di Gino Cervi

Se Ermanno Olmi si fosse occupato di ciclismo, forse avrebbe scritto qualcosa di simile a La vita a pedali, romanzo di Paolo Aresi (Bolis Edizioni, 176 pp, 14 euro, anche in versione e-book), che alterna, come in un Trofeo Baracchi, il ritmo da passista della biografia reinventata del giovane Felice Gimondi e le fughe narrative ispirate a un piccolo mondo orobico, valligiano e di pianura, che tanto assomiglia all’epopea contadina dell’Albero degli zoccoli. A tenere insieme la duplice andatura, il tema della bicicletta: “oggetto magico” che scandisce gli anni dell’infanzia, dell’adolescenza e della giovinezza del campione di Sedrina e strumento di lavoro quotidiano di personaggi che appartengono ancora a quel ‘900 senza motore che sembra appartenere a una lontanissima era geologica ma che in realtà ha risale ancora al secondo dopoguerra. Non a caso era quella ancora l’epoca d’oro della bicicletta, patrimonio inestimabile per una famiglia e per quell’immaginario collettivo legato ai film del Neorealismo (Ladri di biciclette, di De Sica-Zavattini, è del 1948) e alle imprese epico-sportive di Gino Bartali e Fausto Coppi.

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In quel mondo, e in quel mondo di provincia lombarda, cresce Felice Gimondi, classe 1942, figlio della postina del paese e di un camionista che, con un gigantesco autocarro a caldaia, trasportava ghiaia e materiali da costruzione. Il bambino Gimondi pedala sull’Ardea rossa e vince le prime gare con gli amici del paese, tra cui il temuto Locatelli. Scopre il mondo spingendo sui pedali e incrocia le storie del calzolaio perso nella nebbia e del cantastorie che fa innamorare l’ostessa di Cornello raccontando le gesta di Pacì Paciana, il brigante della val Brembana; del caldarrostaio ubriaco e del ragioniere che per amore diventò gelataio; del fotografo itinerante e del garzone del panettiere. Gente minuta a cui accadono però storie di normale umanità, e dove entra sempre, di corsa o lentamente, una bicicletta. Intanto il giovane Gimondi, in una famiglia di bartaliani, fa il tifo per Coppi, lo vede vincere nel 1953 il campionato del mondo a Lugano, aspettandolo sulla salita della Crespera; viene tesserato per la Società ciclistica Sedrinese e ottiene la prima vera bici da corsa, una Maffioletti color argento; partecipa alla prima gara, a Treviglio, dove arriva al traguardo quasi fuori tempo massimo, dopo una caduta; e vince, il primo maggio del 1960, la sua prima corsa, da Bergamo a Celana, con arrivo in salita; fino alla sua vittoria più importante, quella del Mondiale di Barcellona, nel 1973, il cui arrivo Aresi racconta come in una lunga moviola.

Le storie dell’apprendista ciclista, che diventerà un campione, si danno la mano e si intrecciano, come in una rutilante Americana su pista, con le altre “vite a pedali”: Aresi ha costruito una bella macchina narrativa e Felice Gimondi, adesso, ha il suo romanzo. Quale miglior regalo per il prossimo cinquantenario della sua vittoria al Tour del 1965?

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