Il Tour del ’52 è l’apice della carriera di Fausto Coppi. Fossati, nel suo libro, descrive un classico della storia del ciclismo: l’eterna rivalità fra Bartali e il Campionissimo, il ruolo di Magni, il “terzo uomo”, l’affastellarsi, ma ordinato, dei gregari, il ruolo degli aiutanti di giornata, i gregari fidati e… i francesi che si incazzano. Poi c’è Cavanna, il grande Orbo, personaggio che sembra uscire da una pagina di epica.

tour52Il ciclismo ai tempi di Mario Fossati. Il Tour ai tempi di Coppi.

In Fossati c’è lo stile. Asciutto e incisivo, un affondo, una stiletta. Lo spreco di parole demolisce la frase buona. Fossati lo sapeva. Raccoglieva e riportava così, per esempio, le raccomandazioni di Alfredo Binda, il direttore della squadra azzurra:”(…) per parare il colpo non bisogna essere disseminati nel plotone ma occupare la posizione più vicina a Fausto Coppi, che vedo sempre ben piazzato in posizione”. Binda non incolpava nessuno. Coppi non aggiunse motto. Lo sguardo di Bartali percorreva la guglia più alta della cattedrale di Rouen”. Poche pennellate per raccontare un’umore, una sensazione,

descrivere un paesaggio.

tour1952I ricchi e i poveri

Che idea aveva Fossati del ciclismo che conosceva così bene? Una realtà complessa e in via di trasformazione. Già allora. “Ambrosini (che guidava la Gazzetta ndr) ha sempre tentato di modificare, se non proprio di mutare, quel panorama umano fatto di tecnicismo, di spirito artigianale, di ossessione e stravaganze che è il ciclismo: ha dato a questo antico sport (per molti suoi aspetti assai simile a un mestiere) una forma addirittura scientifica”. Intanto, però, (pagina 57) “il ciclismo era un mestiere di poveri e per poveri. Un processo di lotta, di selezione, di sopravvivenza. Bisognava che tutti si inchinassero davanti alla differenza di classe”. Concezione darwiniana, mista a un riconoscimento di una comune radice che sta nell’appartenenza a una classe umile, che ha conosciuto la povertà. Lo sport poteva però, – grazie alla classe, non solo alla forza bruta, – diventare un bel trampolino di lancio. Il ciclismo era visto da Fossati anche sotto altri punti di vista.

coppi_1952Ciclismo melò

“Il Tour ( a pagina 107) è anche un melodramma che esige dei personaggi cartolineschi: il musulmano Zaaf che, dimentico di tutti i comandamenti del profeta, ingurgita del buon vino rosso, che i contadini gli porgono sullo strada, o lo stesso Apo Lazaridés, che il dio del ciclismo abbandonava a intermittenza, così che le sue gambe di un colpo si ammollavano”.

Il Tour del 52 è raccontato da Fossati nelle pieghe delle strategie di gara, una sorta di battaglia vissuta di giorno in giorno. Gli alberghi dove risiedono le squadre sono le tende di eserciti che attendono le indicazioni dei loro comandanti, ne temono i rimbrotti e dove i capitani dicono la loro. In “Coppi” non c’è tratteggiata solo la figura del Campionissimo di Castellania, ma emergente fuori bene anche la personalità di Robic, raccontate le rivalità interne dei francesi. I guizzi narrativi son dappertutto: “Si indovinano (a pagina 92) i primi costoni del Télégraphe, quando Le Guilly, un pedalatore armonioso ma tascabile, acchiappa Zelasco”. Per raccontare il fedele gregario di Coppi: “Carrea (a pagina 84), vestito di giallo, maltrattava il mazzo di gladioli: nascondeva con un palmo della mano il suo naso affilato come un tagliacarte”. Per la cronaca quel Tour del ’52 lo vinse Coppi. Indossò la maglia gialla il 4 luglio al termine della tappa dell’Alpe d’Huez. E la tenne sino al traguardo finale di Parigi del 19 luglio.

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