Di Federico Del Prete

Appena entrati, la vista galleggia su un mare di microscopiche onde di legno. L’occhio è costretto a seguire la direzione della rapidissima corrente, inerpicandosi su traiettorie da luna park. Aria, luce, il profumo ancora oggi percepibile del pino di Svezia: queste le sensazioni che dà la leggendaria pista del Velodromo Vigorelli (in realtà Maspes-Vigorelli, per gli amici Vigo) a ciclisti e non ciclisti. È uno dei pochi impianti sportivi dove emerge più il luogo della competizione che non gli spalti. Lo spazio che dovrebbe contenere una folla da tempo latitante è dimesso, poco evidente, così come è dozzinale il suo contenitore architettonico.

L'assessore Chiara Bisconti ha incontrato le realtà ciclistiche milanesi per parlare di Vigorelli

L’assessore Chiara Bisconti ha incontrato le realtà ciclistiche milanesi per parlare di Vigorelli

immaginevigoIl Vigo in fondo è tutto in quei 397.7 metri di legno, al tempo stesso cassa acustica per spettacoli di velocità e itinerario di vicende politiche, dunque culturali, proiettate verso la definizione di un qualsiasi futuro per questo impianto sportivo. Sia nel particolare, per ciò che riguarda il ciclismo a Milano, sia più in generale riguardo allo stretto rapporto tra l’ipotetica crescita economica che tutti vorrebbero al più presto e la necessaria riprogrammazione d’uso in questo senso dei beni culturali italiani.

Le vicende recenti lo fanno piuttosto assomigliare, anziché a una pista per biciclette, al Nastro di Möbius, quella figura geometrica che non ha un sopra e un sotto, ma una sola superficie continua senza orientamento. Come se il Vigorelli continuasse pervicacemente ad affermare di essere prima di tutto se stesso – una sola superficie, appunto: il più prestigioso e blasonato velodromo di sempre, nella patria del ciclismo.

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L’incontro con l’assessore Bisconti: il Vigorelli è un’eredità pesante per il comune

Lo scorso sabato 22, in uno dei sottotribuna dell’impianto, si è svolto un incontro promosso dall’assessore Chiara Bisconti, stakeholder del Vigorelli in quanto rappresentante dell’amministrazione milanese proprietaria dell’impianto. Dirò prima chi non c’era tra la cinquantina di presenti, o almeno chi non si è iscritto a parlare: non c’era un rappresentante del football americano, sport che dal 2009 presidia più di ogni altro l’impianto; non c’era nessun altro sport fattosi avanti in questo periodo di attesa, come la scherma e la boxe. C’erano invece al solito gli esponenti di tutti i ciclismi, a tutti i livelli: i bike messenger, attuali “utilizzatori finali” della scatto fisso, proiettati verso un’evoluzione agonistica del loro lavoro quotidiano (a maggio l’ECMC, campionato europeo, proprio a Milano, con welcome party al Vigo); gli attivisti di Critical Mass/Massa Marmocchi, a vario titolo sedotti dal fascino del Vigo, anche come luogo di iniziative aperte alla città (capitanati dal vibrante snobismo di Marco Mazzei); il Cyclopride di Milano, con il lucido Ercole Giammarco, in vena di espandere il suo format cittadino verso progetti come una Gran Fondo di Milano (a fine settembre, ha giurato); il dipartimento di studi urbani (DAStU) del Politecnico di Milano, che ha dedicato gran parte dell’ultimo (e utilissimo) numero della rivista «Territorio» al passato e al presente urbanistico del Vigo; Milano Sport, SpA del comune che oggi gestisce (col fiato corto) quel che resta del Vigo insieme ad altri ventitré impianti sportivi milanesi; oltre a personaggi non legati al pedale, come Marco Nannini di Impact Hub Milano, scout di iniziative (economicamente) sostenibili e la perplessa curiosità di vedere se il Vigo può stare in piedi come business.

La Legnano del record dell'ora di Coppi il 7 novembre 1942

La Legnano del record dell’ora di Coppi il 7 novembre 1942

Ultima, ma non meno significativa, la presenza della Federazione Ciclistica Italiana, fino a poco fa latitante se non contraria nei confronti un qualsiasi futuro del velodromo e oggi ben disposta intorno all’osso, pardon, al legno, del Vigo; insieme a Claudio Santi dell’Unione Internazionale dei Velodromi, specialista di ciclismo su pista pieno di entusiasmo e di ottimismo sul futuro del Vigo (sulla competenza in fatto di ciclismo su pista nulla da eccepire, il resto è sarcasmo, mio e degli intervenuti).

