Se pensi all’Alpe, pensi al ciclismo. Alle imprese. A Pantani, Armstrong, Quintana. Se pensi al Triathlon non penseresti certo all’Alpe. Proprio d’Huez. Che non è un canale (Suez), né un diavolo di calciatore (Suarez). Se pensi all’Alpe pensi che per farci il triathlon manchi qualcosa. Ma l’acqua l’hanno trovata pure lì. Per nuotare. Lac du Vernej: è un lago artificiale nel dipartimento dell’Isère, a 725 metri d’altitudine, si raggiunge dalla località francese di Bourg d’Oisans. Ed è piuttosto fredda quell’acqua per nuotarci dentro. Anche d’estate. Specie se l’estate, qui come da altre parti, tarda ad arrivare.

Se pensi al Triathlon dell’Alpe d’Huez ti vengono nell’ordine: brividi, rabbia e crampi. Partiamo con la sensazione di freddo: quello che senti per raggiungere il lago e posizionare la bici nella zona di cambio (detta T1). Si deve percorrere una lunga discesa dall’Alpe (dove è posta la T2 per la seconda ed ultima frazione di gara): saranno una ventina di km e fa freddino. Qualcuno per risolvere il problema ha indossato la muta e si è buttato giù in picchiata. Pareva un matto quel tipo in bici come un palombaro, ma forse ci ha azzeccato. Torniamo al freddo: bisogna poi tuffarsi nell’acqua a 12/13 gradi e non c’è muta che tenga.

La partenza alle 9 il lago è artificiale. L'acqua a 12,13 gradi, fuori non ce ne sono molti di più.

La partenza alle 9 il lago è artificiale. L’acqua a 12,13 gradi, fuori non ce ne sono molti di più.

Alle 9 del mattino è una croce anche aspettare a mollo la sirena che dà il via. Un martirio da vincere muovendosi per evitare il congelamento delle dita dei piedi. C’è uno che per distrarsi canta O’ Sole Mio. Ma si può?  Uscire, poi, quando i gradi sono 16 o 17 non è una bella promessa. E sopravvivere: a 2.200 metri di nuoto di gruppo. Parentesi: nella multidisciplina dicesi tonnara il nuoto da affrontare tutti insieme (e qui sono mille!), ma  di tonni non se ne vedono e neanche di trote, se mai ci sono state  sono tutte morte congelate.

Questo accade per iniziare, al Triathlon dell’Alpe d’Huez – un triathlon definito lungo – ed è solo l’antipasto. Perché poi, da qui, c’è da pedalare: km 115  dal Lac all’Alpe d’Huez, scalando anche l’Alpe du Grande Serre (1375 m) e il Col d’Ornon (1371 m). Poi fin su in paese (Alpe d’Huez, 1850 m).

Tremila metri di dislivello in bici

Tremila metri di dislivello in bici

Ecco che arriva la rabbia, è rabbia agonistica, ed è al secondo punto della trilogia, quella che ti fa mordere pian piano quei tornanti, ti fa spingere. Ma quanti sono? Diecimila? O solo 21? C’è persino il pubblico che ti incita fra un dente e l’altro. C’è qualche campanaccio che risuona, di quelli delle gare di sci. C’è una tipa olandese che ti stacca la coda di un cane con un fischio senza un sasso. E aspetta. E fischia. Incita gli amici. Tutti. E tu fai come lei. Qualcuno ti guarda un po’ stranito, per un attimo non pensa che stai incitando lui: bravò, bravò. Gli sussurri a pochi centimetri dietro il tornante. Glielo dici in francese. Sembra che sia più dolce. Lui per un attimo pensa che non sia diretto a lui il complimento: che ci sia qualche campione in allenamento, poiché la strada è aperta? Non pensa che stai motivando lui che sale con il numero attaccato. Poi decide di prendersi la gloria e se lo gode tutto il tuo tifare. Ti senti così d’aiuto. Ti sorride. Sei felice.

