Colpo di reni, volata in apnea, fotofinish. Questione di un brivido, millimetri, istanti: la vittoria è anche questo, nel ciclismo. Una giornata a farsi venire il mal di gambe e poi tutto in un batter di ciglia. Matteo Trentin si è preso una vittoria con le unghie, se l’è tenuta stretta e non l’ha mollata fino all’ultimo centimetro, all’ombra delle case di Nancy. Francia che lavora, industriosa e contadina, quella che una volta era terra d’immigrazione italiana, ma prima ancora era un’enorme trincea di sofferenza e lacrime, tracciata da una guerra terribile cominciata cento anni fa.

Nancy e il Tour de France, Trentin e la gloria personale, celebrata con tutti i francesi e con una minoranza italiana, quella innamorata del ciclismo. Un popolo orgoglioso, non più numeroso come un tempo, ma affettuoso e sempre felice di emozionarsi: si vorrebbe vedere i nostri campioni del pedale celebrati quanto i calciatori, ma puntualmente questo tributo non avviene, perché sembra che la stampa italiana si entusiasmi con fatica alle grandi imprese italiane al Tour de France, imprese attese da anni.

Matteo Trentin vince al fotofinish a Nancy (foto Tim De Waele)

Matteo Trentin vince al fotofinish a Nancy (foto Tim De Waele)

La polemica e il disappunto per lo scarso interesse dei giornali italiani sono una costante di questi tempi, tra gli appassionati di ciclismo. Emergono, puntualmente, le frustrazioni: perché l’orgoglio viene spesso mortificato da un Balotelli che si prende la scena e la prima pagina, spesso anche senza grandi meriti. Chi ama il ciclismo, spesso, si arrabbia e la cosa irrita, indubbiamente, chi conosce il peso e il valore di un’impresa al Tour de France, sia essa compiuta sul pavé o al fotofinish.

Tuttavia, se la passione per il calcio produce un popolo di commissari tecnici, spesso l’amore per il ciclismo alimenta una folta schiera di capiredattori e giornalisti, critici televisivi e titolisti da prima pagina. La tentazione è giustificabile e, spesso, anche il sottoscritto si è lasciato andare, con disappunto, di fronte al trattamento riservato al ciclismo sui quotidiani nazionali.

gazzettaPer comprendere meglio, il difficile mestiere di chi fa i giornali (tutti in crisi), forse occorre sgomberare il campo da certi ragionamenti: sento di affermare che nessuno, tra i giornalisti e i direttori di testata italiani ce l’ha con il ciclismo. L’idea di chissà quale complotto per negare visibilità a uno sport certamente popolare come quello delle due ruote è dettata da fanatismo. La realtà è un’altra: chi fa i giornali si chiede ogni giorno, ogni minuto cosa faccia notizia. E non soltanto quello: chi fa i giornali deve chiedersi ogni giorno chi e cosa alimenta il proprio stipendio, che è spesso a rischio nel traballante mondo dei media.

Per capire, insomma, bisogna farsene una ragione: il nostro amato e meraviglioso ciclismo è pur sempre uno sport “di minoranza”, anche se in alcune regioni è molto popolare. L’Italia intera, decine di milioni di telespettatori, assiste alle partite della nazionale di calcio, a ogni occasione. La dimensione del calcio, in Italia, non ha pari in altri paesi europei (forse soltanto in Spagna e in Germania ha un peso pari a quello italiano). Così come la portata di certi personaggi, non soltanto calciatori: da Valentino Rossi a Federica Pellegrini, dalla Ferrari a Bellinelli e Gallinari. Numeri, questione di numeri che danno il peso alla passione di un paese intero, non soltanto in qualche regione. In mezzo a questo scenario nazionalpopolare, c’è anche il nostro amato Vincenzo Nibali, al quale il ciclismo ha affidato un compito difficile: quello di riportare la passione per le due ruote in ogni casa e in ogni bar, come era un tempo, come ai tempi dei campioni più carismatici. A Vincenzino si chiede un miracolo e forse si pretende anche troppo da lui: perché l’amore per ciclismo dei tanti tifosi, si scontra con i numeri… quelli di un movimento in grave crisi, con squadre e gare professionistiche che, in Italia, si stanno rapidamente estinguendo. Con un Giro d’Italia che, anche dopo l’ultima edizione, piace, ma non raduna più le folle di un tempo (benché a volte si cerca di enfatizzare su un pubblico che nei numeri è meno numeroso).

Trentin e il trionfo in fotofinish, emozione straordinaria. Nibali alle calcagna di Contador in salita, una meraviglia. Vincenzo in azione sul pavé, un’immagine unica. La passione torna a crescere, grazie alle gambe di giovani campioni dell’Italia che pedala: giovani campioni che, con tenacia, riportano il ciclismo in alto sui giornali con buone notizie. Ma ci vuol pazienza, i capiredattori e i direttori non sono fessi: se certe imprese sono davvero nazionalpopolari e muovono interessi totali, ovvero se i numeri sono importanti, allora il ciclismo avrà il suo spazio. La prima pagina di un quotidiano non è un premio a questo o all’altro sport, bensì una questione di numeri, di copie vendute. E Nibali prova a riconquistare gli spazi di un tempo: ma se questo sport è finito “in minoranza” (seppur folta), lo deve alle malefatte e i danni che il ciclismo ha fatto a sé stesso negli ultimi quindici anni.

Per finire nella polvere, basta pochissimo. Per risalire e riconquistare la fiducia e il cuore degli italiani occorre molto tempo, pedalata dopo pedalata: forza Nibali!

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