È la gara di un giorno, è la storia con una trama immaginata per un anno e scritta velocemente in poche ore: e ci si accorge, a Mondiale finito, che quella trama era totalmente diversa da come avremmo voluto scriverla.

Il Campionato del mondo di ciclismo è un rito annuale che si consuma, giro dopo giro, facendo sprofondare gli appassionati italiani dentro a divani morbidi e soporiferi. Un sonno lungo chilometri, mentre i telecronisti Rai, Pancani e Martinello, consumano parole su parole, così come i ciclisti macinano strada, verso un traguardo, verso discorsi finalmente concreti e supportati dai fatti. Una lunga attesa, come il “sabato del villaggio!, si consuma con un pizzico di amarezza, in poche battute, una manciata di minuti. Quando si vince, sembra tutta una magia, quando si perde, ci sono mille recriminazioni. Il Mondiale di ciclismo è l’unico evento che, in qualche modo, avvicina gli appassionati delle due ruote a quelli del calcio: perché ogni Mondiale trasforma gli italiani, da ciclisti teorici a un popolo di commissari tecnici. È la legge, inevitabile, di una gara che gode di grande fascino, proprio perché vede le individualità del ciclismo, unite sotto bandiere, attorno all’orgoglio nazionale.

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E così, l’orgoglio nazionale che vince, quest’anno è quello polacco. Ha vinto Michał Kwiatkowski: non una vittoria per caso, quella di Ponferrada, ma un trionfo costruito da una squadra intera, la Polonia, che ha corso tutto il giorno da protagonista, scatenando l’ilarità di cabarettisti e super esperti: “Ma per chi tirano ‘sti polacchi?”, “Ma sta a vedere che la Polonia si è venduta a Cancellara”, “Ancora là in testa al gruppo? Per farsi inquadrare dalle telecamere”. E, invece, tutti questi commenti che hanno alimentato il pomeriggio ciclistico di uan domenica di fine settembre, tra i salotti d’Italia e gli studi televisivi, altro non erano che stupidaggini.

Ha vinto la Polonia, ha trionfato da campione un talento polacco: in uno sport individuale, il Mondiale mostra invece lo specchio di un paese . La Polonia era il paese “sfigato” che oggi è diventato ricco: è la nazione che, col sudore e col lavoro serio, ha saputo crescere e diventare una forza economica di un’Europa che, invece, ha il fiato corto nell’economia globalizzata. La Polonia, venuta fuori dalla miseria, ha lavorato all’ombra delle grandi potenze e oggi è cresciuta non soltanto nel contesto politico ed economico, ma anche nello sport.

È solo una gara ciclistica, il Mondiale, è soltanto la storia di un giorno, forse. Eppure lo sport è spesso l’allegoria di una realtà internazionale in cui l’Italia arretra, arranca e si dimostra debole, pur avendo grandi individualità, colpi di genio. Si perde come squadra e come paese, pur essendo unica, straordinaria, bellissima.

In attesa di tempi migliori, la gara di un giorno, la storia iridata ha scritto un altro capitolo, in una città spagnola, Ponferrada: tra i tanti paradisi della penisola iberica, non si è ben capito perché questo Mondiale (che televisivamente è sempre un’opportunità di promoziona del territorio) abbia messo in vetrina una città industriale, che vive di siderurgia, elettromeccanica e cave di lavagna. Chissà, sarà soltanto la gara di un giorno, ma l’intreccio tra sport ed economia, tra il ciclismo e la realtà quotidiana, non è mai sembrato così stretto: la Spagna mette in mostra dighe e industrie in crisi (oltre a un bel castello dei Templari) e sul traguardo s’inchina, come l’Italia, alla Polonia orgogliosa, unita e vincente, anche se l’avevano sottovalutata tutti. Applausi per Michal Kwiatkowski. Meritati.

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