di Gino Cervi

Una foto. Fausto Coppi, seduto su un prato, a fine corsa, mangia un gelato. Uno stecco alla panna ricoperto al cioccolato, un “Mottarello”, o qualcosa del genere. Non sorride. Non sembra stanco. Ha il ciuffo nero ancora tirato a lucido dalla brillantina. Indossa ancora i guantini. E la maglia iridata.

Fausto Coppi e Gino Bailo, in divisa da sottotenente, sul prato dello Stadio dell'Ardenza, di Livorno, il 23 giugno 1954 (per gentile concessione della famiglia Bailo).

Fausto Coppi e Gino Bailo, in divisa da sottotenente, sul prato dello Stadio dell’Ardenza, di Livorno, il 23 giugno 1954 (per gentile concessione della famiglia Bailo).

Appoggia la schiena a un’altra persona seduta per terra, che sorride e, di profilo, sembra la sua immagine allo specchio. Al centro, un ragazzino con gli occhi sgranati e la bocca semiaperta dallo stupore: forse per il stare seduto accanto al campione del mondo, o, più probabilmente, dalla voglia non soddisfatta di mangiare anche lui un gelato.

Sul fondo, una bicicletta da corsa sdraiata per terra, forse la Bianchi di Coppi. A sinistra, seminascosta dalla figura in primo piano, un’altra persona che sta fumando. Il giovane uomo in divisa che sorride alla destra del campione è il sottotenente Gino Bailo, lo stesso a cui Coppi ha dedicato la foto firmando “All’amico Gino / Coppi”.

È il giugno 1954, il 23 giugno. La foto è stata scattata a Livorno, allo stadio dell’Ardenza. Si era concluso da dieci giorni il Giro d’Italia, quello vinto a sorpresa dallo svizzero Carlo Clerici, gregario di Koblet, grazie alla mezz’ora di vantaggio, conquistata e mai più persa, nella clamorosa “fuga bidone” della Napoli-L’Aquila. Coppi arrivò terzo. Quello fu l’ultimo Giro di Gino Bartali.

A Livorno si era appena corsa una kermesse. E sul prato dell’Ardenza, quelli che stavano loro intorno, tifosi e corridori toscani, non capivano nulla di quel che si dicevano Coppi e il suo giovane amico vestito da sottotenente. Parlavano in dialetto, in dialetto tortonese.

Gino Bailo aveva sette anni quando incontrò per la prima volta Coppi. Era il 1939. Suo papà, grande appassionato di corse e corridore lui stesso, amico di Girardengo e di Guerra, lo aveva portato con sé e con altri amici tortonesi a vedere la Torino-Piacenza. Era stata una corsa sfortunata per la giovane promessa di Castellania. Sulle prime rampe del Monte Penice, alle prime mosse di una fuga, un improvvido tifoso a bordo strada, nel tentativo di rinfrescarlo con un secchiata d’acqua fece cadere Fausto. Contuso, dovette abbandonare la corsa. Lo riportarono a casa proprio gli amici di Tortona, caricandolo il macchina, dove, sul sedile posteriore, stava seduto il piccolo Gino.

Gino da piccolo tifoso divenne presto giovane amico di Fausto. Dunque, un altro Gino nella storia del Campionissimo, un “Gino privato”.

Anche Gino cominciò a correre in bicicletta. Fausto, all’epoca privilegio di pochi intimi, gli procurò una Bianchi “Specialissima” dal Reparto Corse. Gino corse tra gli allievi, e poi passò dilettante nel 1950. Non ottenne mai grandi risultati, tranne quello abbastanza eccezionale di conquistarsi la discreta intimità di Fausto. Nel 1954, mentre era militare a Livorno, andò ad accogliere l’amico campione all’arrivo all’Ardenza: tra la folla, sorrisero, chiacchierarono, mangiarono un gelato.

Dieci anni fa, nel 2004, Gino Bailo scrisse un libro, un libro prezioso. S’intitola L’ultimo dicembre e racconta, in presa diretta, giorno per giorno, quasi ora per ora, l’ultimo mese di vita di Fausto Coppi, il dicembre 1959. L’inquieta quotidianità dentro le mura di Villa Carla, con Giulia, sempre più nervosa, Fausto, sempre più silenzioso. Gli squarci di serenità nei giochi con Faustino. La contrastata decisione di partire per l’Alto Volta con gli amici francesi. La trasferta e la corsa. Le battute di caccia grossa. Il ritorno. L’improvvisa spossatezza. La partita in tribuna a Marassi, tra Genoa e Alessandria, con quel ragazzino di sedici anni che con la maglia grigia gioca come un dio. E poi la spossatezza che si fa febbre. Un triste Natale. L’infermità. I confusi, scellerati consulti medici. Il precipitare della situazione. La corsa disperata all’ospedale di Tortona. La morte, la mattina del 2 gennaio 1960.

«Sul piazzale dell’ospedale di Tortona, quella notte tra l’1 e il 2 gennaio c’ero anch’io. Intabarrato nel cappotto che non riusciva a trasmettermi un po’ di tepore, passavo da un gruppo di amici all’altro, prima di tornare a chiedere notizie al portinaio ed al Segretario che conoscevo. Non mi accorsi neppure che, minuto per minuto, stava passando la lunga notte. Il giorno livido e freddo mi colse ancora alla ricerca di speranze. Vane purtroppo. A giorno fatto, Fausto ci lasciò.»

Nel suo Ultimo dicembre, edito a cura dell’Associazione Fausto e Serse Coppi, Gino Bailo ha voluto rendere omaggio alla sua amicizia, intima e discreta, con Fausto Coppi. Mai esibita, mai sventolata come una medaglia al merito. Ha raccontato, da bravo narratore quale era, la tragica e assurda ultima fuga del Campionissimo.

Gino Bailo ha raggiunto il suo amico Fausto nel settembre scorso. E ora, da qualche parte, come sul prato dell’Ardenza, staranno mangiando un gelato.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.