La strada è aperta allo sport. E alla gara. L’ha inventata Cyrille Neveau, campione del mondo di triathlon lunga distanza nel 2002, a Nizza. Per il traffico non ci sono problemi, la gente si ferma, accosta, applaude e inneggia, poi, quando capisce di non essere d’intralcio, passa. Se ne va. Perché lo sport ha già vinto qui. Ultimo pensiero è quello prima di morire, tornando al nostro “se pensi al Triathlon dell’Alpe”: quando arrivano i crampi, quelli tipici della frazione di corsa che non finisce mai. Su e giù che passa anche una seggiovia da quelle parti e non è un miraggio. Sono tre giri da 7,3 km salite e discese comprese. Tu pensi che lo prenderesti eccome un passaggio quando sei esausto e non vedi l’ora del traguardo. Qualunque sia. Invece no. Insiste il triatleta dell’Alpe. E corre per 22 km ancora.

Il triathlon all'Alpe è stato portato da Cyrille Neveau, campione del mondo di triathlon lunga distanza nel 2002, a Nizza

Il triathlon all’Alpe è stato portato da Cyrille Neveau, campione del mondo di triathlon lunga distanza nel 2002, a Nizza

La trilogia. Poco più di una mezza a oltre 1800 metri di altitudine. Dopo quello che c’è stato, il triatleta all’Alpe corre. C’è quel transitare accanto alla zona cambio disposta in un campo di calcio. Pare  una camerata di militari. Una trincea essenziale, ad ogni numero corrisponde una sacca bianca. È lì che viene riposta la bicicletta (la baionetta?), compagna sacra di avventura lei ha scalato l’Alpe con il triatleta, ha macinato 115 km con più di 3.000 metri di dislivello, per arrivare alla T2, indossare le scarpe da corsa e via. Proprio tutta un’altra storia rispetto a quanto accade normalmente su quel manto morbido, sia pure sintetico, calcato da pallone e calciatori. Tutta un’altra storia.

La zona cambio T2 sull'Alpe d'Huez sembra un campo militare

La zona cambio T2 sull’Alpe d’Huez sembra un campo militare

Se pensi all’Alpe adesso pensi che bella cosa è il triathlon. Ne avevi sentito distrattamente parlare di questo sport, nato alle Hawai e diffuso dal Nord ad ogni parte del mondo, eri ancora troppo immersa nella tua passione delle due ruote, quelle classiche. Avevi preso una sbandata transitoria per la mountain bike, e già ti eri sentita così rock, in giro per la coppa del mondo di cross country. Poi, ti si apre una nuova frontiera della fatica. Perché c’è dell’altro. Roba più moderna, da invasati, pensi all’inizio della storia. Ti sembra troppo quel nuotare, pedalare, correre. Poi, la tua compagnia ti porta un giorno caldissimo di luglio a seguire Bardolino: Triathlon Olimpico, il tuo debutto è al più antico triathlon d’Italia, da 30 passa edizioni, per gradire. E mentre scherzi qua e là ti prende questo nuovo sport. E ti ritrovi gara dopo gara anche in Francia sull’Alpe 2014 a provare le brezza del “lungo”.

Lo affronti senza pregiudizi questo triathlon, perché tu stai seguendo gli amici che sono bravi anche solo perché hanno il coraggio di mettersi il numero e partire. Partono. La trilogia. Nuoto, bici, corsa. Non stai ferma un attimo. Ti studi la testa della gara. Ma anche la coda. Cerchi di capire dove potrai metterti per gustartela tutta. Scatti, posti, osservi, fai il tifo, ti spelli le mani. È  bello. Da morire il triathlon. Forse proprio perché finirlo o … morire. Come all’Alpe. Non ci avevi pensato.

Ci vuole un fegato ad attaccare le vette alpine con la maglia gialla, scattando magari proprio in faccia ad un presunto rivale, dove l’erta picchia più forte. La pendenza. Ci vuole fegato ad attaccare l’Alpe piena di scritte del Tour per dimenticare in fretta il freddo patito nel lago ghiacciato e poi cercare il traguardo dopo una mezza di corsa. Ci vuole fegato a fare tutta questa fatica che è santa. E bella. E ti diverte un sacco.

