Di Cauz – Foto di Francesco Rachello (per Red Hook)

Nel weekend in cui il ciclismo su strada ha scritto di fatto le ultime pagine della sua stagione e quello del ciclocross ha iniziato a fare sul serio, un altro ciclismo forse più piccolo e nascosto ha celebrato uno dei suoi grandi appuntamenti di una stagione che di fatto non si ferma mai. Stiamo parlando di quello che gli esperti di “tendenze” definiscono Ciclismo Urbano, quella nebulosa in velocissima espansione che abbraccia un enorme numero di pedalatori, da chi sale in sella per spostarsi in città a chi dell’uso metropolitano della bicicletta ne ha fatto ormai anche una pratica sportiva. Un ciclismo che sembra invisibile agli occhi del Grande Ciclismo a cui siamo abituati, ma che attraversa una vitalità e una crescita, sia economica che di partecipanti, che il nostro “caro vecchio ciclismo” di questi tempi si scorda, almeno alle nostre latitudini.

 

Eduard Grosu, velocista rumeno, lancia lo sprint a Milano (foto di Francesco Rachello)

Eduard Grosu, velocista rumeno, lancia lo sprint a Milano (foto di Francesco Rachello)

E’ da questo punto di vista che va guardata innanzitutto quell’anomalia che prende il nome di Red Hook Criterium: nata nell’omonimo quartiere di Brooklyn 7 anni orsono, la corsa si è ormai strutturata come una vera e propria “challenge” organizzata coi fiocchi, di cui la tappa milanese (giunta alla quinta edizione) rappresentava per quest’anno la finalissima.
Di fatto, è semplicemente una corsa amatoriale, forse, ma che ha saputo negli anni diffondersi in tutto il mondo e attrarre intorno a se’ un interesse sorprendente, tra ingenti investimenti di sponsor internazionali e pienoni di pubblico che si vedono sempre più di rado.
milano2La corsa in sé non è altro che una “criterium”: una gara velocissima lungo in circuito urbano di circa 1 km, ripetuto per 24 volte a folle velocità tra curve a gomito e volate con il coltello tra i denti. Un po’ come le kermesse dei campionissimi che seguono il Tour de France, con le sensibili differenze che qui si corre esclusivamente con biciclette da pista senza freni, e che i protagonisti sono perlopiù corridori sconosciuti che ambiscono a vincere al massimo una bicicletta nuova. Si inizia dal pomeriggio con le qualificazioni basate sul “giro veloce”, si fa una batteria di rispescaggio all’ora di cena (annullata a Milano per questioni logistiche) e si conclude in serata con le finali notturne (femminile e maschile) sotto i riflettori, prima dell’immancabile festa post-gara. Come spesso capita in queste competizioni, la gara milanese, complice la pioggia del mattino, ha avuto come protagoniste tante cadute nelle batterie pomeridiane. Fortunatamente le finali si sono invece disputate senza problemi, con un livello di prestazione che ha raggiunto ormai qualità assolute.
La corsa femminile è stata vinta dalla texana Ash Duban, che ha regolato allo sprint il gruppetto superstite comprendente la spagnola Ainara Elbusto Arteaga, la francese Fleur Faure e l’italiana Stefania Baldi.

 

Combattutissima e velocissima è stata anche la corsa maschile, con i 95 finalisti che hanno gareggiato in mezzo ad una vera e propria bolgia di pubblico, pronto a sostenerli con i propri polmoni e le campanelle distribute come gadget dall’organizzazione. A prevalere, per il secondo anno di fila, è stato il rumeno Eduard Grosu, sprinter neoprofessionista della Vini Fantini già vincitore “tra i grandi” di una tappa al Tour of Qinghai Lake e del Tour of Estonia in questa stagione su strada, ma evidentemente ancora non sazio. La vittoria è maturata di potenza con uno sprint dominato davanti all’italiano Ivan Ravaioli (ottimo dilettante con un passato da pro, ndr) e al guatemalteco Julio Padilla, un risultato nettissimo ma non privo di qualche strascico polemico come sempre capita quando professionisti ed amatori si sfidano nella stessa corsa.

La bici in bambù del francese Lehnry è stata realizzata da un'equipe di giovani designer francesi

La bici in bambù del francese Lehnry è stata realizzata da un’equipe di giovani designer francesi

La classifica finale della challenge è andata al francese Thibaud Lhenry, che con la sua bici dal telaio in bambù aveva sorpreso tutti nella tappa inaugurale di New York, sfruttando le sue doti di guida da ciclocrossista sull’asfalto bagnato da un impietoso diluvio. Un diluvio che non è voluto mancare nemmeno in questa tappa conclusiva, arrivando fortunatamente puntuale al termine della corsa per bagnare di premiazione sul podio.

Eppure nemmeno la pioggia è riuscita a rovinare la grande festa che la Red Hook ha rappresentato: un piccolo rito collettivo in grado di unire corridori, amatori, appassionati e cittadini del quartiere, che fossero a bordo strada o affacciati ai balconi. In tempi di crisi per il grande ciclismo, con sponsor che scappano e corse che troppo spesso si svolgono con una cornice di pubblico inadeguata alla loro storia, questo ciclismo nuovo ha probabilmente qualcosa da insegnare, e questa sua diffusione su grande scala non può che essere un arricchimento per tutto il mondo delle due ruote. Da questo punto di vista va accolta finalmente come una lieta novità la presenza discreta a bordo strada di alcuni volti noti del ciclismo italiano, da qualche dirigente federale locale sino ad uno Stefano Allocchio che si aggirava incuriosito nei pressi del traguardo. Chissà che tra qualche anno non ci si trovi qualche “pazza idea” del ciclismo urbano anche intorno al Giro d’Italia, con la sua festa e il suo pubblico.

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