Orio Vergani

Orio Vergani

Di Orio Vergani, tratto dal Corriere della Sera del 23 luglio 1938

Il traguardo di Briancon è sembrato il traguardo di una corsa italiana. Vicine le Alpi di casa nostra, assiepata sotto lo striscione giallo una folla per una buona metà italiana – e questa buona metà faceva un chiasso felice che dava alla scena una voce italianissima – e, uno dopo l’altro, uno, due, tre, quattro, cinque corridori italiani. Cinque italiani tra i primi sei arrivati: è una percentuale record. In tanti anni da quando si corre il Tour de France per squadre nazionali non si era mai verificata una simile affermazione individuale e di squadra. Non c’è due senza il tre: diceva qualcuno alla partenza del Tour, ricordando che i colori italiani avevano già trionfato innanzi al pubblico francese, con calciatori azzurri nel Campionato del mondo e con Nearco nella maggiore prova d’ippica Non c’è due senza il tre. S’intendeva dire che c’erano tutte le buone intenzioni per vincere anche la più grande prova ciclistica del mondo: il Giro di Francia. Questa sera, benché manchino ancora sei tappe per giungere a Parigi, si può dire che il Giro di Francia è vinto.

C040F5Gino Bartali, detto affettuosamente Bartalino, ha conquistato la maglia gialla con un vantaggio in classifica di diciotto minuti all’incirca. Qui, dove l’anno passato arrivava solo per un miracolo di buona volontà, vinto dalla caduta che gli avrebbe fatto perdere la maglia gialla, il corridore toscano ha vinto oggi con una schiacciante, travolgente, invincibile superiorità. Per lui, mentre solo come un falco vinceva l’estrema altezza dell’Izoard, nell’aria rarefatta sospesa sopra l’immensa solitudine del mondo alpestre, si è verificato quello che finora non si era mai verificato in nessuna corsa ciclistica: tutta la carovana in piedi sulle automobili affaticate che lo seguivano, applaudiva senza interruzione all’eccezionale spettacolo dell’atleta che, dopo una giornata di orrende fatiche, solo, senza un sorriso, senza mutare in nulla l’espressione perennemente assente dal suo volto, correva infaticabile sempre più sicuro e più agile verso la vittoria. Applaudivano i suiveurs, icompetenti, gli autisti, i meccanici, i giornalisti di ogni Paese: anche quelli che fino a ieri sera avevano fatto il tifo più violento per i corridori delle loro squadre. Così, seguito da questo applauso che voleva dire l’entusiasmo di tutti, anche dei vinti, l’atleta compiva una gesta di cui non si ritrova forse somiglianza negli annali del Tour, se non si ritorna con la memoria alle prove di un altro italiano, Ottavio Bottecchia.

(il post è a cura di Gianni Bertoli)

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