Di Lorenzo Franzetti

Coraggio ragazzo! Non ti voltare e prenditi la gloria. Il naso triste come una salita, gli occhi vispi del bambino di Messina, che ne combinava di tutti i colori, il sorriso maturo di un ragazzo con la valigia che ha girato mezzo mondo con la bicicletta. La gloria se l’è presa Nibali, faccia di Sicilia, col sorriso che ricorda la genuinità di un emigrante, un ragazzo con la valigia che oggi ha messo su famiglia, è diventato padre: che ha imparato il valore delle responsabilità senza perdere la gioia quasi infantile, l’istinto di ogni ciclista bambino, quello che va a cercare il vento e lo vuole sentire sul volto, prima di ogni altro.

Foto di Roberto Bettini (copyroght)

Foto di Roberto Bettini (copyroght)

Il Tour de France è nel cuore dell’Inghilterra, Nibali si è preso la gloria a Sheffield: un’emozione esplosa in pochi istanti, che aggiunge un pezzetto di storia al ciclismo italiano. Una maglia gialla a Sheffield è una sensazione decisamente insolita con “gli occhi allegri da italiano in gita”: Nibali è un Bartali di Sicilia. Indomabile, imprevedibile. E per il Tour de France è un personaggio che, indubbiamente, aggiunge sapore a una gara che, spesso, è insipida.

Fosse stato biondo e ricciolino, tutti avrebbero pensato che a vincere era un certo Alexandre Vinokourov: uno scatto da togliere il fiato a tutti, anticipando ogni avversario, lasciando tutti col colpo in canna, costringendo tutti al mal di gambe e al fiato corto. Vinokourov, oggi, fa il manager dell’Astana, l’unica squadra che celebra la capitale di un paese lontano, il Kazakistan dalle mille contraddizioni, che oggi vive di petrolio e industria. Nibali ha vinto come avrebbe vinto il suo datore di lavoro. Ha vinto con una maglia che, nel modo più infelice, ha cercato di mettere assieme i colori del Kazakistan con quelli del campione d’Italia. Nibali ha vinto con una bandiera sul petto che sembrava quella dell’Iran, ma dentro il petto, c’era il cuore di Sicilia, c’era tutta l’Italia, quello che lui rappresenta.

E dopo il trionfo, le frasi sono quelle di circostanza, dettate dal cerimoniale, da una strategia di un Tour de France che è ancora all’inizio: le emozioni no, quelle sono profonde. E volano alte nel cielo di Sheffield.

Malcom Elliott, ciclista di Sheffield

Malcom Elliott, ciclista di Sheffield

Il Tour de France, a Sheffield, aggiunge un pezzetto di storia sportiva, dentro a luoghi carichi di storia. Sheffield, la città in cui nacque il calcio professionistico (la prima squadra fu fondata qui nel 1857), Sheffield, la città dell’acciaio, la città che ha scritto un pezzo di storia del mondo moderno, con la rivoluzione industriale. Il ciclismo, qua, era roba da poco: tra i pochi sognatori in bicicletta, negli anni Ottanta e Novanta, c’era un certo Malcom Elliott, che crebbe alla Raleigh e poi cercò fortuna in altre squadre, centrando anche un buon numero di successi. Ebbe fortuna alla Vuelta, in qualche stagione, ma in Spagna ebbe anche una storia di doping: due volte positivo in tre giorni, tanto che gli fecero lo sconto sulla squalifica. Paghi due prendi uno: per due test positivi, una sola squalifica.

Tra le foreste dello Yorkshire, la bicicletta è fantasia, è voglia di sfidare il vento, come ha fatto l’idolo delle due ruote di Sheffield: non è uno scalatore, bensì un discesista. Steve Peat è l’idolo dei ragazzini che vanno in bici. Un fuoriclasse del Downhill, più volte campione del mondo, simbolo di un ciclismo che è fatto di brividi e birra.

Ora ecco Nibali, l’italiano, con quella faccia che dice tutto, molto di più della sua maglia: che oggi diventa gialla. Simbolo di un primato che è ancora tutto da conquistare.

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