Se la cantano e se la suonano: brava gente, anime genuine di un mondo piccolo. Il ciclocross italiano vive da anni in una nicchia, stretta, modesta, ma dignitosa. Ora, l’Italia che pedala sui prati andrà al Mondiale e si confronterà con realtà che sembrano di altri pianeti: i nostri atleti lotteranno tutti con generosità, qualche soddisfazione se la meriterebbero pure e magari arriverà. E il giorno dopo, si chiuderà il sipario: la nicchia del ciclocross verrà chiusa, proprio mentre il ciclismo considerato “top” è in piena attività su e giù dagli aerei per andare a correre tra Argentina, Dubai, Oman, Australia, Malesia… Un privilegio, comunque non per tutti perché c’è un ciclismo professionistico o pseudotale che dovrà cercarsi altri scenari.

La nicchia del ciclocross da una parte e una realtà che sogna di diventare grande dall’altra: è il ciclismo fuori dal World Tour, fatto di squadre minori, alcune molto ben attrezzate, altre con pochi mezzi, soprattutto tra le Continental. Questo lo scenario che fa da premessa a una riflessione: il ciclismo italiano si appresta a vivere una stagione difficile, con una sola squadra nel World Tour e un calendario di gare che, nel nostro paese, soffre la crisi. Androni Giocattoli, Bardiani Csf, Nippo Fantini, Yellow Fluo, GM cycling team, MgKvis Vega, team Idea, Unieuro Wilier, Amore&Vita: questo è il panorama professionistico o semiprofessionistico italiano oggi, al di fuori della Lampre-Merida, unica squadra ammessa nel World Tour. Al di là di qualche Wild card che salva la stagione di alcuni, regalando ad alcune squadre un palcoscenico top come il Giro o la Tirreno-Adriatico, il resto delle squadre è confinato in un calendario italiano non più ricco come un tempo e in gare sparse in ogni continente. A un certo punto della stagione, certe squadre le scovi in gara in Azerbaijan o in Bulgaria, in Serbia o a Taiwan… E ci si chiede che senso ha. Se, invece, si tornasse alla tradizioni di un tempo? Fa così “schifo” a certe squadre tornare al ciclocross, per esempio? In Belgio, salvo rare eccezioni, le squadre Continental si dedicano attivamente al ciclocross per poi allestire programmi su strada dignitosi, ma che abbiano un senso. Mettiamo il caso che, nelle squadre italiane minori ci siano comunque sei o sette atleti in organico che, giustamente, hanno ambizioni e doti per fare bene nelle grandi gare e dare una svolta alla stagione del team: e gli altri? Perché andare a correre a Baku e non pensare a un calendario che preveda anche il ciclocross di Faé di Oderzo, o il trofeo Guerciotti all’Idroscalo, per esempio?

Cycling - Tour d'Azerbaidjan - Restday - 06.05.2014Sembra una riflessione per gli addetti ai lavori, forse, ma la tristezza del panorama ciclistico italiano è, invece, una realtà sotto gli occhi di tutti: poi, possiamo decidere di voltarci dall’altro lato e farci cullare dalle emozioni di Nibali per convincerci che il nostro ciclismo sta benone. Il solitario Marco Aurelio Fontana, il dominatore del ciclocross italiano, avrebbe bisogno di qualche avversario in più, in grado almeno di impensierirlo: il ciclocross di casa nostra meriterebbe di uscire da quella nicchia, fatta sempre dalle stesse persone, da quel circolo ristretto che sembra lasciato a se stesso dalla federazione. In casa nostra, in Italia avevamo tutto: gare importanti d’estate e d’inverno, squadre, sponsor piccoli ma su misura per la nostra realtà, attività su pista, campioncini piccoli e grandi, personaggi indimenticabili, tanta passione, tradizione. Invece di pensare di andare a correre tutti a Dubai, se ripartissimo da qui?

Una risposta

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    Bill

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