Insomma, un pout pourri di esperienze, progetti, idee, slanci e frenate per una rinascita del Vigo, ben espresso dalle diverse presentazioni illustrate, la migliore delle quali come programmazione, proposte e realismo rimane senz’altro quella esposta dal Comitato Velodromo Vigorelli, presenti Filippo Grifoni e Daniele D’Aquila, due vestali con i baffi (a manubrio), genes loci negli anni più bui della struttura. Non sto qui a riassumere il potenziale espresso dal Vigo in un momento di enorme attenzione globale alla bicicletta, prima ancora che in ambito sportivo come icona di sostenibilità e benessere, motore di risanamento urbanistico, oltre che come megatrend pubblicitario, per di più in un contesto “templare” e internazionalmente noto come il Vigorelli nel centro di Milano.

 

vigorelliA settembre 2015 cominciano i lavori di ristrutturazione

Provo invece a tirare una linea, e a vedere cosa dovrà succedere da qui al domani. Intanto c’è un qualsiasi domani: a settembre 2015 e per circa sei mesi inizieranno i lavori di ristrutturazione della pista, imposti dal vincolo dei Beni Culturali che ha impedito la realizzazione del promettente ma irriverente progetto di un nuovo impianto, da dove sarebbe forse sparito per sempre il ciclismo su pista e tutto ciò che gli gira intorno. Promettente come modello “aperto” e polisportivo, irriverente nei confronti della blasonata tradizione del Vigo, essenzialmente legata al ciclismo. L’assessore ha ormai mandato giù il rospo della sconfitta – “perdo le battaglie ma non le guerre” dice però. Per riaprire nel 2016 l’impianto al ciclismo impiegherà i fondi (più o meno € 5 Mln.) rimasti dal progetto bocciato e provenienti dagli oneri di urbanizzazione di City Life, il progetto urbanistico in progress nella vicina ex Fiera di Milano. Il messaggio è chiaro: hai voluto la bicicletta, adesso pedala. Se cioè ha vinto la nostalgia per il passato della struttura, adesso deve stare in piedi anche un suo futuro che porti quel blasone con successo, e non come farebbe un marchese squattrinato.

Non si capisce però in quale direzione andrà questa prima e fin’ora unica ristrutturazione prevista dell’impianto, oltre al dovuto restauro della pista – che spero sarà monitorato da un istituto competente, come ad esempio il Politecnico. Se il Vigorelli è anzitutto la sua pista, è anche vero che in una cattedrale così grande pensare di vivere di sola bicicletta in un mondo dalle passioni sfarfallanti è difficile, e per questo ci vogliono spazi e strutture elastici e capaci di non drenare ma di produrre profitti. E oggi così come sono gli spazi del Vigo sono utili solo a un velodromo ciclistico molto attivo e frequentato, come all’epoca in cui fu costruito. Oltre alla pista non si capisce cos’altro sarà ristrutturato forse perché al momento nessuno, al di là delle buone intenzioni di tutti, è stato in grado di stilare un progetto industriale con relativo e soprattutto credibile business plan.

 

ChasVigorelli-660x437Già oggi, il Vigo costa 5.000 euro al giorno

Per stare aperto il Vigorelli così com’è oggi costa cinquemila euro al giorno, figuriamoci quando la sua anima di legno sarà in condizioni di tenere il largo. Un impianto aperto con le ambizioni viste alla riunione di sabato significa personale, consumo energetico, spese di produzione, sicurezza, comunicazione, amministrazione; significa capire come rendere compatibile al suo interno una programmazione eventualmente polisportiva, e soprattutto con quale modello di business gestire gli spazi altri dalla pista: l’arena centrale, le sottotribune da destinare a negozi, palestre, attività, eventi. Un affitto da versare al comune per i singoli spazi? Uno share sui profitti? Bisognerà quindi aprire vetrine, aumentare gli ingressi su strada? Prevedere una gara di appalto a un soggetto terzo che si accolli tutta la gestione, affitti a terzi compresi? Un affidamento in blocco per la sola programmazione, ma secondo quale criterio? Qualora arrivasse un capitalista di ventura, un investitore capace di far partire e mantenere in buona salute la struttura, chi garantisce che tutto il patrimonio di idee espresso fin qui sia rispettato? Dal proprietario della struttura al momento non ci sono risposte precise a queste domande.

Personalmente credo che un Vigo riaperto al ciclismo, anzi, ai ciclismi, sia davvero un’ottimo affare, ma che per farlo ci vuole l’affarista, che non sembra voler essere il suo proprietario. Un affarista, un manager: illuminato, colto, corretto, aggiornato, capace. In grado di dialogare con l’amministrazione, con gli attivisti, con la FCI, con tutti i ciclismi e gli altri sport, secondo una strategia e una visione di lungo periodo che rilanciando il Vigorelli pensi a produrre cultura e ricchezza, occupazione. C’è ancora tempo. Da qui a settembre quando inizieranno i lavori, l’assessore ha messo a disposizione tre giornate gratuite di programmazione al Vigorelli. Se c’è un soggetto industriale in grado di farsi avanti, non deve sprecare l’occasione.

 

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