Aru, Contador, Quintana, Valverde, Froome fino a De Marchi e altri lottatori: la tenacia, la grinta e, soprattutto la passione. In Spagna si sta correndo la Vuelta, ma più che una gara sembra un romanzo, una storia con più personaggi e tante avventure. Nessun delitto, per fortuna, ma ogni tappa è un capitolo, ogni giorno è una lezione di vita. Cosa avrà questa corsa spagnola di tanto diverso, rispetto ad altre gare a tappe? La noia del Giro e, nonostante un grande Nibali, la monotonia del Tour sono ancora più evidenti, se paragonati alle emozioni e ai sentimenti che guidano le imprese sportive dei corridori in terra di Spagna.

Foto Watson/La Vuelta

Foto Watson/La Vuelta

Merito di una formula azzeccata, è stato scritto più volte: la Vuelta, da tempo, ha fatto una scelta coraggiosa riducendo il chilometraggio delle tappe e puntando sullo spettacolo in salita. Tuttavia, se a scrivere la trama di questo romanzo sono i corridori, c’è qualcosa in più: più voglia di rischiare, più cuore.

_VE_2014_0600_LIV20Forse al Giro e al Tour la posta in gioco è troppo alta per le squadre che fanno i conti col World Tour e i suoi punteggi, forse dopo molti mesi di gare c’è voglia di lasciare spazio più all’istinto che alle radioline. Sono semplici supposizioni, oppure soltanto fantasie nate in un’Italia in cui lo spettacolo si sta lentamente spegnendo: dov’è il grande ciclismo in Italia? Dove sono le grandi classiche di un tempo, le squadre che si davano battaglia da febbraio a novembre? I campioni e il pubblico, il pubblico degli anni Ottanta (non è necessario retrocedere agli anni di Coppi) sono un ricordo nostalgico. Il trionfo immenso di Nibali, la grande impresa che il nostro ciclismo sognava, si è realizzato: eppure, nel nostro paese è già sbiadito. Nibali ha fatto qualcosa di straordinario, ma suo malgrado è circondato da fantasmi e gente spenta. Nibali dovrebbe essere un simbolo, ma attorno a sé non ha chi lo sa comunicare: in Italia, l’impresa avrebbe potuto dare ben altri frutti, con la giusta celebrazione. Invece, dalla Federciclismo in giù, sembra che non ci si sia resi nemmeno conto dell’importanza di un successo al Tour: c’è altro a cui pensare, evidentemente, in un panorama nazionale davvero desolante, in fatto di squadre e gare.

_VE_2014_1000_LIV10Aru che domina in salita, a mille chilometri di distanza dall’Italia, è la conferma di uno sport che ormai viaggia sempre più lontano dalle strade italiane: la Vuelta si prende la rivincita, in questi anni, e da terza corsa a tappe per importanza, diventa la prima per lo spettacolo. Le classiche italiane, invece, quelle che infiammavano l’estate di qualche decennio fa, ora sono ridotte a kermesse, nonostante i sacrifici immani degli ultimi organizzatori che ancora resistono. Il panorama degli organizzatori riflette quello delle squadre, con l’aggravante di una passione vera che viene frustrata dai budget e da calendari incomprensibili. Mister Coockson, il presidente dell’Uci, oggi nessuno ha il coraggio di contestarlo, ma quel disegno di ciclismo senza cuore e tutto business, è proprio una schifezza. Per fortuna, i Contador e gli Aru, alla Vuelta, ricordano agli appassionati che lo sport è altro: piccoli drammi, storie d’amore e questioni di cuore, il ciclismo con l’anima è più bello.

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Così una pagina lentamente si volta, si distende dalla parte opposta, aggiungendosi alle altre già finite, per ora è solamente uno strato sottile, quelle che rimangono da leggere sono in confronto un mucchio inesauribile. Ma è pur sempre un’altra pagina consumata, signor tenente, una porzione di vita. (Dino Buzzati, Il deserto dei tartari)

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