di Gino Cervi

Vincenzo che vince a Parigi tutto vestito di giallo a me fa venire in mente un altro giallo e un altro Vincenzo.

Vincent Van Gogh che faceva esplodere il giallo dentro ai suoi quadri. Una volta era una casa, un’altra dei libri gialli su fondo giallo, un’altra ancora un campo di grano o un covone sopra il quale dormono appoggiati due contadini sotto a un cielo blu cobalto.

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Gialli sono i cappelli di paglia dei suoi autoritratti e gialli i girasoli. Gialla la stanza di Arles, giallo il fondo del ritratto dell’Italiana, forse Agostina Segatori, la proprietaria del Café du Tambourin, al 62 di Boulevard de Clichy, a Parigi.

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Gialle la luna e gli astri della celeberrima Notte stellata, Starry Starry Night, come cantava Don McLean pensando proprio a Van Gogh.

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Una notte come quella di un’altra canzone, di un altro colore – il rosso – , di un altro corridore – il diavolo Gerbi – . Una di quelle notti «più alte / di questo nord-ovest bardato di stelle / e le piste dei carri gelate / come gli sguardi dei francesi».

Il giallo per il pittore Vincent era il colore della “suprema luminosità dell’amore”.

Per Vincenzo è il colore di una maglia, di una grande vittoria, il colore del suo capolavoro di corridore ciclista.

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