Nibali e il suo romanzo: la storia continua, affascinante, ricca di emozioni. E, se di romanzo si tratta, a ogni capitolo (o giorno) riserva riflessioni, insegnamenti sulla vita quotidiana. Per chi non si appassiona, il Tour de France è semplicemente una gara ciclistica, per chi la vive con intensità, questa semplice gara la colora e la riempie di significati.

L’impresa di Nibali al Tour de France è un capolavoro che, tutti noi, vorremmo un finale già scritto: tuttavia, la storia continua. L’aria frizzantina e i prati verdi dei Vosgi hanno regalato una pagine importante, a questo romanzo, così come ne aveva regalate il pavé dell’Arenberg e le dolci colline dello Yorkshire. Alpi, Pirenei, Provenza.. e poi su, fino a Parigi: c’è ancora molto da raccontare, in questa Odissea ciclistica.

Gli accostamenti con la letteratura, l’arte, la musica sono un gioco che Cyclemagazine fa spesso e volentieri con le imprese ciclistiche. Tuttavia, questo capolavoro di Nibali somiglia soprattutto a sé stesso: non c’è nessun altro capolavoro che gli somiglia.

Il piccolo Vincenzo Nibali e la passione per i gelati (foto Famiglia Nibali)

Il piccolo Vincenzo Nibali e la passione per i gelati (foto Famiglia Nibali)

Qualche collega giornalista prova spingersi più in là con i paragoni, per avvicinare Nibali al grande pubblico. Le migliori penne si mettono in movimento, la maglia gialla ispira esercizi stilistici di ogni tipo, anche perché l’occasione è interessante: si vive di luce riflessa, quella di un ragazzo “made in Sicilia” che sta realizzando un capolavoro. Per qualcuno Nibali è addirittura “il simbolo dell’Italia che resiste”: l’immagine di un ragazzo che ha fatto molta strada per arrivare là in alto, al successo, è fonte di mille ispirazioni. Nibali, però, sta vincendo con la sua storia, che non ha paragoni: è la storia di un ragazzino vivace, che ne combinava di tutti i colori e che, un giorno, papà Salvatore portò in bicicletta con sé, tra il mare e le montagne. Per fargli sfogare sui pedali, tutta quell’esuberanza. Vincenzo è partito da lì, da una bicicletta segata per punizione, da una granita come premio, dopo una sgambata. Dalla voglia e dall’istinto di fare molta strada, più veloce di tutti.

Una storia che, anche al Tour de France, danza con la fortuna e con una trama che non è già scritta. La fortuna, che ha fatto la storia e ha deciso la sorte di eroi e cavalieri, imperatori e generali:

Poco senno ha chi crede la fortuna

O con preghi o con lacrime piegare,

E molto men chi crede lei fermare

Con senno con ingegno o arte alcuna. (cit. Decameron, Boccaccio)

 

Kitzinger_ruota_fortunaLa fortuna che fa parte della vita, che per anni ti sembra avversa e, magari una volta di è amica. Oppure accade il contrario: ti è sempre stata alleata e, quando la consideri tua, questa ti abbandona. Il ciclismo porta con sé storie di successi e grandi drammi: il dramma fa parte del ciclismo, di uno sport nato per sfidare la natura. Il dramma di Contador, in questo Tour de France, ha fatto il giro del mondo sulle tivù e sul web: le lacrime dello spagnolo, la sua resa, ferito, ha commosso tutti, mentre chiedeva scusa ai compagni, per non essere più in grado di essere il condottiero della sua squadra.

Il dramma di Contador non è stato l’unico, in questo Tour de France: la strada bagnata e sferzata dal vento aveva già disarcionato Chris Froome, l’altro favorito della corsa. E, giorno dopo giorno, accanto alle storie dei campioni si sono vissute altre glorie e disgrazie di nomi meno noti. Come la vicenda di Thiago Machado, ex gregario di Armstrong, caduto e ferito sui Vosgi, che, sanguinante, sceglie di scendere all’ambulanza e ritornare in bicicletta. Machado, che si oppone a un destino avverso, e prova a reagire, arriva al traguardo fuori tempo massimo, ma la giuria decide di riammetterlo alla corsa, impietosita e ammirata, da tanta tenacia.

Foto di Graha Watson/Bettini (copyright)

Foto di Graha Watson/Bettini (copyright)

Sembra davvero che tutto sia parte della trama di un romanzo, in questo Tour: un’avventura, giorno per giorno, come sarebbe piaciuta a Henry Desgrange, che s’inventò questa corsa all’inizio del Novecento. Tutto il resto, sembra offuscato da questa magìa: a tal punto che certe polemiche che tenevano banco al Giro, qui al Tour non suscitano il minimo interesse. Non c’è traccia alcuna di proteste, per esempio, per la condizione e la scelta delle strade da parte degli organizzatori, per esempio: al Giro si scioperava, quando la corsa azzardava passaggi sulle strade del Sud Italia. Qui, alla Grande Boucle, i corridori pedalano e tacciono, nonostante le cadute siano a decine, su strade anche molto pericolose. Allo stesso modo, poi, è scomparsa la polemica sui materiali: duecento biciclette esasperate, dentro a una corsa esasperata, portano molto spesso i corridori oltre il limite. Il telaio distrutto di Contador, ma non solo: le tante scivolate di corridori che non si reggono in piedi (come al Giro, ma senza che nessuno si azzardi a polemizzare), i problemi di stabilità sono sicuramente tema di discussione di ingegneri e ricercatori delle aziende che, senza alcuna ombra di dubbio, stanno registrando tutto quanto sta accadendo.

E ora? Il romanzo continua: il Tour ha affrontato soltanto i Vosgi e lo Yorkshire. Mancano ancora le Alpi, i Pirenei e una Francia intera… Nibali comanda la corsa e si è alleato con la fortuna. Sui Vosgi, alla Planche des belle filles ha dimostrato al mondo che è un campione: un campione è colui che capisce, in corsa, che c’è bisogno di un’impresa, che c’è bisogno di qualcosa di grande. Nibali l’ha capito, quando Contador è finito a terra, ferito: con l’avversario fuori gara, se fosse arrivato al traguardo tra i piazzati, ne sarebbe uscito sminuito. Doveva vincere, quello era il momento di vincere, per dimostrare che la sua maglia gialla è tutta meritata. Nibali è diventato un campione, il mondo se n’è accorto sui Vosgi: comunque andrà il suo romanzo…

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