Salisburgo 2006, una sera di settembre. Il tramonto illumanava con luce radente le verdi colline d’Austria, ma nell’aria si sentivano solo cori e feste in italiano. Era il giorno del trionfo, tanto atteso, di Paolo Bettini: campione del mondo, con una volata da brividi e poi le lacrime. E, naturalmente, tutti ad abbracciarci, tutti attorno alla Nazionale e a Franco Ballerini, il ct che ho conosciuto io, quello che era sempre il primo a salutarmi e a regalarmi una battuta con sorriso. Sempre. Ballero era così, toscano genuino, ma venuto su con un maestro, lui: Alfredo Martini.

Torniamo a quella serata di settembre, a Salisburgo: in cima a una collina, a bordo strada, una folla festante era in attesa del campione, di Bettini in maglia iridata. Cento, duecento, cinquecento, forse mille persone felici cantavano, urlavano e si abbracciavano davanti al grazioso hotel della Nazionale azzurra. Bettini risalì dalla città, con la sua maglia iridata, a bordo di un’auto decapottabile: le gente lo vide in lontananza e la festa si accese, con brindisi e lacrime sincere.

Un caos felice, una festa del ciclismo, anche in epoca moderna, come accadeva in passato, quando correva lui. C’era anche Alfredo, quella sera, a Salisburgo: ma non era in mezzo alla folla, era seduto in disparte, in un angolo, in silenzio, da solo e con le lacrime agli occhi. Lo notai, in questa sua contemplazione, mi venne da gridargli: «Alfredo, hai visto che festa per Paolino?». Lui non rispose subito, mi fece cenno di avvicinarmi e sedermi accanto a lui, con la mano. Sedetti al suo fianco, mentre lui guardava estasiato quella folla, in silenzio. Mi mise la mano sulla spalla, come un nonno col nipote, e mi disse poche parole: «Guardalo bene, guardalo bene. Questo è il popolo del ciclismo, questo è la bellezza del nostro mondo, questa è la meraviglia di questo sport. Infonde felicità vera. E tu raccontalo sempre, questo ciclismo. Mettici lo stesso entusiasmo di questa gente». Lo guardai commosso e dissi: «Grazie». E poi mi rialzai da quella panchina, per gettarmi tra la folla, con la macchina fotografica e il blocco notes. Come sempre, in cerca di altre emozioni da trascrivere.

Mai dimenticherò quelle poche parole, ancora grazie Alfredo. Pensavo di essere un giornalista come tanti, per lui. E, invece, come tanti ero un suo nipote, un ragazzo a cui regalare saggezza e calore. Grazie e scusa, perché quell’entusiasmo, ahimé, l’ho smarrito troppe volte. Ma cercherò di rimediare, Alfredo.

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