Pantani assassinato? Il nuovo capitolo di una tragedia riparte da un ufficio di una giovane investigatrice, Elisa Milocco, un magistrato alla sua prima grande prova. Si riapre il caso, il giallo dell’estate è servito sulle spiagge italiane. Titoli a caratteri cubitali: e così, chi si lamenta e sostiene che il ciclismo sia sempre relegato nelle ultime righe dei quotidiani, ora dovrà ricredersi. Ma questo non è ciclismo: è una storia triste, di un uomo annientato.

Si riapre il caso, si riapre la ferita: ogni ferita porta dolore. Che senso ha, questo dolore, dieci anni dopo la morte di Pantani? Ogni sacrificio ha valore, in nome della verità e della giustizia, sostengono i parenti, gli avvocati, gli amici, i tanti tifosi del Pirata. Motivi sacrosanti, ma la verità va accettata tutta e la giustizia, valore ineccepibile, non cambia la sostanza di una vicenda tristissima.

Marco Pantani disegnato da Lelio Bonaccorso

Marco Pantani disegnato da Lelio Bonaccorso

Tuttavia, giusto ripartire, dieci anni dopo la morte di Pantani: giusto riaprire quella ferita, ma porterà davvero a fare emergere tutta la verità e non solo una parte? Servirà ad alimentare pruriti morbosi di cercatori di misteri, oppure a restituire un pezzetto di dignità al povero Marco?

Dobbiamo aspettare: mi rassegno ad assistere, in silenzio, a mesi di porcherie mediatiche, balle e controballe in nome dello spettacolo. Perché questa storia, una vera tragedia, ha tutti gli elementi che piacciono ai morbosi della notizia. E poi, chissà, arriverà l’esito di un’indagine della dottoressa Milocco e scriveremo un nuovo capitolo di questa storia che nella sua sostanza, purtroppo, non cambia.

La fine di Marco Pantani, purtroppo, è e resta una storia di solitudine, una storia di squallore, in cui un giovane uomo, sensibile e distrutto nel fisico e nella mente, trovò una morte atroce e triste. Pantani morì solo come un cane. Anche se in quella stanza del Residence Le Rose, quel 14 febbraio 2004, c’erano altri con lui: assassini o testimoni.

Solitudine e squallore, le uniche compagne di un ragazzo sensibile, che cinque anni prima sembrava tenere il mondo in mano: era la stella, il leader che esaltava le folle, le faceva commuovere, le teneva incollate alla tivù. Il Pirata e la sua bicicletta avevano scalato vette impensabili per il ciclismo: erano arrivati in alto come nessun altro. Dall’alto, Pantani era la stella polare del ciclismo e del business.

La solitudine e lo squallore, dentro a quella stanza c’erano e rimarranno. La solitudine di un ragazzo che, in maglia rosa, venne cacciato dal Giro d’Italia come un delinquente, circondato da gendarmi. Fino a quel giorno, nel giugno 1999, Pantani pensava di essere intoccabile, in quanto simbolo e bandiera di uno sport. E, invece, si ritrovò abbandonato da un intero sistema: un sistema viziato e drogato, un sistema che ha gestito il ciclismo per almeno quindici anni. Un sistema che stava bene a tutti, nessuno escluso: dal primo capitano, all’ultimo dei gregari, dallo sponsor più ricco all’ultimo direttore sportivo, dal grande giornalista all’ultimo tra i galoppini.

Madonna di Campiglio non fu l’inizio della tragedia, ma un capitolo di una storia già malata, una storia che stava bene a tutti e che, poi, è sfuggita di mano: la verità su Pantani dovrebbe cominciare da lì, da quel giorno a Madonna di Campiglio, sul quale invece resta la nebbia, sul quale i contorni restano ancora indefiniti.

Foto Olycom-Bettin/elaborazione Cosetta Gardini-Casa Walden

Foto Olycom-Bettin/elaborazione Cosetta Gardini-Casa Walden

E poi, che accadde? Accadde che il delinquente Pantani, cacciato dal Giro, venne sputtanato da tutti. Giornalisti e istituzioni, in primis. L’ematocrito di Pantani rischiava di scoperchiare un vaso pieno di ipocrisie, un vaso che la stessa Federciclismo (e il Coni) aveva contribuito a riempire, già molti anni prima, dando fama e potere a medici chiacchierati e discussi. Pantani cacciato dal Giro era la belva ferita, in una giungla: nella giungla, il ferito diventa un debole e il debole è preda.

La Federciclismo, in quel giugno 1999, con l’allora presidente Ceruti, decise di abbandonare il debole, così come stava facendo buona parte del sistema ciclismo: “Ora, confessa”, andarono a dire al Pirata. Pantani si sentì tradito: una Federazione che era, di fatto, connivente con il sistema, ovvero che sapeva perfettamente come la totalità dei corridori si affidasse a certi medici e a certe pratiche, optò per non tutelare il suo campione. “Ora, confessa”: soltanto a lui, andarono a dirlo e a imporlo come ultimatum. Soltanto a Pantani, lasciando che il sistema, ovvero, l’intero ciclismo continuasse a giocare con l’epo e l’ematocrito, esattamente come prima. Lasciando da parte l’etica, che allora era pura finzione, la Federciclismo avrebbe dovuto andare da Pantani, a Cesenatico, a esortarlo a risorgere. “Ora, tu vai in Francia e vinci il Tour. Il ciclismo malato e dopato è affare nostro e ci pensiamo noi a risolverlo, non lo scarichiamo sulle tue spalle”: questo è ciò che non fu mai detto, ciò che mi sono sempre sognato che fosse pronunciato da chi aveva davvero a cuore il ciclismo e Pantani.

marco_pantani_by_stevan9-d5mpsu8Giugno 1999: quei giorni non furono la causa di tutto, ma soltanto il bivio. E a quel bivio, quel Pantani cacciato dal sistema ciclismo, prese la sua strada. Una strada piena di solitudine: solitudine in parte cercata da lui stesso e in parte voluta da chi gli stava attorno.

Fino al tragico epilogo, nel 2004, una squallida agonia, dentro la droga e a un mondo di mostri, in cui tutto può succedere, anche un omicidio. Una squallida agonia, in solitudine: con la famiglia in vacanza, mentre lui ormai da mesi, si stava annientando. Con altri “amici” che andavano a chiedere soldi agli sponsor, promettendo che il Pirata sarebbe tornato in bici, quando invece era in clinica, in pieno dramma.

Quel Pantani solo come un cane, ucciso da se stesso o da un assassino, era lo stesso che in Romagna si era divertito per anni, a fare il “Patacca”, con gli amici,tantissimi amici. Era lo stesso che faceva della generosità il suo punto di forza, circondato da folle di ammiratori. Era lo stesso che non aveva affatto dilapidato la sua ricchezza, guadagnata col ciclismo, ma aveva investito, e tanto, anche per la sua famiglia: a Cesenatico, ai suoi parenti, Pantani aveva lasciato una fortuna, soprattutto in beni immobiliari.

Si riapre ora il caso, su quel Pantani morto in solitudine: solo e sfregiato anche da un’inchiesta, dopo la sua morte, indubbiamente gestita male. La triste fine del Pirata, purtroppo, s’intreccia con le vicende controverse di altri due personaggi, Gengarelli e Fortuni, l’allora pm e il medico legale che effettuò l’autopsia: intreccio assurdo che, forse, la giovane dottoressa Milocco, ora, ci consentirà di svelare. Si scrive un nuovo capitolo, ma la storia, purtroppo, non cambia la sua sostanza.

Una risposta

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.