Di Gian Paolo Grossi

La recente scomparsa di Alfredo Martini ravviva, tra i tanti ricordi, la prefazione del libro che il giornalista-storico mantovano Renzo Dall’Ara ha dedicato all’eroe locale Learco Guerra, scritta proprio dall’ex ct azzurro. La scelta di pensare a Martini, nel 2002, in occasione del centenario della nascita della “Locomotiva umana”, opportunità per Dall’Ara di raccontare una storia da tempo assente nella bibliografia sportiva, si legava agli incontri con Guerra durante i rispettivi percorsi e trovò Alfredo lieto di scriverne la presentazione. Riandava così da “ero ragazzino e correvo a vedere Learco quando veniva al Giro di Toscana, provava il percorso e poi vinceva, alla sua travolgente maniera” al 1946, quando Martini corridore alla Ronde de France (il Tour non era ancora ripreso dopo il secondo conflitto mondiale) aveva Guerra in ammiraglia, responsabile della formazione azzurra. Ne sottolineava la “straordinaria capacità di trattare i corridori, in bicicletta e fuori, con sensibilità e umanità. In Francia era venuto a trovare Guerra e noi Nuvolari”.

La mostra su Learco Guerra, alla casa Rigoletto

La mostra su Learco Guerra, alla casa Rigoletto

Learco Guerra in azioneSentimenti rinnovati nel 2011, ospite d’onore alla mostra dedicata a Learco, allestita alla Casa di Rigoletto con la bicicletta del Mondiale 1931 e altre testimonianze. Il campione mantovano, cui sarà dedicata un’importante sezione del Mantova Bike Festival in programma il 27 e 28 settembre dopo l’apertura (dal 13 al 28) della mostra temporanea avvenuta in questi giorni alla Casa di Rigoletto, è raccontato da Dall’Ara con dovizia di particolari e con il giusto spirito nel mio libro “Locomotiva umana. Learco Guerra, l’avventura di un campione nella leggenda del ciclismo” (Ed. Tre Lune). Eccone uno stralcio, riportato anche sul catalogo della mostra che celebra i 350 anni della Gazzetta di Mantova: «Il ciclismo, sport della fatica, della polvere, dei drammi umani in corsa ma dagli entusiasmi popolari più autentici e Learco Guerra, protagonista di tutte le situazioni, capace di ispirare giornalisti immaginifici come Bruno Roghi, direttore de La Gazzetta dello Sport: “Drammatico è Guerra. La moltitudine è per Guerra. Gli occhi in fiamma, i muscoli in tumulto, la pedalata furente, la macchina squassata dai colpi rudi, le mascelle inchiodate, Learco Guerra passa”. Al di là dei dannunzianesimi d’epoca, era il ritratto a tutto tondo di un campione già straordinario per somma di vittorie, ma con il valore aggiunto di esserlo diventato in età nella quale la maggioranza cominciava piuttosto a prefigurarsi il viale del tramonto agonistico.

Learco_Guerra - cartolinaProprio “la pedalata furente” lo collocava nell’immaginario collettivo come “Locomotiva umana”, appellativo inventatogli da Valdo Cottarelli (alcune fonti riportano invece Emilio Colombo, che non ebbe altro merito che essere il direttore de La Gazzetta dello Sport, prima di Roghi, e che dunque cavalcò l’invenzione, ndr), giornalista meno conosciuto ma brillante, per la definizione, di stile futurista, che sarebbe rimasta legata al personaggio, consegnato ai miti dello sport. Ma, per contrasto, nei toni da romanzo popolare veristico si racconta la storia di Guerra Learco Antenore Giuseppe, venuto al mondo alle ore 4 e minuti 6 pomeridiane del 14 ottobre 1902 nella casa al numero 50 di San Nicolò Po, territorio comunale di Bagnolo San Vito. Inutile indicare la via, ai tempi ce n’era una sola. Papà Attilio era un piccolo capomastro. Aveva sposato la Pasqualina Galusi ed il maschio sembrava assicurargli la continuità dell’azienda. Il ragazzo, infatti, rimaneva nelle stanghe: vita di paese, interrotta dai 18 mesi di naja nel Genio a Casale Monferrato, il ritorno sempre a cazzuola e frattazzo. Mentre era in grigioverde, la Letizia Malavasi, bella ragazza proprio di San Nicolò, l’aveva aspettato.

