggiva davanti ai suoi piedi, bestia strana e sconosciuta ai suoi occhi, e che aveva appena finito di tormentare con un bastoncino, provocandone l’ira e lo spavento. “Che esserino strano”, disse Aldo stupito, guardandolo sparire in acqua.

“E se’l me becàva?”.

Lino scoppiò a ridere soddisfatto.

Un mondo sconosciuto e solo apparentemente lontano, che prepotente si apriva alle sue conoscenze di ragazzino curioso.

Per finire, gli ultimi veloci chilometri e poi nel pomeriggio l’abbraccio con la sorella, ospite della colonia di quel posto di mare con l’intento di guarire da una salute provvisoriamente cagionevole. Le suore gli misero davanti la pastasciutta fumante, col ragù di carne pronta per lui, poi le ore del tramonto passate in spiaggia a guardare ancora senza stancarsi l’incanto del mare, ad ascoltare i suoi suoni, a chiedersi senza ottenere risposte che cosa ci potesse essere aldilà di tutta quella distesa misteriosa.

Quando il sole di quella giornata fu solo un ricordo Aldo si appisolò sulla sabbia, stanchissimo e stranito da tutte quelle novità. Questa volta, tranquillo e stanchissimo si lasciò andare a quel sonno amico, salvo risvegliarsi il mattino seguente con la testa su di un morbido cuscino, disteso su di un letto vero.

Dopo che si fu addormentato infatti, Lino lo prese in braccio, lo depose su quel materasso morbido, passò una mano amorevole su quei capelli lunghi e ribelli, si chinò per un bacio fugace e se ne andò a dormire pure lui, pure lui stanco dopo una giornata sui pedali con quel ragazzino appassionato e caparbio.

Se ne andò a dormire tranquillo, Lino, perfettamente conscio che in quel suo figlio adorato aveva instillato un germe strano, quel germe di passione e amore che si chiama bicicletta.

Un germe che lui coltivava da anni, e che mai più avrebbe lasciato né lui e neppure Aldo, e che per decenni e decenni accompagnò la sua esistenza, fino ai suoi ultimi giorni.

tramonto-alberoni

la laguna

Il giorno dopo, chiamò Aldo di buon mattino, ma questa volta quando la notte si era già arresa al giorno.

I due si alzarono comunque presto per affrontare il viaggio di ritorno, dal mare verso i monti di casa. Il viaggio sui pedali fu più tranquillo, ad Aldo sembrò di andare incontro ad un qualche cosa di logico, di scontato. Ne parlò con la sorella come se dovesse affrontare una tranquilla passeggiata senza pretese. Era un uomo, ormai.

Pedalò felice, tranquillo e beato, a volte andava pure davanti a tirare. Solo il sedere gli sfogava, quella sella in cuoio era proprio un tormento, ma nulla era tutto questo al cospetto di quelli che sarebbero stati i racconti con gli amici di sempre.

La sua impresa sarebbe rimasta per mesi sulla bocca di tutti i suoi coetanei.

  • “Aldo l’è ndà al mare in bicicreta, ga dormìo via e e’l dì dopo l’è tornà, senpre pedalando. El ga visto el mare, lo ga toccà, l’è ndà fin a Sotomarina!”.

Altri tempi. Altri modi di vivere. Tempi più semplici, poveri di soldi, ma di sicuro più appassionati alla vita.

Un uovo sodo, pane e salame, un cagnolino con cui spartire il companatico erano cose importanti e sentite. Normali. Vere.

E un viaggio a Sottomarina era un evento.

Fra una pedalata e l’altra Aldo divenne poi adulto, si appassionò alla bicicletta come pochi, e rimase sempre attaccato al suo paese ed ai suoi monti. Nel tempo libero dai suoi impegni di elettricista alla Lanerossi di Piovene (oggi irrimediabilmente chiusa), si dedicava alla manutenzione delle bici di mezzo paese, ed impiegava tutti i suoi fine settimana a pedalare sui monti del Vicentino e del Trentino, lento e tranquillo, con la sua leggendaria pedalata costante, su bici sempre più moderne e leggere.

Non dimenticò mai quel suo “battesimo del pedale”, quel lunghissimo giorno passato a pedalare non ancora adolescente, quella prima volta che si sentì un Ciclista vero.

Non dimenticò mai, e ci raccontava spesso, lui oramai anziano a noi che allora eravamo baldanzosi giovani, di quella volta che, solo con la forza delle sue gambe, colto da irrefrenabile felicità, arrivò a vedere il mare.

Uno dei giovani di quegli anni ha raccolto tutta la sua passione. Ed ha scritto per lui questo semplice racconto.

Diego Squarzon.

 

 

Un bambino come Aldo

 

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