Così vivi la storia di questi amici come quello Sparpaman (il soprannome è già un programma, in arte Daniele Sparpaglioni, geometra di professione) che cade in allenamento ma non rinuncia e poi sull’Alpe ancora, finisce a terra e riprende una botta nello stesso punto per schivare un paracarro, ma non si ferma. Si cimenta e va avanti. Fai i tornanti. Si spaventa quasi quando da un bosco esce un amico inatteso ad incitarlo. Non se l’aspettava proprio anche qui in Francia. Che stimolo, che voglia di riscatto.

Daniele Sparpaglioni, geometra in arte triatleta, uno dei mille. Cade si rialza corre

Daniele Sparpaglioni, geometra in arte triatleta, uno dei mille. Cade si rialza corre

La cotta non esiste per questo faticatore. Non è contemplata dal menù personale. C’è solo l’obiettivo di andare in fondo. Come prima cosa raggiungere la zona cambio, lassù in alto. Che l’amico di ultra-fatiche è già avanti, sarà passato da un quarto d’ora. Si chiama Vago. Il Vago. In arte Alessandro Vaghini, operaio alla Campari, quando finisce il turno, corre. A volte anche di notte. In fabbrica, lui, ci va in bici. E con la scusa di andar a trovare la sua bella al mare, quando ha il permesso, allunga sino a Genova. Da Novi Ligure: attenzione perché di ligure c’è solo il nome della sua città natale, per raggiungere la Riviera, infatti, ci sono una sessantina di km e pedalare (dai Giovi). Così, ha la scusa il Vago, anche per nuotare. È  il suo triathlon. Il triathlon dell’operaio. E quello del geometra ferito.

Il Vago è già passato. La zona cambio attende Sparpaman, che è un atleta prestato alla geometria (ma quando farà mai i rilievi? Lui che se lo cerchi o nuota o corre o pedala?). Sparpaman arriva. Indossa il pantaloncino da corsa. Nero. Un po’ macchiato di sangue. Laggiù la ferita. Quassù la corsa. Se lo tira su fino alla vita il pantaloncino: dalla parte della ferita. Asciuga il sangue nell’aria fresca dell’Alpe d’Huez. Le nuvole sono nere e cariche di brutti pensieri ma non si sciolgono ancora. Lui non ci fa caso comunque. E meglio così che se ci picchiasse “il sole di montagna” sulla botta sanguinante sarebbe solo un friggere di dolore. La sua corsa va avanti. È bella, elegante, come se nulla fosse. Sparpaman ne ha già finiti di triathlon, anche di lunghi, anche l’ironman, e qui la fatica è certo di quel tipo: d’acciaio. Non è sconosciuta. Avanza, giro dopo giro. Resiste. Mentre in mille tagliano uno per uno quel traguardo. I migliori (li chiamano elite!) ci mettono quasi 6 ore (per la cronaca vince un australiano, Todd Skipworth, in 5h51’33” e vince una scozzese, Catrina Morrison in 6h19’37”). Da lì in poi di ore ne possono passare anche altre due o tre che fanno otto o nove o di più, anche dieci. Sono partiti alle 9. Sono le 19 passate mentre vai a cercare la tua auto nel parcheggio e c’è ancora qualcuno che affronta l’ultimo giro. C’è anche una donna. Abbastanza agée, per dirlo in francese ma il risultato non cambia. Poverina. Come farà? Perché quella fatica così lunga? Ti metti ad incitarla. Non puoi lasciarla al caso. Ma non ti sente manco. È in trance da triathlon, è concentrata sulla sua corsa. Poi arriverà. Lo sa. E ne va fiera.

Il premio? Un abbraccio fra finisher. Comunque arrivare

Il premio? Un abbraccio fra finisher. Comunque arrivare

La Triplice è così: una, uno vince. Gli altri arrivano. Soli con se stessi. Se poi sul traguardo c’è un amico che ti abbraccia e ti ha aspettato lì per non so quanto tempo, bene, sarà ancora più bello. Perché sei finisher, come lui. Come loro. E ci si capisce fino in fondo da queste parti.

Se dici Triathlon dell’Alpe è anche questo. Partire e arrivare. C’era il ciclismo ma non bastava. Si chiamava Adamo ma mancava qualcosa. Allora, è arrivata Eva: ma se lei è il nuoto, la corsa chi diavolo è?

 

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