Una delle bici appartenute a Learco Guerra

Una delle bici appartenute a Learco Guerra

2Learco era una forza della natura, non soltanto con una secchia di calce in spalla: giocava a calcio, ala sinistra nell’Aurora San Nicolò e pedalava in tandem con il padre, quando andavano in cantiere, trainando una carriola adattata a rimorchio. Sognava però la bicicletta vera, proibitiva per le 400 lire che costava. L’occasione buona finalmente capitava: era un catenaccio di bicicletta, fra l’altro da pista, ma il Negri meccanico la metteva a posto. Bastava a scatenare un entusiasmo contagioso: fondava la Società Ciclistica Aurora e la domenica mobilitava parenti e amici per disegnare una pista in terra battuta, sulla quale allenarsi. Aveva già 25 anni, era nato Gino, il primogenito, e quando decideva di rischiare partecipando a corse di paese, s’imbatteva nei velocisti e andava male. Quando papà Attilio otteneva un lavoro grosso al nuovo ospedale del Pompilio, si trasferivano tutti a Mantova, in una casetta poco distante dal Cavalcavia: la situazione già migliorava, perché poteva frequentare l’ambiente della “Forza e Concordia”, attiva nel ciclismo. Lo svolta però avveniva quando lo accettavano nella “23esima Legione Mincio”, squadra in maglia nera che derivava dalla neonata M.V.S.N., la Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale.

guerraccNelle prime corse gli dava molto fastidio un velocista concittadino, Cesare Donini, che lo bruciava allo sprint ma finalmente, in équipe con Gaioni, Altissimo e Lamagni, vinceva l’eliminatoria lombarda di Coppa Italia e poi, nel 1928, da solo, il Giro della provincia di Ferrara contro i migliori indipendenti. Tanto valeva insistere, addirittura al Giro di Lombardia, classica autunnale popolata di campioni internazionali: avventura disastrosa, finita a Lecco per una foratura. Non mollava neppure quando i rappresentanti della Bianchi e della Legnano gli chiudevano cortesemente la porta in faccia. Invece, a sorpresa, l’amico Gino Ghirardini gli annunciava che poi si era interessato ad Alessandria: ebbene, la Maino gli dava la bicicletta, in tempo per la Milano-Sanremo del ’29. Da non crederci: in corsa, tutto lo squadrone ufficiale Maino si ritirava, vinceva l’implacabile Alfredo Binda e Learco arrivava 17°, il solo in maglia grigia. Era fiducioso di averne un riconoscimento ed invece alla Maino cadevano dalle nuvole: bici e maglia erano state semplicemente date a Ghirardini, che per incoraggiarlo gli aveva raccontato la storiella, mentre le aveva pagate di tasca sua. Quella bugia andava però a buon fine perché la Maino “vera” lo chiamava per il Giro del Piemonte, dove finiva ancora 17°. Poi nient’altro accadeva di incoraggiante.
Allora ci riprovava a Carpi, in un singolare campionato italiano open di mezzofondo: andava tanto forte da lasciarsi dietro tutti, compresi Binda, Piemontesi e Girardengo, che si controllavano senza badare a quello sconosciuto giovanotto. Gira lo rivedeva al Giro di Romagna, però dall’ammiraglia e poiché Antonio Negrini, caposquadra della Maino aveva forato, “riportamelo in gruppo, poi fatti vedere”, gli diceva. Detto e fatto, con il solito 17° posto finale ma Learco, orgoglioso, dal Campionissimo non pensava proprio di andare col cappello in mano. Due giorni dopo gli arrivava il telegramma: Girardengo lo voleva per il Giro d’Italia 1930, lasciato libero da Alfredo Binda che, dominate le tre precedenti edizioni, era stato convinto a starsene a casa con il risarcimento di 22.500 lire, la moneta ufficiale del vincitore. Agli ordini di Antonio Giacobbe, uomo da classifica ma con licenza di vincere le tappe, Guerra s’imponeva infatti a Roma e a Forlì, aggiungendovi altri lusinghieri piazzamenti». E dando inizio così alla sua straordinaria leggenda.

 

http://www.mantovabikefestival.it/index.php?lang=it

http://www.mantovabikefestival.it/index.php?option=com_content&view=article&id=2&Itemid=106&lang=it

https://www.facebook.com/mantovabikefestival

 

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.